Occorre oltrepassare del tutto la scuola attuale per cambiare la società ed educare alla libertà e al pensiero critico. Possibile che la sinistra non l’abbia ancora capito?

L’idea di educazione diffusa non ha mai trovato ospitalità nella sedicente sinistra che non si riconosce più da tempo. L‘idea di educazione obsoleta resiste a destra (terribilmente) come nella sedicente sinistra (masochisticamente). Questa è la “sinistra“ masochista quando non di fatto utile al potere. Anche il dibattito noioso e asfissiante sulle “Indicazioni nazionali”, che andrebbero buttate nella cloaca insieme a tutta, tutta la scuola, sta generando una confusione totale ed una assuefazione al fatto che è solo di questa “scuola” che bisogna parlare per “salvarla”, “migliorarla”, “riformarla”…ed altre penose amenità.
A proposito di certa sinistra in fatto di educazione scriveva poco tempo fa Paolo Mottana tra l‘altro:
“Mi capita talora di leggere qualcosa scritto da sedicenti intellettuali di sinistra in materia di educazione. Sono molti anni che in materia di educazione e soprattutto di scuola parla chiunque, scrittori (soprattutto, specie se insegnanti, dalla Mastrocola a Lodoli), psicologi (da Recalcati a Crepet), giornalisti e filosofi più o meno plenipotenziari (da Galli della Loggia a Cacciari) e così via, per lo più dicendo enormi sciocchezze. Il guaio è che, essendo vip e vippetti, fanno opinione comune, ahinoi.

Intendiamoci, non che se parlassero illustri accademici in pedagogia il dibattito farebbe grandi progressi, nella maggior parte dei casi ma almeno si potrebbe ipotizzare (non sempre con certezza) che sappiano di cosa parlano. Eppure. Intanto la scuola pubblica. Molti sono aggrappati a questa parola come se fosse l’ultimo appiglio della cultura di sinistra in Italia. Personalmente, e molto modestamente però, vorrei metterli in guardia. La scuola è certamente pubblica perché viene pagata con le tasse dei cittadini. Ma dire che si tratti di un bene comune, come sarebbe più appropriato dire, mi pare piuttosto fallace. La scuola è un dispositivo normativo e disciplinare (non cito i riferimenti per carità di patria) gestito, amministrato e governato dagli apparati di potere, che sono anche espressione dei cittadini ma che bellamente se ne impippano degli autentici interessi della popolazione, quella minorenne in particolare.
Dovremmo piuttosto esigere l’educazione come “bene comune” iniziando quanto prima a farcene carico tutti, nella società, nel disegno dei nostri territori, rendendoli accoglienti e esplorabili da bambini e ragazzi e soprattutto cooperando per farli diventare luoghi di esperienze vitali, autentiche, appassionanti.
Non ho bisogno di elencare decine e decine di volumi che hanno raso al suolo ogni fondamento educativo, umano, vitale delle nostre scuole da un punto di vista strutturale (diciamo da Foucault a Althusser, a Illich a Schérer ecc.) a una buona parte degli autori anche citati dal nostro (non tutti, non facciamo di ogni erba un fascio, don Milani non è Codignola né Mario Lodi è Maria Montessori né Dewey è poi questo straordinario riferimento se si pensa a ciò che ebbe a dirne un intellettualucolo come Max Horkheimer quando ancora si distingueva tra filosofie positiviste e pragmatiste e filosofie umaniste e per esempio marxismo (ma son dibattiti superati evidentemente).Comunque sia, i toni, la malevolenza e anche un po’ il gioco facile con cui certi nostri intellettuali sedicenti di sinistra intendono zittire tutto ciò che non è ascrivibile al loro galateo gramsciano (con tutto il rispetto non proprio più dell’ultima ora) e soprattutto in fondo gentiliano, mi fa orrore.

Rendiamoci conto che oggi genitori sensibili (alla buon’ora!) non sopportano più la clausura precoce dei propri figli né il trattamento disciplinare che ogni istituzione crudelmente normativa propone, che uscire all’aria aperta, in natura ma anche nella società, è solo un gesto per restituire bambini e ragazzi ad un’autentica vita sociale e perché no, finalmente anche politica.”
Sono ormai dieci anni, dalla data di esordio dell’idea del Manifesto dell’educazione diffusa, che ogni tanto si sottolinea la disforia e l’eclettismo centrifugo del dibattito sulla scuola da ogni parte. Ferma restando la decisa opinione sulla scuola attuale e sulle orribili mosse dei restauratori di estrema destra, ciò che ci avvilisce e ci preoccupa è anche e soprattutto, pardon per l’ossimoro, un certo conservatorismo progressista. Da quando stigmatizzammo la pletora di interventi su Micromega di qualche tempo fa (Almanacco di una scuola immobile) che provocò anche alcune reazioni stizzite e prosopopaiche(Vera Gheno, Chistian Raimo, Giovanni Bruni..) la linea ancora gramscianamente non evoluta de Il Manifesto o le prese di posizione su alcune esperienze extrapubbliche in campo educativo del prof. “agitprop” Christian Raimo (Certa sinistra in materia di educazione) ci siamo sentiti in dovere, decisamente troppo, spesso di rintuzzare tanti protagonisti di quel dibattito sull’educazione che si disperde in mille rivoli autoreferenziali buttando nei campi dell’istruzione, della formazione, dell’addestramento scolastico tutto lo scibile sociale, politico, scientifico, docimologico, psicopedaspiritologico. evitando quasi sempre di pensare che l’educazione dovrebbe essere un insieme di esperienze di vita, di choc incidentali, di lavoro, di esplorazione, di sociale e di saperi inscindibili e continui.

Si disquisisce sul voto, sulle discipline, sulle didattiche, sulle rare uscite nei boschi e nelle piazze, sul merito, sulla professione docente, sulle innovazioni tecnologiche dei “reclusori scolastici”, sulle invenzioni di scuola-lavoro, scuola-azienda, sulle TIC…Jacobin Italia è un esempio recente che ho potuto osservare con un misto di luoghi comuni massimalisti e di ovvie proposte di mutamento, seppure sempre parziali, rigorosamente dentro il recinto del modello vigente e dalle caratteristiche di riformette piuttosto che di vere, necessarie ed urgenti rivoluzioni in campo educativo. ” “Contro il feticismo del voto”, “L’incubo del ’68”,”Un attacco alla scuola democratica in nome del merito”,”La scuola delle performance (s?)”Le oasi nel deserto del sapere” rappresentano la sequenza dei titoli del N° 21 della rivista che segnala problemi di orticelli arcinoti (rappresentati anche da Mastrocola, Ricolfi, Crepet e compagnia cantando) da tempo senza guardare tutto il campo per proporne un necessario ribaltamento. Altrove si persevera pervicacemente su strade tra loro parallele (la geometria insegna che si incontreranno solo all’infinito) a tratti pienamente condivisibili ma decisamente solitari e in genere autoreferenziali e anche un po’ bobos… Nessuno ha pensato che per cominciare a cambiare qualcosa occorre essere non paralleli e a volte divergenti ma finalmente convergenti verso l’urgente obbiettivo di sostituire l’attuale pernicioso modello scolastico con una nuova e radicalmente diversa idea di scuola pubblica. Il pubblico spesso è un falso mito come la meritocrazia e spesso non è né democratico né fondato sulla libertà di apprendere. Rammento le fatidiche questioni di Giancarlo De Carlo nel lontano 1969: È veramente necessario che nella società contemporanea le attività educative siano organizzate in una stabile e codificata istituzione? Insomma, le attività educative debbono per forza essere collocate in edifici progettati e costruiti appositamente per quello scopo?
Dopo tutto questo tempo, frutto una lunga serie di studi, prove sul campo, seminari ed esperienze in atto e in progetto, è nata anche l’idea di una Sistema dell’educazione diffusa per oltrepassare gradualmente ma poi definitivamente l’attuale paradigma scolastico in blocco.
“Come realizzare un mondo in cui bambini e ragazzi e bambine e ragazze siano finalmente liberati dal giogo scolastico e ricondotti nell’alveo della vita sociale assieme a tutti gli altri, a rivitalizzare le vie del mondo e a vivere da protagonisti la propria crescita. Al posto del vecchio caravanserraglio scolastico basi, tane e portali disseminati nel territorio da cui partire per sperimentare le proprie vocazioni nella realtà in tutte le sue sfumature. Qui le istruzioni per organizzare il nuovo paesaggio educativo da suddividere in un biennio del gioco (per i più piccoli), un quinquennio della scoperta, uno dell’esplorazione e un biennio finale dell’affinamento o della differenziazione. Qui le modalità per programmare il tempo dell’educazione diffusa, gli elementi etico pedagogici fondamentali di riferimento e i caratteri delle figure educative indispensabili ad accompagnare bambini e ragazzi nei loro mondi vitali. A tutti coloro, insegnanti, educatori, genitori, amministratori pubblici, esseri umani ancora sensibili verso i più giovani e che vogliono affermare il loro diritto a diventare ciò che sono da protagonisti e non da oggetti passivi e disciplinati, una guida precisa per effettuare questa rivoluzione.” Si tratterebbe in definitiva di mettere in pratica ‘idea espressa in poche righe nell’ultimo articolo del nostro Manifesto e che ricomprende in sé implicitamente aspetti come quelli della responsabilità, del mutuo appoggio, della lotta alla violenza, alle guerre, alla distruzione delle città, dei territori, dell’ambiente, della tutela dei diritti civili e sociali, dell’eguaglianza, della libertà…”

“Con l’educazione diffusa ognuno viene riconosciuto come persona umana nelle sue caratteristiche costitutive di unicità, irripetibilità, inesauribilità e reciprocità. L’educazione non deve fabbricare individui conformisti, ma risvegliare persone capaci di vivere ed impegnarsi: deve essere totale non totalitaria, vincendo una falsa idea di neutralità scolastica, indifferenza educativa, e disimpegno. L’educazione diffusa promuove l’apprendistato della libertà contro ogni monopolio (statale, scolastico, familiare, religioso, aziendale).”
In uscita tra qualche settimana il secondo saggio “storico” con una recensione del testo del “Sistema dell’educazione diffusa” sulla rivista di Unicaen (Università della Normandia) Le Télémaque. Consigliamo la lettura per un aggiornamento della storia travagliata dell’educazione diffusa.

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