Éducation Nouvelle?

Nota personale di Giuseppe Campagnoli

L’ establishment pedagogico e di ricerca educativa si conferma un po’ autoreferenziale anche in versione europea e globale. L’ avevamo già intuito e scritto. Il modello di sistema scolastico occidentale, e non solo, resiste a tutte le autentiche innovazioni soprattutto quando si prospettano come vere e proprie rivoluzioni e inventa spesso dei surrogati che mantengono stereotipi e punti fissi della vecchia “scuola”. Ecco l’ultimo raccontino epistolare sull’attenzione verso l’educazione diffusa. 

Dalla nota inviata agli organizzatori del convegno di Éducation Nouvelle di Verona a novembre 2026

La proposta:

“Un contributo sulle controversie intorno all’educazione diffusa

Buongiorno,

In allegato troverete un contributo critico sull’idea di educazione diffusa, che potrebbe eventualmente servire come base di riflessione per le persone o le associazioni impegnate nell’“Educazione nuova” e nel convegno di novembre a Verona. Per chi desidera consultare documenti, articoli e informazioni sull’educazione diffusa, consiglio di visitare il sito della nostra Associazione.

Giuseppe Campagnoli

La risposta

«Gentile Signore,

grazie per questo contributo spontaneo che mi ha permesso di scoprire il concetto di “educazione diffusa”, che in realtà non fa altro che dare un nome diverso a ciò che l’Educazione Nuova e l’educazione attiva pongono al centro del proprio progetto da sempre. Come l’”empowerment” ai suoi tempi, che ha rinominato con modernità il vecchio concetto di poter agire, anche l’”educazione diffusa” ribadisce la necessità di considerare la complementarità degli spazi educativi (famiglie, tempo libero, cultura, ecc.), ribadisce l’importanza di una scuola aperta al suo ambiente, ribadisce il valore del contesto ecc. Insomma, niente di nuovo!

Jean-Luc Cazaillon

Cemea

La controreplica

«Buongiorno,

grazie molte. In realtà, leggendo i due saggi pubblicati sulla rivista Le Télémaque (n° 60 e 67), si capisce che non si tratta affatto di “niente di nuovo”: si tratta di un vero e proprio sistema educativo rivoluzionario, che coinvolge e integra a tempo pieno tutta la città e il territorio, con la loro urbanistica e la loro architettura, al di là di ogni modello o teoria pedagogica. Molto oltre, anzi.

Questa è la differenza fondamentale.

L’educazione diffusa, in definitiva, viene boicottata perché fa paura. Non è un’idea astratta, ma una pratica che fa saltare la logica del controllo, delle gerarchie, della standardizzazione e della burocrazia che governano la scuola tradizionale. Un sistema che permette di imparare davvero attraverso la vita reale, in modo libero e autonomo, sottrae potere ai ministeri, alle istituzioni e alle corporazioni che traggono profitto dalla formazione. È più comodo liquidare il tutto come “utopia” piuttosto che ammettere che il modello attuale è obsoleto, inefficace e ingiusto.

È per questo che l’educazione diffusa viene deliberatamente ignorata: non perché non funzioni, ma perché rischia di funzionare troppo bene.

Comunque, grazie per l’attenzione e per queste informazioni. Se qualcuno volesse approfondire davvero la questione, sono a disposizione.

A presto,

Giuseppe Campagnoli

A presto?

FINE?

FINE, decisamente no.

La controdeduzione costruttiva al programma di Convergence(s) che ha comunque il pregio di voler far convergere appunto esperienze ed idee per una nuova educazione, dimostra che non riesce affatto, a mio avviso, a fare dei veri passi avanti per oltrepassare l’attuale modello scolastico globale, a dispetto di Freinet, Ferrière, Illich, Montessori e tanti altri rivoluzionari, citati pure come nostri riferimenti nell’ultimo saggio su Le Télémaque: https://www.pedagogia.it/blog/2026/02/17/cronaca-morale-il-sistema-delleducazione-diffusa/. La mia esperienza di alunno figlio di maestri elementari cresciuto in una virtuosa integrazione tra il metodo di Freinet e quello di Ferrière, la scuola attiva in una realtà rurale, di architetto passato dalla mercanzia dell’immobiliare privato e pubblico ad una ricerca teorica e pratica sull’architettura dei luoghi della cultura e dell’educazione fino a giungere al concetto di ultra architettura e di città educante, di insegnante e direttore di scuola artistiche oltre che responsabile dell’Ufficio Studi di una Direzione scolastica regionale pubblica, mi ha condotto a condividere l’idea dell’educazione diffusa con Paolo Mottana filosofo dell’educazione della Bicocca di Milano in un Manifesto pubblicato nel 2018 e sfociato nel 2023 in una vera e propria proposta di un Sistema educativo alternativo da attuare nel tempo con la spinta di un’ apposita Associazione no profit.

I punti principali del progetto Convergence(s) si possono facilmente in parte controbattere e in parte integrare e condividere in una accezione più unitaria e multiforme:

  1. Agire per la protezione dell’ambiente è parte integrante della nostra Area esperienziale dedicata alla natura mentre il concetto di cultura della pace permea l’idea stessa dell’educazione diffusa e si concretizza nell’Area del Servizio Sociale e in quella dell’Indagine. Le aree indicate sono contenute nel testo di Paolo Mottana “Il Sistema dell’educazione diffusa” ( https://www.lafeltrinelli.it/sistema-dell-educazione-diffusa-struttura-libro-paolo-mottana/e/9788885518537? ) e nella recensione “Cronaca Morale.Il Sistema dell’Educazione Diffusa” pubblicata in francese nel n.67 della Rivista Accademica Le Télémaque e in versione tradotta nella rivista Pedagogika di cui abbiamo indicato il link nel periodo precedente.
  2. L’ Educazione diffusa supera per sua natura la distinzione tra educazione formale e informale e l’obsoleto paradigma insito nel termine “scuola” e contiene in sé i concetti di interculturale, di educazione ai diritti umani, di coesione sociale, di eliminazione delle disuguaglianze, perfino dell’obbiettivo del “successo” scolastico indicato con un termine meritocratico e quasi mercantile che perfino Hugo disprezzava.
  3. Tutte le proposte concrete e le azioni che no sto a declinare una per una che Convergence(s) elenca come modalità di attuazione del programma erano implicite nel testo del citato Manifesto dell’Educazione diffusa nato tra il 2012 e il 2016 e pubblicato a Roma nel 2018 con centinaia di adesioni e condivisioni attive.
  4. Da ultimo ma non per ultimo il concetto di “Comunità educativa aperta” abusata terminologia di tante proposte “innovative e alternative” è nell’essenza dell’educazione diffusa coniugata con quella indissolubilmente legata della città e società educanti.

Ricorrono ahimè ancora i termini di “scuola”, di “investimento”, di “educazione pubblica” di “giustizia ed inclusione” e tanto altro, in una connotazione di mero restauro e riuso (passatemi il termine da architetto) del sistema vigente piuttosto che di urgente rifondazione ab ovo come ha scritto più volte il mio amico e collega Paolo Mottana.

Tutto ciò premesso ed ammesso ci piacerebbe, come Associazione, far parte del sodalizio di Convergence(s) anche in veste di una punta forse un po’ visionaria dell’idea di educazione ma già in parte provata sul campo con piccole ma significative esperienze in diversi territori, non come modelli pedagogici o didattici ma come avanguardie di un vero e proprio sistema educativo alternativo a quello di fatto imperante nel mondo occidentale e non solo (per i vizi e le aberrazioni coloniali). Restiamo in attesa di un cenno di vera attenzione.

BRICOLAGES

Da un articolo su Il Manifesto, “quotidiano comunista” a cura del divulgatore scientifico e astronomi Luca Tancredi Barone. Ripreso dal blog ReseArt

Ho sempre citato i “bricolages educativi”, giochini parapedagogici che tanto scalpore fanno nei media ma lasciano la scuola di fatto così com’è in ogni parte del mondo, anzi, in molti casi la ricacciano nelle più retrive sponde della rivoluzione industriale e degli autoritarismi di inizio ‘900. “E crearono la scuola come il diavolo aveva ordinato” scriveva Adolphe Ferrière. I suoi adepti di ieri e di oggi perseguono la stessa misera opera magari edulcorando e rivestendo la stessa materia di lustrini e di coriandoli. Non scrivo questo pezzo nel sito della nostra Associazione (http://educdiffusa.org) perché è una riflessione che deriva dalla mia storia personale, una storia che mi ha visto formato alle elementari con la “scuola attiva” e sovversiva di Freinet e Ferrière appunto, che mi ha catapultato fin dai miei studi liceali e universitari nel mondo dell’educazione attraverso l’arte e l’architettura. La mia tesi fu filo progetto di una università e fui abilitato alla professione di architetto con un progetto per una scuola materna (così si chiamava allora con un brutto titolo). Il mio primo edificio pubblico realizzato e snaturato stato quello di una scuola media! Una predestinazione chiara. Tutto ciò mi ha portato nel tempo a rinnegare la pratica progettuale e costruttiva di reclusori scolastici ( ce n’era già un’avvisaglia nella mia tesi) come a tornare a concepire l’educazione e non la scuola come fulcro della crescita e dell’apprendere delle persone dalla vita più che dalle nozioni, dalle esperienze guidate più che dalle giaculatorie e dalle mnemosi. 

Dopo un percorso che tanti conoscono e che resta ostinatamente nel solco dell’educazione diffusa oggi, nonostante le mie diatribe in merito all’educazione e alla “scuola”con un quotidiano radicale che apprezzavo e che oggi trovo ahimè poco più che liberaleggiante, ritrovo nel Manifesto l’ennesima recensione-intervista quasi entusiasta su un metodo di “fare scuola” che pare essere giudicato innovativo. Le parole s-chiave e le giaculatorie son sempre le stesse: classe, scuola, programmi, anglismi importati a gogo, rendimento, lezione, lavoro di gruppo…Se la lingua è pensiero siamo proprio messi male. E se si spaccia l’ennesimo bricolage pedadidapsicoattico per abbandono della scuola tradizionale, ancora peggio. E poi si continuano a osservare a giro trionfi e trionfetti con echi di trombette per escamotages parainnovativi da comuni, scuole, associazioni, pontificatori bricopedagogici, utili solo a mettersi medaglie e medagliette da bravi assessori, da bravi presidi, da bravi insegnanti, da bravi educatori, da bravi genitori et cetera, coetera. E allora ecco l’orticello nel reclusorio scolastico, l’auletta verde gialla e blu nel reclusorio scolastico, la stanzetta dell’arte, della musica, la festicciola di fine anno, di quartiere, la festicciola stradale e chi più ne ha più ne metta. Tutto ciò fa molto comodo al divide et impera di chi governa l’istituzione scuola a tutti i livelli e la sta già plasmando come il meglio del paradigma gentiliano e pure bottaiano condito di contentini para modernisti ma nel triste solco della demagogia dei famigerato decreti delegati e di certe riformicchie anni 70, 80, 90 e 2000. Come se non ci fossero mai state persone come Fourier, Foucault, Ferrière, Freinet, Montessori, Milani, Hilmann, Dewey, Illich, Freire…insieme a chi oggi ne vorrebbe replicare, in un nuovo repertorio integrato, le eccezionali idee rivoluzionarie mai del tutto messe in campo.

Leggiamo e piangiamo ancora se possibile, oppure….

Torniamo alla novità didattica di cui tratta l’articolo che stavolta riguarda l’oltreoceano anglo e sassone cui molti nella nostra scuola da tempo si sono aggregati in varie forme di discutibili invenzioni pedagogiche e didattiche spesso assai mercantili.

È una casualità che l’autore dell’articolo sia un astronomo? Non sarebbe stato meglio un astrologo?

Luca Tancredi Barone

C’è un professore di matematica che vorrebbe che tutti gli studenti stessero in piedi in classe. Davanti a una lavagna. Divisi per gruppi rigorosamente aleatori. Con un problema che non abbiano mai visto e che debbano scalare come una montagna. E assicura che in questo modo la maggior parte degli alunni pensano la maggior parte del tempo. Il sogno di qualsiasi professore: alunni attenti, reattivi, che non si arrendono davanti alla difficoltà, che collaborano tra loro per superare ogni ostacolo. Lui si chiama Peter Liljedahl, è svedese, ha 59 anni e lavora all’università Simon Fraser a Vancouver in Canada come professore di didattica della matematica. Il suo metodo si chiama Thinking Classroom, o «classi pensanti» e lo racconta in un libro ancora non tradotto in italiano intitolato Building Thinking Classrooms in mathematics, del 2020. Un libro che è diventato un piccolo caso editoriale nel mondo della didattica della matematica ed è già stato tradotto in tedesco, spagnolo, francese, greco e olandese. Liljedahl viaggia molto per incontrare altri ricercatori e soprattutto per entrare nelle classi (dice che entra in più di 120 classi diverse ogni anno). È stato anche a Milano qualche giorno fa per organizzare un workshop coi docenti, una conferenza e una tavola rotonda. Il dibattito sull’innovazione pedagogica è sempre molto aspro, ma lui propone una serie di misure che ha studiato accuratamente per più di un decennio.

Nel suo libro parla di quattordici pratiche diverse. Quali sono quelle più significative?
Abbiamo dimostrato con dati che ognuna di esse migliora il pensiero e porta a un apprendimento migliore. E che sono in armonia tra loro. I gruppi casuali e le lavagne bianche verticali cancellabili sono, di gran lunga, le pratiche che hanno il maggiore impatto nel modificare il comportamento degli studenti, allontanandoli dalla passività, dall’inattività e dall’impotenza appresa. La ricerca è chiara su questo. Tuttavia, solo con questo non si ottengono i risultati sperati. Ma se lo combiniamo con un insieme di altre pratiche, e soprattutto con il modo in cui chiudiamo la lezione, dove trasformiamo davvero il pensiero in apprendimento, allora vedremo grandi risultati.

E quali hanno il maggiore impatto sul rendimento individuale degli studenti?
Abbiamo studiato anche questo. Io stesso ho ricevuto una formazione molto tradizionale: una piccola percentuale degli studenti riesce ad avere successo in matematica anche così. Quando ho iniziato a insegnare, ero convinto che quello fosse il modo migliore per farlo. Pensavo che l’avrei fatto meglio, più divertente e più interessante. Ma mi sono reso conto che i buoni risultati sparivano in poco tempo: i miei migliori studenti l’anno dopo tornavano con difficoltà. Osservando meglio mi sono accorto che gli studenti in classe non pensavano. E senza pensiero – come ci insegnano le scienze cognitive – non c’è apprendimento. L’apprendimento è una possibile strada verso il rendimento. Ma anche la mera imitazione lo è. Ho analizzato dati sul rendimento. La pratica che ha il maggiore impatto sul rendimento individuale degli studenti è il modo in cui collaborano. Al secondo posto c’è il modo in cui chiudiamo la lezione. E non credo che questo sia esclusivo del Thinking Classroom. Se non consolidiamo il pensiero aiutando gli studenti a organizzarlo, strutturarlo e formalizzarlo in modo che sia facile da ricordare, allora semplicemente lo dimenticheranno.

La chiusura di una lezione in cui può succedere di tutto continuamente è sempre complicata.
Come docenti, il nostro principale nemico è il tempo. Abbiamo una serie di cose che vogliamo fare e, se non ci riusciamo, non possiamo arrivare a una buona conclusione della lezione. Quello che la mia ricerca mi ha insegnato è che dobbiamo dedicare un terzo del tempo alla chiusura. Sembra molto, ma il rischio è che tutto ciò che è stato fatto prima non serva a nulla se poi verrà dimenticato. Da allora, ho iniziato a ritagliare uno spazio per la chiusura, invece di aspettare che arrivasse.

Molti credono che abbandonare il sistema tradizionale porti al fallimento scolastico.
È una critica molto comune, ma è falsa. Nei paesi che conosco meglio, Stati Uniti e Canada, posso assicurare che se entri in una qualsiasi classe, nell’85% dei casi entrerai in una tradizionale. E il Canada cerca da 30 anni di introdurre innovazione pedagogica. Immagino che qualcosa di simile accada anche in altri paesi. Quindi, semmai, si potrebbe sostenere che il peggioramento dei risultati scolastici dipenda più dallo status quo che dal cambiamento.

C’è sempre un dibattito sui programmi scolastici: più rigidi, più flessibili, più verticali o più orizzontali. È più importante quello che si insegna o come lo si insegna?
In tutti i paesi si è investito moltissimo nella costruzione di programmi molto ben strutturati, sia verticalmente sia orizzontalmente, che abbiano coerenza cognitiva, struttura logica, progressione sensata e preparazione allo sviluppo. Bene, tutto questo avrà davvero importanza solo per uno studente che, l’anno precedente, ha imparato tutto, lo ha compreso completamente, lo ha padroneggiato del tutto e lo ricorda 12 mesi dopo. Quale percentuale degli studenti rientra in questa categoria? Nella maggior parte di noi ci saranno lacune, ricorderemo frammenti, archivieremo le informazioni in modo errato o faremo generalizzazioni non corrette. Il nostro cervello ci gioca brutti scherzi: è semplicemente la natura dell’apprendimento. Non apprendiamo come dice il programma, per quanto coerente e chiaro sia. Ma non importa: soprattutto se lo facciamo attraverso il dialogo in piccoli gruppi, dove le conoscenze possono essere condivise. Andrà tutto bene perché facciamo così da 170 anni. Questa è la realtà dell’educazione: un programma lineare e logico si confronta con uno studente non lineare e che pensa cose senza senso. Questo non significa che non dobbiamo sforzarci di creare un buon programma, ma dobbiamo anche accettare la realtà che chi lo utilizza non è un apprendista perfetto. Quindi non bisogna santificare il programma scolastico.

Quale problema educativo non può risolvere il metodo del «Thinking Classroom»?
Per esempio, la povertà. Non risolverà la disuguaglianza. Né le condizioni socioeconomiche, né la neurodiversità che troviamo nelle aule. Però abbiamo dati molto solidi che dimostrano che questi problemi possono esserne mitigati. Il Thinking Classroom crea maggiore equità nell’accesso alle classi, dà accesso a più studenti indipendentemente dalla loro posizione socioeconomica, crea aule più inclusive per tutti. Ma questi problemi continueranno sempre a esistere. Lo scopo dell’educazione è proprio quello di mitigarli.

Thinking Classroom…ma sempre Classroom è. Tutto il mondo è terribilmente paese anche in fatto di educazione.

Chronique morale

Un système pour l’éducation diffuse

Pubblicata su Pedagogika la versione italiana dell’articolo apparso a gennaio sulla rivista Le Télémaque (n.67/2025) edita da Presses Universitaires de Caen.

https://www.pedagogia.it/blog/2026/02/17/cronaca-morale-il-sistema-delleducazione-diffusa/

Une révolution dans l’éducation à l’école publique

Una rivoluzione in educazione per oltrepassare la scuola pubblica

Per glissare in modo decisamente dissenziente rispetto al melenso, ottuso, pericoloso e, a volte, anche violento, dibattito sulla cosiddetta “scuola pubblica”, e i suoi tristi riti: esami, voti, disciplina e discipline, insegnanti e presidi, orari, indicazioni nazionali etc. ecco un’anticipazione, in lingua italiana, di brani significativi tratti dal corpus del saggio-recensione che apparirà nel prossimo numero (67) previsto in autunno della rivista accademica francese Le Télémaque edita dall’Università di Caen.

“A partire dalla storia dei fondamenti filosofici, pedagogici e urbanistici ben riassunti nello studio pubblicato su Télémaque n. 60 nel 2022, il percorso dell’idea di educazione diffusa ha preso la direzione della formazione e della sperimentazione, come progetto pilota nella realtà scolastica e pedagogica italiana, valido anche a livello internazionale, dato che i modelli scolastici pubblici sono ovunque abbastanza simili. Tutto ciò è stato possibile anche grazie alla pubblicazione del testo-guida Il sistema dell’educazione diffusa di Paolo Mottana[1], scritto con un breve intervento di Giuseppe Campagnoli sulla città educativa, contenente alcuni suggerimenti sugli spazi dell’apprendimento. Il libro passa dalla teoria alla pratica e serve anche ad avviare un vero e proprio processo di progressiva sostituzione del paradigma scolastico italiano, con l’idea di un’educazione diffusa nel campo pubblico. L’autore Paolo Mottana è professore di filosofia dell’educazione e di ermeneutica della formazione e delle pratiche immaginali all’Università di Milano-Bicocca; ha inoltre insegnato all’Università di Firenze e all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Per quanto riguarda la contro-educazione, che prefigurava – in un singolare parallelismo di affinità elettive con l’idea di scuola diffusa di Giuseppe Campagnoli – la vera educazione diffusa, Paolo Mottana si adopera da tempo per affermare un principio vitalista nelle politiche educative, radicato in un universo stratificato di riferimenti tradizionalmente associati alla corrente dell’antipedagogia (Ivan Illich, René Schérer, Paul Goodman, Raoul Vaneigem, ecc.). Il termine “contro-educazione” non vuole indicare un atteggiamento radicalmente contrario all’azione educativa, anche se istituzionalizzata e organizzata, bensì una sua conversione che sostituisca l’imperativo e i dispositivi ascetici e disciplinari egemonici con un orientamento più incline a valorizzare, in ogni ambito dell’azione educativa, le ragioni dell’eros, della passione, dell’affermazione vitale. Si apprende nel mondo e attraverso il contatto con la realtà: esplorandola, vivendola, facendone esperienza e modificandola. Questo avviene anche mediante la riflessione, l’intervento e il contributo alla creatività, all’immaginazione e alla freschezza proprie delle giovani generazioni, purché non vengano represse né imprigionate. Tutti noi abbiamo da guadagnare dal loro ritorno nella vita sociale. Forse il mondo tornerà a essere a misura d’uomo. [1] Cfr. P. Mottana, Il sistema dell’educazione diffusa, Milano, Dissensi Edizioni, 2023.

Basandosi su tante premesse storiche, nonché su diverse teorie ed esperienze, il terzo libro conclude la trilogia fondamentale dell’educazione diffusa. Si presenta come una guida per costruire un vero e proprio sistema educativo alternativo a partire dalla scuola pubblica, in una logica di “intessitura e ritessitura”. Questo sistema si basa su sperimentazioni, prove sul campo e programmi flessibili e orientati all’esperienza. Non si tratta né di un metodo né di una teoria pedagogica, ma di un autentico modello scolastico rivoluzionario. Il testo, concepito più come manuale pratico che come saggio teorico, rappresenta una mappa agile e adattabile. Propone strumenti per mettere in atto, nella scuola pubblica e altrove, un sistema totalmente diverso da quello tradizionale, che, declinato in più varianti a seconda dei contesti, è già in fase di sperimentazione in Italia, in Europa e in molti Paesi extraeuropei. Le parole chiave del “sistema dell’educazione diffusa” comprendono: ambiti di esperienza, portale e base, “curricolo”, mentore ed esperti, scoperta, esplorazione, differenziazione e affinamento. Queste nozioni si contrappongono a concetti ormai obsoleti come: materie, programmi, classi, aule, edificio scolastico, orari rigidi, disciplina e classificazione. Il libro propone un approccio progressivo e dettagliato, descrivendo le diverse età dell’infanzia e dell’adolescenza in relazione a suggerimenti, indicazioni e riferimenti concreti. Attraverso l’analisi delle parole chiave dell’educazione diffusa, poste in confronto con i concetti opposti dell’educazione tradizionale, l’opera mostra come superarli. Lontano dalla sola critica, il testo offre spunti innovativi per trasformare l’educazione. Infine, un collage tra il Manifesto del 2018, brani di libri e centinaia di articoli pubblicati sull’argomento, esplicita tali concetti chiave in una prospettiva di contro-educazione. Questa sintesi offre una visione globale e accessibile dei principi fondamentali dell’educazione diffusa, mettendo in luce la sua vocazione a superare il modello educativo convenzionale.

La dispersione scolastica

Se ci si perde spesso – sotto forme ormai dilaganti – all’interno di un paradigma educativo proprio del sistema scolastico attuale, ciò è dovuto anche a vari fattori, come le condizioni sociali ed economiche. Tuttavia, il fattore principale risiede in un sistema educativo complesso, segnato da obblighi, vincoli, controlli, obbedienza, saperi unidirezionali, classificazioni e graduatorie, nonché dall’isolamento dalla società e dal mondo esterno. La dispersione, segno di disperazione, affonda le sue radici nella scuola pubblica, nella famiglia e nella società, dentro e fuori da ciò che chiamiamo scuola pubblica. La fuga crescente di studenti e cittadini verso alternative alla scuola, incluse forme “educative” spesso discutibili, elitarie, ghettizzate o fantasiose, testimonia questo fenomeno. Impedire le sperimentazioni necessarie per un cambiamento radicale e urgente della scuola pubblica, o in prospettiva per superare “questa scuola pubblica”, sarebbe un errore fatale, che alimenterebbe ancor più la fuga verso il privato, lo sfruttamento del lavoro minorile, o peggio. Se l’educazione pubblica deve significare libertà di insegnamento e di apprendimento (cosa, dove, come e con chi), nel rispetto della Costituzione che afferma che “l’obbedienza non è una virtù”, e dove l’obbligo diventa garanzia di un diritto, allora usiamo pienamente l’aggettivo pubblico.

Classificazione e valutazione

L’educazione diffusa estirpa la sfortuna delle valutazioni insensate tramite attività reali, che consentono di correggere sul campo eventuali cadute, imperfezioni e fallimenti. Solo il processo di realizzazione – e non il risultato finale – costituisce un documento vivo, che permette di determinare se quanto è stato fatto è valido e riproducibile, oppure se necessita di revisione e correzione (Il Manifesto dell’educazione diffusa, AAVV 2018). È preferibile adottare un approccio molto prudente per non rimettere in discussione la disciplina che la scuola ha finora instaurato con il sistema di valutazione e, più in generale, con un atteggiamento minaccioso verso i contenuti dell’apprendimento. Si tratta di collegare, in ogni modo possibile, le conoscenze ritenute essenziali alle esperienze che gli adolescenti possono attuare sul territorio e nella vita. Le verifiche e le valutazioni, come già evidenziato nei primi due volumi sull’educazione diffusa, si effettuano implicitamente nel cuore dell’esperienza, accompagnandola il più a lungo possibile, raggiungendo risultati e interiorizzandone la complessità, la bellezza e il quoziente emotivo che ne costituisce, di fatto, il principale sostegno. Senza un coinvolgimento emotivo positivo, anche nella fatica, non esiste un vero apprendimento.

La disciplina

Quello che si osserva sempre più frequentemente nei media è un miscuglio caratterizzato da confusione, violenza, obblighi insensati, regole di convivenza civile inesistenti o meramente formali, totale demotivazione e sforzi vani per salvare una scuola irrimediabilmente perduta da decenni. Tra insegnanti che vessano gli studenti e viceversa, con estremi di intolleranza sempre più diffusi, una mancanza di rispetto reciproco che sfocia nella violenza e un’evidente assenza di orientamenti pedagogici o di reali innovazioni educative. Lo studente che si impegna e partecipa a questo cosiddetto “dialogo educativo” lo fa spesso per rassegnazione, davanti a un destino quasi intoccabile, oppure perché è soggetto alla competizione scolastica e alle pressioni familiari, ereditate dal proprio percorso scolastico e familiare. In alcuni indirizzi, l’insegnante si trova costretto, suo malgrado, a una lotta costante e dolorosa per mantenere un minimo di civiltà in classe. Solo in contesti specifici e a determinate condizioni si riesce a realizzare prove pedagogiche efficaci, quando l’insegnante (molto raramente) possiede anche solo alcune conoscenze essenziali e applicabili. Il fatto è che oggi, in ogni notizia di cronaca scolastica, si registrano episodi di violenza, non solo verbale, ma anche di intimidazione, provocazioni incessanti e delitti nei confronti degli insegnanti, anche quelli che cercano di avviare un dialogo educativo più avanzato, spesso limitati dalla preparazione teorica acquisita tramite i crediti universitari (dove i tirocini pratici sono quasi inesistenti per mancanza di tempo e risorse in vista di concorsi grotteschi). Non esistono, come alcuni sostengono, “bravi” o “cattivi” insegnanti nella maggior parte dei casi. Ciò che è molto più preoccupante sono situazioni così pervasive che nessun docente – bravo o meno – potrebbe immaginare di poter gestire. Quando ci provano, si scontrano con muri di pietra o di gomma, a seconda dei casi, e ne soffrono emotivamente e professionalmente, spesso in modo grottesco, accusati di non saper coinvolgere, motivare o interessare. Ma nessuno si pone la domanda: in certe situazioni, è ragionevole aspettarsi l’impossibile? Molti adolescenti non vogliono essere dove si trovano, ci sono stati messi a forza, senza vera scelta. Cercano solo un modo per non annoiarsi e vivere la loro vita, talvolta creando atmosfere vicine a mini Arancia meccanica. L’unica soluzione praticabile è avviare un cambiamento radicale prima che la situazione degeneri in una vera e propria “guerra scolastica”, come purtroppo è già accaduto in molti Paesi che hanno vissuto scenari simili (Stati Uniti, America Latina, Francia, per esempio).

La scuola di cosa?

L’educazione diffusa – e non più la scuola che istruisce e forma – costituisce la base di tutte le idee, perché è autonoma, libera e globale. Attraverso l’educazione è possibile costruire o ricostruire concetti essenziali come la pace (e la guerra), la salute, l’economia, la città, la natura, la politica, la proprietà e, in generale, la vita stessa. Ma la condizione fondamentale è che l’educazione avvenga principalmente attraverso l’esperienza vissuta, la vita stessa, con una serie infinita di quelli che molti chiamano “shock educativi”, che si producono durante molteplici esperienze e osservazioni, ricerche, incidenti, studi, ritorni e condivisioni vissute, e che si esprimono attraverso un’intelligenza unica, multiforme e multiversale. Tutto questo si svolge nelle diverse scene dell’apprendimento, che vanno dal corpo alla natura, dall’immaginazione all’arte, dalle storie reali e immaginarie, dalla scienza in ricerca incessante e senza dogmi, dal linguaggio che è pensiero, e dalle relazioni umane che non sono separate le une dalle altre, ma rappresentano un’interconnessione continua di contatti molteplici e variati. L’istruzione, la formazione, l’addestramento sono sovrastrutture parziali e strumentali dell’educazione, che per sua natura non può essere codificata né cristallizzata in procedure, programmi o valutazioni di competenze e conoscenze determinate da poteri dominanti, più o meno fondati su consensi discutibili, quando non indotti, imposti o manipolati, apertamente o in modo subliminale.”

Educazione diffusa: dove, quando e con chi.

Riprendo un articolo del 2020 per una dissertazione leggera su un argomento spinoso.

“Prendo spunto da un appello collettivo su Libération di oggi legato alla questione delle scuole parentali per riflettere ancora sull’idea concreta di educazione coniugata con le difficoltà del tempo. Si tratta di un appello a doppia faccia perché l’educazione non va comunque parcellizzata tra outdoor, parentale, senza quello o senza questo, cooperante, dei piccoli e grandi paesi e delle piccole e grandi scuole, laboratori qui e là, ma resa totale e diffusa con una virtuosa integrazione tra pubblico e volontario incidentale sia esso sociale  che familiare e finalmente frutto di un virtuoso repertorio tra le mille spurie esperienze storiche e attuali. Superare le “educazioni distratte” per una unica educazione diffusa pubblica, cioè collettiva e sostenuta da tutti, è la via migliore per garantire pari opportunità a tutti nella vita e per non cedere ad élite opportuniste o esibizioniste spazi tali da privilegiare parti della popolazione a discapito di altre. L’ educazione (con tutto ciò di implicito che si porta dietro: istruzione, formazione, crescita consapevole, partecipazione, eguaglianza, gioco, ambiente, etc..) non deve separare  e classificare ma unire e rendere liberi e autonomi servendosi delle risorse della collettività (stato, finché ci sarà, cittadini, associazioni, politica, cultura, arte, natura…).

“In Francia (come in parte anche in Italia) l’istruzione è obbligatoria, ma i bambini possono essere istruiti al di fuori del sistema educativo statale o anche di qualsiasi istituzione scolastica, ciò che comunemente si chiama «istruzione parentale » secondo il principio della libertà pedagogica garantita. Da poco più di vent’anni, i governi successivi, sia di destra che di sinistra, non hanno cessato di limitare progressivamente questa libertà a colpi di rimaneggiamenti delle norme sull’istruzione e di restringere così la morsa del controllo istituzionale statale sulla formazione dei bambini che si sono visti imporre una «base comune», dei livelli successivi e, più recentemente, addirittura un abbassamento dell’età a partire dalla quale l’applicazione delle norme educative e l’acquisizione delle conoscenze e competenze dovranno essere controllate. Tutti questi tentativi si pongono, ahinoi, sempre dentro il recinto della non abolizione della scuola attuale ma della richiesta di libertà di porvi accanto altre forme libere.Una libertà prevista da tante Costituzioni pensate a metà del secolo scorso e sul modello di una scuola più fondata sull’addestramento che sull’educazione ed appannaggio esclusivo o quasi degli stati nazionali. Il lapsus ideale è quello di insistere sul termine di istruzione e non concentrarsi invece su quello più ampio e significativo di educazione. Si continua a lasciare, mettendo incautamente in campo anche le religioni, la porta aperta, purtroppo, a forme talvolta elitarie e settarie di istruzione che moltiplicano la scolarizzazione della società invece di andare nella auspicabile direzione opposta. Ricordo per inciso una mia digressione recente sulle diverse “educazioni” in campo e sulla necessità che ne venga superata la loro fittizia e surrettizia distinzione per passare attraverso una salutare fase di descolarizzazione progressiva in funzione della contemporanea costruzione dell’educazione diffusa che le ricompone, le sintetizza superandole mirabilmente. 

https://shs.cairn.info/article/TELE_060_0161

Nella presentazione, su di una rivista universitaria francese “Le Télémaque”, di un Dossier denominato proprio “L’ educazione diffusa”, dotto e interessante dal punto di vista teorico, Didier Moreau, docente di filosofia ed educazione all’Università di Paris 8, disquisisce sui concetti di educazione formale, non formale ed informale evocando perfino Cicerone e Platone mentre rammenta un primo utilizzo en passant del termine “educazione diffusa” da parte dell’UNESCO in una accezione riduttiva di mera educazione informale, per giungere alla determinazione, fluttuante ancora nelle nebbie della dissertazione filosofica, che l’educazione diffusa è quella che provoca gli choc emotivi e li rende fonti di apprendimento. Si afferma infatti che non è solo la struttura formale che rende possibili i saperi e alimenta i ricordi e la memoria in funzione educativa: “L’esperienza forma e rende attenti e partecipi a tutto ciò che forma.” Questo pare essere in definitiva uno slogan sottotraccia dell’educazione incidentale per aree di esperienza che porta direttamente all’educazione diffusa come la intendiamo noi.
“Se la famiglia e la scuola sono sempre stati considerati i luoghi per eccellenza dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze, acquisiscono una formazione, nella idea di educazione diffusa si decide invece di esplorare un particolare aspetto dell’educazione che prescinde da queste istituzioni: l’incidentalità guidata. Ecco allora che le strade urbane, i prati, i boschi, gli spazi destinati al gioco, gli scuolabus, i bagni scolastici, i negozi e le botteghe artigiane si trasformano in luoghi vitali capaci di offrire opportunità educative straordinarie. Questa istruzione informale, non formale e incidentale, in una unica parola e idea, “diffusa”, volta alla creatività e all’intraprendenza, rappresenta una concreta alternativa a un apprendimento strutturato, programmato e chiuso in genere tra quattro mura che risponde più alle esigenze dell’istituzione e del docente che alle necessità del cosiddetto discente. Si configura così un approccio al tempo stesso nuovo e antico alle conoscenze in grado di fornire un’efficace risposta a quella curiosità, a quel naturale e spontaneo bisogno di apprendere, che sono alla base di un’educazione autenticamente libera ed autonoma, seppure guidata per i saperi da figure come i mentori e gli esperti (trasformazione virtuosa dei maestri e degli insegnanti affiancati da chi nel territorio possiede e usa saperi diversi e complessi che non si apprendono senza esperienza).“

In un altro articolo del 2023 in cui prospettavo un’azione parallela dell’Educazione diffusa, di sperimentazioni ove possibile nella scuola pubblica e di forme cooperative come modelli al di fuori della scuola statale non era stato analizzato a fondo l’aspetto logistico, burocratico ed economico. Una “scuola parentale” nell’accezione normativa italiana statisticamente comporta una spesa annuale familiare per alunno che può andare dai 2000 ai 4000 Euro a seconda delle circostanze. Nelle esperienze più economiche si ha notizia perfino di una specie d sfruttamento di educatori ed insegnanti a tempo pieno che lamentano stipendi mensili decisamente inferiori ai 1000 Euro. C’è poi l’aspetto dei costi per i luoghi dell’educazione, per le convenzioni e le intese nella “città educante” oltre che per le cosiddette basi o per i “portali” che nel sistema proposto sono fondamentali.

C’è poi la questione del riconoscimento del titolo di studio che ahinoi resta un punto fisso e rischia di ricondurre in gran parte le esperienze educative alternative a delle verifiche nozionistiche e classificatorie che comportano come minimo una preparazione parallela da declinare in base alle caratteristiche dell’istituto statale incaricato delle procedure di idoneità obbligatorie.

Occorre analizzare bene quale forma scegliere per le prove sul campo dell’educazione diffusa. Come ipotizzavo nello stesso articolo si potrebbe immaginare una specie di forma cooperativa come spin off o più semplicemente organizzata dall’Associazione stessa dell’Educazione diffusa. Questo potrebbe superare o minimizzare alcune delle problematiche esposte oltre che accedere più agevolmente a diverse forme di finanziamento.

Tutto è comunque da pensare, da progettare nel dettaglio anche in termini esecutivi rendendo concrete le indicazioni dell’ultimo nostro riferimento testuale: “Il Sistema dell’educazione diffusa” che contiene i dettagli concreti della rivoluzione educativa chiamata città educante o educazione diffusa nonché le istruzioni per organizzare il nuovo paesaggio educativo da suddividere in un biennio del gioco (per i più piccoli), un quinquennio della scoperta, uno dell’esplorazione e un biennio finale dell’affinamento o della differenziazione.

Sarebbero da applicare tutte le modalità per programmare il tempo dell’educazione diffusa, gli elementi eticopedagogici fondamentali di riferimento e i caratteri delle figure educative indispensabili ad accompagnare bambini e ragazzi nei loro mondi vitali.” Forse le due strade immaginate in parallelo condurranno più rapidamente a delle realizzazioni concrete e complete dell’educazione diffusa in città educanti. L’architettura,(come l’abbiamo ribattezzata l’ultra architettura) anche qui rimasta un po’ nel margine, dovrebbe riassumere il ruolo che le spetta integrandosi a pieno nel progetto di messa in campo dell’educazione diffusa.

Basta con la pedagogia nera!

Tutto il mondo è paese, più o meno. Quali le soluzioni?

Philippe Meirieu su Libération. 6 dicembre 2024. Traduzione e adattamento di Giuseppe Campagnoli

Un vento di repressione soffia sull’educazione. Soffia nella scuola pubblica dove lo sforzo per l’ordine e la volontà di elevare il livello si traducono sempre più in azioni di selezione ed esclusione, soffia nella guida dei giovani in difficoltà che si minaccia di separare e ronchiudere mentre si sopprimono posti di educatore. Soffia anche nell’ambito familiare dove si auspica da più parti il ritorno ai “buoni vecchi metodi che hanno dato prova della loro validità”, ricominciare a mandare i bambini nelle loro camere al minimo sconfinamento senza avere scrupolo alcuno di sanzionare pesantemente. La “rivoluzione conservatrice” è dovunque all’opera nel preferire la repressine alla prevenzione, la sanzione alla cura, l’esclusione all’inclusione degli emarginati. Mona Chollet, nel suo ultimo lavoro, sottolinea che questa riabilitazione soft della “pedagogia nera” ignora gli effetti disastrosi che ha prodotto nei secoli e che denunciava già Alice Miller nel 1984: il ripiegarsi su sé stessi o l’aggressività, la dissimulazione o la sopraffazione provocatoria, il trauma trasmesso alla generazione successiva. In realtà l’impazienza repressiva è sempre destinata al fallimento: se ci si acuisce sugli effetti ignorando le cause dei comportamenti fa solo crescere le trasgressioni che pretende di contenere. Si nasconde il rifiuto di adoperarsi a lungo termine per una tranquillità immediata.

Il contrario di una sciocchezza non è necessariamente una verità mentre non bisogna passare dal pessimismo radicale sull’infanzia- che giustificherebbe violenze e repressioni educative ordinarie- ad un beato ottimismo dagli effetti altrettanto pericolosi? Una pedagogia che si vorrebbe senza alcun vincolo ( di rispetto, di relazione, di dialogo) non potrebbe far sviluppare, in nome di una generica libertà, una moltitudine di fenomeni di dominio tra pari sia psicologici che sociologici? Non potrebbe accadere, in assenza di un apprendimento guidato e rigoroso, che i gruppi di bambini si dividano tra progettisti, esecutori e magari anche inattivi con il rischio di un insieme di atteggiamenti che possono segnare inesorabilmente un destino educativo e sociale? Non certo perché i bambini siano intrinsecamente malevoli ma perché vivono in una società diseguale, largamente darwiniana e non si può pretendere che se ne possano liberare spontaneamente. Le configurazioni familiari si sono molto involute e alla pseudo solidarietà della famiglia nucleare si sostituisce una rivalità parentale che spesso pone il bambino in una posizione di arbitro tra adulti che sperano sempre di essere i più amati. Tutto questo sotto l’occhio velenoso ed entusiasta dei pubblicitari di ogni genere che senza il minimo scrupolo mandano il solito messaggio. “Fa’pure il tuo capriccio, farà funzionare il mercato!”

In queste condizioni, sarebbe molto ingenuo confondere la spontaneità con la libertà. E assurdo opporre libertà e costrizione. Non c’è mai un’educazione totalmente libera. Il bambino nasce incompleto e noi scegliamo necessariamente per lui una moltitudine di cose: la sua lingua, il contesto sociale e culturale in cui viene educato, i suoi primi giochi, ciò che impara in famiglia e a scuola. La scelta non è quindi tra la presenza e l’assenza di vincoli (ci sono sempre vincoli naturali e sociali), è nell’applicazione, da un lato, di vincoli che cercano solo di rendere il bambino sufficientemente passivo da non compromettere la nostra comodità di adulto e nel lavoro, dall’altro, di percorsi non facilitati che gli permettono di accedere al pensiero critico, di superare e poter sfuggire così a tutti i blocchi dovuti al suo contesto, alle sua abilità, ai suoi errori.
Perché ci sono delle belle restrizioni, (meglio delle regole condivise): quelle che si impongono quando si entra in un tatami di judo o in un campo da calcio, quelle che si scoprono quando si è su un palco di teatro o in un laboratorio di falegnameria, quelle che siamo costretti a rispettare quando realizziamo una ricetta di cucina o partecipiamo a un giornale scolastico: le regole del «fare insieme» che sono, in realtà, le uniche a preparare i nostri bambini a “fare insieme società”.
Janusz Korczak (1878-1942), uno dei primi ad aver affermato l’importanza dei diritti del bambino, aveva imposto nelle sue scuole e orfanotrofi una sorprendente regola: a coloro che richiedevano un’attenzione immediata o la soddisfazione senza indugio dei loro capricci, diceva sempre: «Scrivimi, e ti risponderò.» Spiegava che questa tecnica della cassetta delle lettere insegnava ai bambini ad aspettare una risposta invece di chiederla subito e in qualsiasi momento. Per riflettere, per motivare un’azione, una decisione». A coloro che sostenevano di non saper scrivere per scagionarsi, diceva: «Fatti aiutare da qualcuno che sa!» Questo è certamente un po’ più impegnativo e difficile da attuare che l’ordine arrabbiato e minaccioso «corri in camera tua» o “mettiti dietro la lavagna” che siano reali o virtuali. Questo incarna invece l’esigenza educativa per eccellenza, quella stessa che è al cuore dell’Illuminismo: «Osa pensare da te.»


La si smetta dunque di contrapporre un autoritarismo sterile ad un spontaneismo ingenuo come di oscillare tra effimeri affanni e lassismo vergognoso. Educare significa mettere il bambino in situazioni in cui i vincoli e le risorse a sua disposizione gli permettono di superarsi, di cooperare, di fare “insieme”. I pedagoghi che si chiamano troppo presto “pedagogisti” hanno da tempo esplorato questa strada L’educazione popolare, oggi così bistrattata, come quella attiva hanno messo da tempo in campo delle pratiche da cui si dovrebbe trarre ispirazione oggi.”

E se la soluzione fosse l’educazione diffusa?

D(o)uce France ha

Noi non lo facemmo, loro lo stanno progettando. Ciò che sta accadendo in Italia dove i ministeri del Minculpop e del Merito stanno peggiorando, palesemente o subdolamente il quadro di una “scuola” già di per sé opprimente, classista, classificatoria e nella migliore delle ipotesi falsamente innovativa e “bricolagista” in Francia i nostri cugini stanno mettendo in campo una specie di piano in extremis in vista dell’arrivo dei postfascisti dell’esagono. Se avessero la nostra educazione diffusa, che pure hanno timidamente apprezzato in una delle loro riviste educative più note, avrebbero in mano uno strumento eccezionale di rivoluzione anche sottile ed efficace dall’interno.Un antidoto alle “scuole” tutte, liberiste, liberali e anche post fasciste. Un antidoto alla “scuola” tout court.

Qui i brani significativi di un articolo di oggi tradotto e adattato da Libération scritto da Cécile Bourgneuf

Éducation: Les cadres étudient les moyens derésister

Istruzione:  i dirigenti studiano i modi per resistere

Alti funzionari, presidi, ispettori… Anticipando un arrivo della destra estrema e del suo programma reazionario, l’amministrazione scolastica affronta il classico dilemma tra l’abbandono o la resistenza dall’interno. Fin d’ora si stanno creando legami tra coloro che intendono tenere duro.

Divise

Dobbiamo restare o andare? Lottare dall’interno o esprimere il proprio disaccordo dimettendosi? Questo dilemma, che sembra per molti irrisolvibile, agita buona parte dei dirigenti dell’istruzione nazionale francese in caso di vittoria dell’estrema destra alle elezioni anticipate, seguita dall’arrivo di un ministro Rassemblement national. Tutti pensano alle dimissioni ma con l’inconveniente di fare da soli  la pulizia che sogna la destra estrema.. Si dovrebbero lasciare gli insegnanti e i capi di istituto soli sul campo, cosa che può essere vista come una prova di coraggio o, al contrario, come un grande tradimento, operare sotto il controllo del ministro di destra per accompagnare le nuove politiche pubbliche? Se si resta, la gente dirà “ah, sono venduti, sono pronti a fare voltagabbana per soldi”».Un alto funzionario cambia idea «dodici volte al giorno» su cosa farà se la RN vince. «Rispettate il mio anonimato eh», precisa, a causa del suo dovere di riservatezza. Il ministero dell’Istruzione nazionale ha d’altronde ricordato ai suoi funzionari della funzione pubblica, in una circolare inviata per posta il 14 giugno, di rispettare tale obbligo, in particolare «in periodo elettorale».

La crisi democratica, istituzionale e politica scatenata da Emmanuel Macron con la dissoluzione dell’Assemblea nazionale dispera la dozzina di quadri e alti quadri dell’educazione nazionale sentiti da Libération. Si dicono molto preoccupati e sbalorditi. Sono tutti disgustati dalla decisione di Macron che ha abbandonato la sua amministrazione…Se il ministero e il suo apparato diventano fascisti non sarà sopportabile.

Il futuro ministro dell’istruzione nazionale può cambiare tutto il sistema o gran parte dell’apparato educativo con circolari, dice allarmata un’altra ispettrice generale.L’istruzione nazionale è molto plastica. La RN può cambiare facilmente i programmi, l’orario scolastico, la pedagogia, l’autonomia degli istituti e anche tutto l’extra scuola..» Gabriel Attal ha fatto della scuola uno strumento politico e l’RN ne farà sicuramente uno strumento di propaganda, afferma un alto funzionario di rue de Grenelle.”Attal è già andato incontro  alla linea dell’avversario legittimando le idee più conservatrici che erano anche nel campo dell’estrema destra.»

Disobbedire agli ordini palesemente illegali

Una sola cosa è possibile fare per contrastare in anticipo queste terribili premonizioni secondo l’ex consigliere dell’ex ministro dell’istruzione Jean-Michel Blanquer: basarsi sull’articolo L121-10 del codice generale della funzione pubblica che prevede che ogni funzionario  «deve conformarsi alle istruzioni del suo superiore gerarchico, salvo nel caso in cui l’ordine dato sia manifestamente illegale o tale da compromettere gravemente un interesse pubblico».

Il 14 giugno è stata redatta una petizione firmata da oltre 2.830 capi di istituto e ispettori generali per affermare che disobbediranno a un eventuale governo RN. L’obbiettivo è di sensibilizzare i colleghi per dire loro che si può utilizzare questo diritto alla disobbedienza civile, cosa rarissima nella storia dell’educazione nazionale, e che non contravviene al principio di lealtà né ad altri doveri.Infatti le idee della destra estrema sono contrarie al principio di uguaglianza in quanto difendono una scuola che gerarchizza, esclude e classifica gli alunni a scapito dei più svantaggiati.  Se i firmatari accettano di esporsi, poiché la petizione è nominativa, è perché esprimono la loro lealtà al principio di educazione per il quale sono servitori dello Stato sia sotto governi di destra, di sinistra, di centro. Ora, per l’estrema destra, la scuola è uno spazio di battaglia ideologica, che viola il principio della scuola e quindi della Repubblica, e non si sarà i valletti di una tale politica.»

Collettivi discreti

La RN vuole far tacere ogni opposizione per far regnare il terrore. Fa paura, ma a un certo punto ognuno dovrà assumersi le proprie responsabilità»,spiega uno dei 170  direttori accademici incaricati di applicare la politica ministeriale a livello dipartimentale. Da due settimane c’è questo dibattito tra tutti i colleghi di Francia per sapere se si debba agire secondo il  dovere o secondo la coscienza. Oggi quello che è più condiviso dagli ispettori e dai capi di istituto è: non voglio applicare misure di discriminazione.

Tristi déjà vu che potrebbero rinascere in chiave moderna

Se l’RN arriva al potere, può anche cambiare tutte le nomine : rettori, provveditori, amministrazione centrale. «Alcuni ministeri hanno attraversato alternanze con una certa continuità, cosa che non è il caso dell’educazione nazionale, dove le guerre scolastiche sono vive o conflittuali all’interno dell’amministrazione stessa», riferisce un’ispettrice generale. Nominati in Consiglio dei ministri dal Presidente, su proposta del ministro dell’Istruzione, i rettori rappresentano quest’ultimo nelle loro accademie o regioni, 30 in totale, e sono incaricati di far applicare le riforme, di gestire il quotidiano degli istituti. Della decina di rettori e rettrici contattati, nessuno ha voluto rispondere a Libération. Solo una piccola manciata sta considerando le dimissioni se l’RN passa. È poi c’è il ballo dei “falsi culi”, quei rettori che vogliono rimanere dicendo che saranno forse più utili agendo dall’interno. Ma a un certo punto bisogna agire quando non si è d’accordo.

«Ciò che farà male se non ci si sveglia»

Anche se alcune persone prendono in anticipo posizioni di resistenza, temo non siano rappresentative della maggioranza. Mi aspetto che siano la rassegnazione e la passività a prevalere, predice l’ex rettore e storico Jean-François Chanet. I poteri trovano sempre i loro servitori. “Le rivoluzioni nazionali, diceva Erich Maria Nota, liberano la feccia che brulica sotto l’immobilità delle pietre.” Si trovano sempre” nobili formule per mascherare l’abiezione.”

In questi due anni di governo reazionario in Italia nella cosiddetta “scuola” cosa è successo? Molto alla luce e di più sottotraccia. La minaccia di classi differenziali, le nomine ad hoc dei direttori regionali e ministeriali, la commissione per la revisione delle linee guida ministeriali in fatto di contenuti, la disciplina  e le discipline irrigidite, i divieti di far politica, i militari a scuola…Leggete gli articoli in proposito in questo sito e anche su http://comune-info.net  e capirete.

Ma soprattutto riflettete sul fatto che comunque sia questa scuola va oltrepassata con urgenza ed una delle chiavi per una innovazione radicale che scongiuri il vero pensiero unico imposto dai governi autoritari palesi od occulti in favore della libertà, dell’autonomia e della assoluta mancanza di discriminazione è proprio l’educazione diffusa dove: ” ognuno viene riconosciuto come persona umana nelle sue caratteristiche costitutive di unicità, irripetibilità, inesauribilità e reciprocità. L’educazione non deve fabbricare individui conformisti, ma risvegliare persone capaci di vivere ed impegnarsi: deve essere totale non totalitaria, vincendo una falsa idea di neutralità scolastica, indifferenza educativa, e disimpegno. L’educazione diffusa promuove l’apprendistato della libertà contro ogni monopolio (statale, scolastico, familiare, religioso, aziendale)”. 

Manifesto dell’educazione diffusa

 

WordPress.com.

Su ↑