Éducation Nouvelle?

Nota personale di Giuseppe Campagnoli

L’ establishment pedagogico e di ricerca educativa si conferma un po’ autoreferenziale anche in versione europea e globale. L’ avevamo già intuito e scritto. Il modello di sistema scolastico occidentale, e non solo, resiste a tutte le autentiche innovazioni soprattutto quando si prospettano come vere e proprie rivoluzioni e inventa spesso dei surrogati che mantengono stereotipi e punti fissi della vecchia “scuola”. Ecco l’ultimo raccontino epistolare sull’attenzione verso l’educazione diffusa. 

Dalla nota inviata agli organizzatori del convegno di Éducation Nouvelle di Verona a novembre 2026

La proposta:

“Un contributo sulle controversie intorno all’educazione diffusa

Buongiorno,

In allegato troverete un contributo critico sull’idea di educazione diffusa, che potrebbe eventualmente servire come base di riflessione per le persone o le associazioni impegnate nell’“Educazione nuova” e nel convegno di novembre a Verona. Per chi desidera consultare documenti, articoli e informazioni sull’educazione diffusa, consiglio di visitare il sito della nostra Associazione.

Giuseppe Campagnoli

La risposta

«Gentile Signore,

grazie per questo contributo spontaneo che mi ha permesso di scoprire il concetto di “educazione diffusa”, che in realtà non fa altro che dare un nome diverso a ciò che l’Educazione Nuova e l’educazione attiva pongono al centro del proprio progetto da sempre. Come l’”empowerment” ai suoi tempi, che ha rinominato con modernità il vecchio concetto di poter agire, anche l’”educazione diffusa” ribadisce la necessità di considerare la complementarità degli spazi educativi (famiglie, tempo libero, cultura, ecc.), ribadisce l’importanza di una scuola aperta al suo ambiente, ribadisce il valore del contesto ecc. Insomma, niente di nuovo!

Jean-Luc Cazaillon

Cemea

La controreplica

«Buongiorno,

grazie molte. In realtà, leggendo i due saggi pubblicati sulla rivista Le Télémaque (n° 60 e 67), si capisce che non si tratta affatto di “niente di nuovo”: si tratta di un vero e proprio sistema educativo rivoluzionario, che coinvolge e integra a tempo pieno tutta la città e il territorio, con la loro urbanistica e la loro architettura, al di là di ogni modello o teoria pedagogica. Molto oltre, anzi.

Questa è la differenza fondamentale.

L’educazione diffusa, in definitiva, viene boicottata perché fa paura. Non è un’idea astratta, ma una pratica che fa saltare la logica del controllo, delle gerarchie, della standardizzazione e della burocrazia che governano la scuola tradizionale. Un sistema che permette di imparare davvero attraverso la vita reale, in modo libero e autonomo, sottrae potere ai ministeri, alle istituzioni e alle corporazioni che traggono profitto dalla formazione. È più comodo liquidare il tutto come “utopia” piuttosto che ammettere che il modello attuale è obsoleto, inefficace e ingiusto.

È per questo che l’educazione diffusa viene deliberatamente ignorata: non perché non funzioni, ma perché rischia di funzionare troppo bene.

Comunque, grazie per l’attenzione e per queste informazioni. Se qualcuno volesse approfondire davvero la questione, sono a disposizione.

A presto,

Giuseppe Campagnoli

A presto?

FINE?

FINE, decisamente no.

La controdeduzione costruttiva al programma di Convergence(s) che ha comunque il pregio di voler far convergere appunto esperienze ed idee per una nuova educazione, dimostra che non riesce affatto, a mio avviso, a fare dei veri passi avanti per oltrepassare l’attuale modello scolastico globale, a dispetto di Freinet, Ferrière, Illich, Montessori e tanti altri rivoluzionari, citati pure come nostri riferimenti nell’ultimo saggio su Le Télémaque: https://www.pedagogia.it/blog/2026/02/17/cronaca-morale-il-sistema-delleducazione-diffusa/. La mia esperienza di alunno figlio di maestri elementari cresciuto in una virtuosa integrazione tra il metodo di Freinet e quello di Ferrière, la scuola attiva in una realtà rurale, di architetto passato dalla mercanzia dell’immobiliare privato e pubblico ad una ricerca teorica e pratica sull’architettura dei luoghi della cultura e dell’educazione fino a giungere al concetto di ultra architettura e di città educante, di insegnante e direttore di scuola artistiche oltre che responsabile dell’Ufficio Studi di una Direzione scolastica regionale pubblica, mi ha condotto a condividere l’idea dell’educazione diffusa con Paolo Mottana filosofo dell’educazione della Bicocca di Milano in un Manifesto pubblicato nel 2018 e sfociato nel 2023 in una vera e propria proposta di un Sistema educativo alternativo da attuare nel tempo con la spinta di un’ apposita Associazione no profit.

I punti principali del progetto Convergence(s) si possono facilmente in parte controbattere e in parte integrare e condividere in una accezione più unitaria e multiforme:

  1. Agire per la protezione dell’ambiente è parte integrante della nostra Area esperienziale dedicata alla natura mentre il concetto di cultura della pace permea l’idea stessa dell’educazione diffusa e si concretizza nell’Area del Servizio Sociale e in quella dell’Indagine. Le aree indicate sono contenute nel testo di Paolo Mottana “Il Sistema dell’educazione diffusa” ( https://www.lafeltrinelli.it/sistema-dell-educazione-diffusa-struttura-libro-paolo-mottana/e/9788885518537? ) e nella recensione “Cronaca Morale.Il Sistema dell’Educazione Diffusa” pubblicata in francese nel n.67 della Rivista Accademica Le Télémaque e in versione tradotta nella rivista Pedagogika di cui abbiamo indicato il link nel periodo precedente.
  2. L’ Educazione diffusa supera per sua natura la distinzione tra educazione formale e informale e l’obsoleto paradigma insito nel termine “scuola” e contiene in sé i concetti di interculturale, di educazione ai diritti umani, di coesione sociale, di eliminazione delle disuguaglianze, perfino dell’obbiettivo del “successo” scolastico indicato con un termine meritocratico e quasi mercantile che perfino Hugo disprezzava.
  3. Tutte le proposte concrete e le azioni che no sto a declinare una per una che Convergence(s) elenca come modalità di attuazione del programma erano implicite nel testo del citato Manifesto dell’Educazione diffusa nato tra il 2012 e il 2016 e pubblicato a Roma nel 2018 con centinaia di adesioni e condivisioni attive.
  4. Da ultimo ma non per ultimo il concetto di “Comunità educativa aperta” abusata terminologia di tante proposte “innovative e alternative” è nell’essenza dell’educazione diffusa coniugata con quella indissolubilmente legata della città e società educanti.

Ricorrono ahimè ancora i termini di “scuola”, di “investimento”, di “educazione pubblica” di “giustizia ed inclusione” e tanto altro, in una connotazione di mero restauro e riuso (passatemi il termine da architetto) del sistema vigente piuttosto che di urgente rifondazione ab ovo come ha scritto più volte il mio amico e collega Paolo Mottana.

Tutto ciò premesso ed ammesso ci piacerebbe, come Associazione, far parte del sodalizio di Convergence(s) anche in veste di una punta forse un po’ visionaria dell’idea di educazione ma già in parte provata sul campo con piccole ma significative esperienze in diversi territori, non come modelli pedagogici o didattici ma come avanguardie di un vero e proprio sistema educativo alternativo a quello di fatto imperante nel mondo occidentale e non solo (per i vizi e le aberrazioni coloniali). Restiamo in attesa di un cenno di vera attenzione.

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Di-sperato

Sono veramente disperato. Sono disperato da uomo di scuola, di quel sistema-scuola che ho capito essere stato la disgrazia di generazioni di italiani e non solo, un sistema che ha condotto gran parte del mondo ad un pensiero di diseguaglianza accettata, di violenza, di inettitudine culturale e morale, di conflitto permanente. Sono disperato perché tutto ciò che viene proposto per rimettere al centro un’ educazione diversa, diffusa, legata alla vita e all’esperienza sulla scia storica di tanti coraggiosi pedagogisti rivoluzionari viene ignorato, sottovalutato, boicottato, quando non ostacolato e combattuto, non dal conservatorismo retrivo, autoritario e liberista ma addirittura da una sedicente area del progresso sociale e civile che proprio come primo punto del suo programma dovrebbe mettere una rivoluzione in campo educativo.

Quelli che ci hanno eluso, ignorato, glissato, tacciato di visionari utopici illusi, tra i media, la politica e l’accademia italiani, seppure interpellati in tante forme ( non faccio nomi) sono stati tanti. Tutte le riviste parapedagogiche accademiche ad eccezione di Pedagogika, La rivista dell’istruzione (grazie al compianto Giancarlo Cerini), Innovatio educativa finché era in vita, Educazione Aperta una tantum, tutto il giornalismo “sinistro” da Repubblica a il Manifesto, al Fatto Quotidiano ed oltre (ad eccezione di Comune-info.net nostro amico fino a qualche mese fa, dopo di che…), le tv e i social ad eccezione di un servizio del TG3 Marche ormai 10 anni fa e del nostro fedele amico de Laforzadicambiare Alberto Pancrazi.

In politica tutto il capo largo non ci si è filato neppure per sbaglio insieme ai cespuglietti pararivoluzionari socialcomunisti, a parte una mezza truffa di un coinvolgimento “paraculo” di qualche tempo fa in un programma di candidatura regionale. Non parliamo dei liberi comuni che si sono limitati a contentini tribuneschi ad eccezione di qualche raro resistente ancora in ballo. Sarei contento di aver dimenticato qualcuno. Fatecelo sapere.

Sono disperato ma proprio questo, credo, mi spingerà a nuovi sussulti di impegno resistente. Anche da solo se fosse necessario.

Passerella disperata.

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Déjà re-vu.

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J’accuse

Un articolo apparso sul blog ReseArt

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L’ educazione è alla base di tutte le idee. L’educazione diffusa oltrepassa la scuola ormai obsoleta di matrice gentiliana verso una formazione completa, libera, aperta.

DONA IL TUO 5 X MILLE! UN RADICALE MUTAMENTO DEL SISTEMA EDUCATIVO SI RIFLETTERÀ SULLA VITA DI TUTTI PER RAGGIUNGERE LIBERTÀ, EGUAGLIANZA, MUTUO APPOGGIO E PENSIERO CRITICO.

Nell’educazione diffusa si assiste alla costruzione di un tessuto sociale solidale, responsabile, finalmente attento a ciò che vi accade a partire dal ruolo inedito che bambini e adolescenti tornano a svolgervi come attori a pieno titolo, come soggetti portatori di un’inconfondibile identità planetaria. Con l’educazione diffusa ognuno viene riconosciuto come persona umana nelle sue caratteristiche costitutive di unicità, irripetibilità, inesauribilità e reciprocità. L’educazione non deve fabbricare individui conformisti, ma risvegliare persone capaci di vivere ed impegnarsi: deve essere totale non totalitaria, vincendo una falsa idea di neutralità scolastica, indifferenza educativa, e disimpegno. L’educazione diffusa promuove l’apprendistato della libertà contro ogni monopolio (statale, scolastico, familiare, religioso, aziendale).

PER INFORMAZIONI: https://educdiffusa.org/il-manifesto-delleducazione-diffusa/

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BRICOLAGES

Da un articolo su Il Manifesto, “quotidiano comunista” a cura del divulgatore scientifico e astronomi Luca Tancredi Barone. Ripreso dal blog ReseArt

Ho sempre citato i “bricolages educativi”, giochini parapedagogici che tanto scalpore fanno nei media ma lasciano la scuola di fatto così com’è in ogni parte del mondo, anzi, in molti casi la ricacciano nelle più retrive sponde della rivoluzione industriale e degli autoritarismi di inizio ‘900. “E crearono la scuola come il diavolo aveva ordinato” scriveva Adolphe Ferrière. I suoi adepti di ieri e di oggi perseguono la stessa misera opera magari edulcorando e rivestendo la stessa materia di lustrini e di coriandoli. Non scrivo questo pezzo nel sito della nostra Associazione (http://educdiffusa.org) perché è una riflessione che deriva dalla mia storia personale, una storia che mi ha visto formato alle elementari con la “scuola attiva” e sovversiva di Freinet e Ferrière appunto, che mi ha catapultato fin dai miei studi liceali e universitari nel mondo dell’educazione attraverso l’arte e l’architettura. La mia tesi fu filo progetto di una università e fui abilitato alla professione di architetto con un progetto per una scuola materna (così si chiamava allora con un brutto titolo). Il mio primo edificio pubblico realizzato e snaturato stato quello di una scuola media! Una predestinazione chiara. Tutto ciò mi ha portato nel tempo a rinnegare la pratica progettuale e costruttiva di reclusori scolastici ( ce n’era già un’avvisaglia nella mia tesi) come a tornare a concepire l’educazione e non la scuola come fulcro della crescita e dell’apprendere delle persone dalla vita più che dalle nozioni, dalle esperienze guidate più che dalle giaculatorie e dalle mnemosi. 

Dopo un percorso che tanti conoscono e che resta ostinatamente nel solco dell’educazione diffusa oggi, nonostante le mie diatribe in merito all’educazione e alla “scuola”con un quotidiano radicale che apprezzavo e che oggi trovo ahimè poco più che liberaleggiante, ritrovo nel Manifesto l’ennesima recensione-intervista quasi entusiasta su un metodo di “fare scuola” che pare essere giudicato innovativo. Le parole s-chiave e le giaculatorie son sempre le stesse: classe, scuola, programmi, anglismi importati a gogo, rendimento, lezione, lavoro di gruppo…Se la lingua è pensiero siamo proprio messi male. E se si spaccia l’ennesimo bricolage pedadidapsicoattico per abbandono della scuola tradizionale, ancora peggio. E poi si continuano a osservare a giro trionfi e trionfetti con echi di trombette per escamotages parainnovativi da comuni, scuole, associazioni, pontificatori bricopedagogici, utili solo a mettersi medaglie e medagliette da bravi assessori, da bravi presidi, da bravi insegnanti, da bravi educatori, da bravi genitori et cetera, coetera. E allora ecco l’orticello nel reclusorio scolastico, l’auletta verde gialla e blu nel reclusorio scolastico, la stanzetta dell’arte, della musica, la festicciola di fine anno, di quartiere, la festicciola stradale e chi più ne ha più ne metta. Tutto ciò fa molto comodo al divide et impera di chi governa l’istituzione scuola a tutti i livelli e la sta già plasmando come il meglio del paradigma gentiliano e pure bottaiano condito di contentini para modernisti ma nel triste solco della demagogia dei famigerato decreti delegati e di certe riformicchie anni 70, 80, 90 e 2000. Come se non ci fossero mai state persone come Fourier, Foucault, Ferrière, Freinet, Montessori, Milani, Hilmann, Dewey, Illich, Freire…insieme a chi oggi ne vorrebbe replicare, in un nuovo repertorio integrato, le eccezionali idee rivoluzionarie mai del tutto messe in campo.

Leggiamo e piangiamo ancora se possibile, oppure….

Torniamo alla novità didattica di cui tratta l’articolo che stavolta riguarda l’oltreoceano anglo e sassone cui molti nella nostra scuola da tempo si sono aggregati in varie forme di discutibili invenzioni pedagogiche e didattiche spesso assai mercantili.

È una casualità che l’autore dell’articolo sia un astronomo? Non sarebbe stato meglio un astrologo?

Luca Tancredi Barone

C’è un professore di matematica che vorrebbe che tutti gli studenti stessero in piedi in classe. Davanti a una lavagna. Divisi per gruppi rigorosamente aleatori. Con un problema che non abbiano mai visto e che debbano scalare come una montagna. E assicura che in questo modo la maggior parte degli alunni pensano la maggior parte del tempo. Il sogno di qualsiasi professore: alunni attenti, reattivi, che non si arrendono davanti alla difficoltà, che collaborano tra loro per superare ogni ostacolo. Lui si chiama Peter Liljedahl, è svedese, ha 59 anni e lavora all’università Simon Fraser a Vancouver in Canada come professore di didattica della matematica. Il suo metodo si chiama Thinking Classroom, o «classi pensanti» e lo racconta in un libro ancora non tradotto in italiano intitolato Building Thinking Classrooms in mathematics, del 2020. Un libro che è diventato un piccolo caso editoriale nel mondo della didattica della matematica ed è già stato tradotto in tedesco, spagnolo, francese, greco e olandese. Liljedahl viaggia molto per incontrare altri ricercatori e soprattutto per entrare nelle classi (dice che entra in più di 120 classi diverse ogni anno). È stato anche a Milano qualche giorno fa per organizzare un workshop coi docenti, una conferenza e una tavola rotonda. Il dibattito sull’innovazione pedagogica è sempre molto aspro, ma lui propone una serie di misure che ha studiato accuratamente per più di un decennio.

Nel suo libro parla di quattordici pratiche diverse. Quali sono quelle più significative?
Abbiamo dimostrato con dati che ognuna di esse migliora il pensiero e porta a un apprendimento migliore. E che sono in armonia tra loro. I gruppi casuali e le lavagne bianche verticali cancellabili sono, di gran lunga, le pratiche che hanno il maggiore impatto nel modificare il comportamento degli studenti, allontanandoli dalla passività, dall’inattività e dall’impotenza appresa. La ricerca è chiara su questo. Tuttavia, solo con questo non si ottengono i risultati sperati. Ma se lo combiniamo con un insieme di altre pratiche, e soprattutto con il modo in cui chiudiamo la lezione, dove trasformiamo davvero il pensiero in apprendimento, allora vedremo grandi risultati.

E quali hanno il maggiore impatto sul rendimento individuale degli studenti?
Abbiamo studiato anche questo. Io stesso ho ricevuto una formazione molto tradizionale: una piccola percentuale degli studenti riesce ad avere successo in matematica anche così. Quando ho iniziato a insegnare, ero convinto che quello fosse il modo migliore per farlo. Pensavo che l’avrei fatto meglio, più divertente e più interessante. Ma mi sono reso conto che i buoni risultati sparivano in poco tempo: i miei migliori studenti l’anno dopo tornavano con difficoltà. Osservando meglio mi sono accorto che gli studenti in classe non pensavano. E senza pensiero – come ci insegnano le scienze cognitive – non c’è apprendimento. L’apprendimento è una possibile strada verso il rendimento. Ma anche la mera imitazione lo è. Ho analizzato dati sul rendimento. La pratica che ha il maggiore impatto sul rendimento individuale degli studenti è il modo in cui collaborano. Al secondo posto c’è il modo in cui chiudiamo la lezione. E non credo che questo sia esclusivo del Thinking Classroom. Se non consolidiamo il pensiero aiutando gli studenti a organizzarlo, strutturarlo e formalizzarlo in modo che sia facile da ricordare, allora semplicemente lo dimenticheranno.

La chiusura di una lezione in cui può succedere di tutto continuamente è sempre complicata.
Come docenti, il nostro principale nemico è il tempo. Abbiamo una serie di cose che vogliamo fare e, se non ci riusciamo, non possiamo arrivare a una buona conclusione della lezione. Quello che la mia ricerca mi ha insegnato è che dobbiamo dedicare un terzo del tempo alla chiusura. Sembra molto, ma il rischio è che tutto ciò che è stato fatto prima non serva a nulla se poi verrà dimenticato. Da allora, ho iniziato a ritagliare uno spazio per la chiusura, invece di aspettare che arrivasse.

Molti credono che abbandonare il sistema tradizionale porti al fallimento scolastico.
È una critica molto comune, ma è falsa. Nei paesi che conosco meglio, Stati Uniti e Canada, posso assicurare che se entri in una qualsiasi classe, nell’85% dei casi entrerai in una tradizionale. E il Canada cerca da 30 anni di introdurre innovazione pedagogica. Immagino che qualcosa di simile accada anche in altri paesi. Quindi, semmai, si potrebbe sostenere che il peggioramento dei risultati scolastici dipenda più dallo status quo che dal cambiamento.

C’è sempre un dibattito sui programmi scolastici: più rigidi, più flessibili, più verticali o più orizzontali. È più importante quello che si insegna o come lo si insegna?
In tutti i paesi si è investito moltissimo nella costruzione di programmi molto ben strutturati, sia verticalmente sia orizzontalmente, che abbiano coerenza cognitiva, struttura logica, progressione sensata e preparazione allo sviluppo. Bene, tutto questo avrà davvero importanza solo per uno studente che, l’anno precedente, ha imparato tutto, lo ha compreso completamente, lo ha padroneggiato del tutto e lo ricorda 12 mesi dopo. Quale percentuale degli studenti rientra in questa categoria? Nella maggior parte di noi ci saranno lacune, ricorderemo frammenti, archivieremo le informazioni in modo errato o faremo generalizzazioni non corrette. Il nostro cervello ci gioca brutti scherzi: è semplicemente la natura dell’apprendimento. Non apprendiamo come dice il programma, per quanto coerente e chiaro sia. Ma non importa: soprattutto se lo facciamo attraverso il dialogo in piccoli gruppi, dove le conoscenze possono essere condivise. Andrà tutto bene perché facciamo così da 170 anni. Questa è la realtà dell’educazione: un programma lineare e logico si confronta con uno studente non lineare e che pensa cose senza senso. Questo non significa che non dobbiamo sforzarci di creare un buon programma, ma dobbiamo anche accettare la realtà che chi lo utilizza non è un apprendista perfetto. Quindi non bisogna santificare il programma scolastico.

Quale problema educativo non può risolvere il metodo del «Thinking Classroom»?
Per esempio, la povertà. Non risolverà la disuguaglianza. Né le condizioni socioeconomiche, né la neurodiversità che troviamo nelle aule. Però abbiamo dati molto solidi che dimostrano che questi problemi possono esserne mitigati. Il Thinking Classroom crea maggiore equità nell’accesso alle classi, dà accesso a più studenti indipendentemente dalla loro posizione socioeconomica, crea aule più inclusive per tutti. Ma questi problemi continueranno sempre a esistere. Lo scopo dell’educazione è proprio quello di mitigarli.

Thinking Classroom…ma sempre Classroom è. Tutto il mondo è terribilmente paese anche in fatto di educazione.

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Linee Guida per l’Educazione diffusa e la Città Educante

Come prosecuzione e risoluzione dei concetti dell’articolo “Educazione diffusa: ultimo atto?” che troverete qui: https://educdiffusa.org/2026/03/08/le-difficolta-evidenti-delleducazione-diffusa/, dopo gli ultimi sviluppi della nostra idea soprattutto nelle azioni dell’Associazione, fondata nel 2024 per dare corpo e vita alla sua realizzazione concreta, propongo una riflessione e un’idea non in qualità di presidente dell’associazione ma come co-ideatore del progetto insieme a Paolo Mottana nel lontano 2016 e come instancabile, quasi ossessivo, promotore e attivista spesso carbonaro. Si dovrebbe innanzitutto prendere spunto dai veri capisaldi dell’idea esplicitati in una trilogia di pubblicazioni emblematiche che sono a mio avviso il volume di esordio “La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa” del 2017, il libro che prospetta un vero e proprio sistema alternativo: “Il Sistema dell’educazione diffusa” del 2023 e la sintesi ragionata di tutto nella “Chronique Morale” apparsa di recente sulla rivista Le Télémaque (Presses Universitaires del Caen).

Leggendo quindi le determinazioni assunte recentemente a livello assembleare dall’associazione, anch’essa ahinoi poco frequentata (forse perché povera e mediaticamente non appetibile?), si delinea un insieme di azioni essenziali indispensabili per il futuro dell’idea e del sodalizio: divulgare, comunicare, formare. Una sorta di “existenz minimum”. Si lascia volutamente indietro l’intervento diretto sul campo dell’associazione in iniziative sperimentali insostenibili per avviare invece la messa a punto di un Prototipo Sperimentale di Educazione Diffusa con annesse concrete Linee Guida, da poter offrire a chi ne avesse interesse e volontà, applicabile e replicabile in diversi contesti.

I primi strumenti operativi sono stati declinati nei punti successivi del rendiconto assembleare e della conseguente delibera. Si tratterebbe esclusivamente di iniziative per progetti formativi da elaborare e mettere in campo all’occorrenza, sia in presenza che a distanza, utilizzando anche segmenti di consulenze onerose già approvati dagli organismi dell’associazione.

La mia proposta, conseguente e coerente con le decisioni assunte , viste le evidenti difficoltà già analizzate e segnalate a far procedere esperienze sul campo per la sostanziale indifferenza o diffidenza degli enti territoriali, delle scuole pubbliche interpellate e forse anche delle persone in gran parte rassegnate, è la seguente:

A) Un investimento di risorse ed un incremento veramente forte dell’azione divulgativa e comunicativa;

B) La riattivazione di forti interessi, di richieste di collaborazione e di consulenze per eventi o iniziative di informazione e formazione specifica;

C) Solo in un secondo momento, dopo una forte azione formativa, la promozione e la consulenza per sperimentazioni (sul modello di prototipo-guida da noi messo a punto) progettate ed attuate direttamente dagli attori sul campo che non possono assolutamente essere privi di una solida preparazione.

Solo in questa direzione potremo e dovremo impegnarci, viste le poche risorse e la sostanziale resa e disillusione rispetto alle vere radicali innovazioni, già provata in diverse occasioni, da parte del mondo scolastico e delle gestione delle città e dei territori.

Non disperdiamo le poche energie in diversi rivoli ma concentriamoci, con le forze disponibili, in una comunicazione efficace, magari con l’ausilio di veri esperti, tesa a “spiegare” e divulgare a fondo e diffusamente l’idea oltre ad offrire disponibilità per la formazione e la consulenza.

Giuseppe Campagnoli

Montelabbate 15 Maggio 2026

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Agit-prop educativo. Paolo Mottana su YouTube. Lo “spiegone” indispensabile sull’Educazione Diffusa per chi ancora ci ignora o ci sottovaluta. Non fuggite!

GLI EPISODI DELL’AGIT-PROP SULL’EDUCAZIONE DIFFUSA CON L’ULTIMO INTERVENTO DENOMINATO “ERUZIONI”

https://www.youtube.com/user/amardent/videos

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Quando i ragazzi “difficili” fioriscono

di Paolo Mottana

Broken pencil and "STOP BULLYING" sign on the floor of a dark school hallway.

Il bullismo della matita

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L’EDUCAZIONE DIFFUSA: ULTIMO ATTO?

Credo che sia necessaria una riflessione -al di là delle considerazioni generali pedagogiche, politiche e sociali di cui abbiamo detto e scritto tante volte-sulle difficoltà non solo a  ben divulgare ma soprattutto  a mettere concretamente in atto l’idea dell’educazione diffusa:

“Se critichi la scuola pubblica così com‘è oggi, e come la vorrebbero i poteri conservatori sei ostracizzato dall’establishment burocratico, politico e pedagogico.

Se critichi l‘idea di scuola di una opposizione progressista tiepida e neoliberal-liberista o anche  massimalista e vetero gramsciana, sei emarginato e compatito come utopico visionario.

Se critichi alcune esperienze e idee privatamente e parentalmente  liberiste e fricchettone  delle cento educazioni del bosco, delle radure, degli gnomi e degli stregoni, dei distillati di meteoriti e delle iniziazioni, sei attaccato con altrettanta e forse più intensa veemenza.

Hanno comunque tutti paura di una sottile decisa diffusa e radicale rivoluzione prima educativa e poi sociale.”

Abracadabra?

All’esordio del progetto, il numero decisamente elevato di adesioni al Manifesto dell’educazione diffusa fin dalla pubblicazione nel 2018 e finché è stato possibile pubblicizzarlo di nuovo negli anni successivi in presenza di sempre scarse risorse umane e materiali, l’interesse dimostrato nei tantissimi incontri , seminari, attività di formazione, comunicazione, anche nei social e addirittura podcast in rete, faceva ben sperare nella possibilità di avviare qualche sperimentazione duratura nei territori. La stessa quantità e qualità dell’adesione al manifesto si può ancora osservare in questa pagina: https://comune-info.net/manifesto-educazione-diffusa/ e credo promettesse solidi sviluppi futuri. Questi sviluppi sono via via venuti meno, soprattutto a causa della scarsa possibilità di comunicazione per le quasi inesistenti risorse economiche e umane che non ci hanno permesso di mettere in atto delle campagne efficaci. Non irrilevanti sono state, ahinoi, anche le defezioni e la perdita di  attenzione ed impegno di tanti  nostri amici e poi anche  associati. 

In realtà il panorama delle prove sul campo, non dimenticando la pausa della pandemia proprio successiva all’uscita delle prime nostre pubblicazioni fondamentali, si è di fatto limitato alle rare avanguardie descritte e citate di Gubbio, Cagliari, Mantova che oggi sembrano in fase di declino e rarefazione o in qualche caso  addirittura di chiusura effettiva dell’esperienza senza seguiti rilevanti o efficacemente documentabili, relativamente agli aspetti strettamente coerenti con la pratica dell’educazione diffusa. Qualche altra esperienza spuria e solo affine l’abbiamo rilevata in alcuni contesti scolastici pubblici o paritari. Alcuni bei progetti poi finiti nel nulla per diverse ragioni, dalle caratteristiche tipiche italiche, erano stati messi in campo in altri contesti anche importanti come Roma, Napoli, Venezia.

Le motivazioni ideologiche, mercantili e politiche, come già detto, non sono state e non sono irrilevanti nel contribuire all’ignoranza, al boicottaggio, al minimizzare quando non ad ostacolare il nostro progetto. C’è però un aspetto che dagli ultimi interventi, contatti, impressioni soprattutto nell’ambito scolastico pubblico, in quello della gestione amministrativa delle città e del sociale (famiglie, associazioni, quartieri…) è emerso, a mio avviso, come particolarmente determinante nell’insuccesso della messa in pratica del sistema che proponiamo. Le difficoltà, si è constatato infatti, in realtà non sarebbero quelle normative finché restano le leggi sull’autonomia scolastica e sulle sperimentazioni didattiche, organizzative o di ordinamento ancora troppo poco praticate nel panorama scolastico italiano.  Le difficoltà non sarebbero in effetti neppure quelle logistiche, pratiche o dei luoghi dell’apprendere. L’ostacolo fondamentale e assai pesante credo sia sempre risieduto nel cosiddetto corpo docente e dirigente del sistema scuola. In un contesto di risorse per l’istituzione da dedicare a progetti di autonomia scolastica (per il personale, per i materiali e gli strumenti, per la contrattazione di partnership e di costituzione di reti)  sempre più ridotte, gli insegnanti  oltre ad essere da tempo vittime  di una mancanza sostanziale di formazione sia iniziale che in itinere, di crescente burn out in ambienti sempre più difficili ed ostili, faticano terribilmente a gestire un mestiere sempre più carico di bagagli burocratici e di adempimenti obbligatori spesso inutili e inefficaci che però riempiono il tempo che una volta (decenni fa ormai)  era certamente più flessibile ed aperto ad esperienze realmente innovative, a sperimentazioni e  utili formazioni anche in presenza di risorse non ancora a livelli di altri paesi ma decisamente estremamente più consistenti di quelli di questi ultimi decenni. Non si trova quindi in una categoria ormai disillusa, frustrata, sottopagata, dileggiata e poco riconosciuta, divisa anche per motivazioni e provenienze di classe, neppure un briciolo di entusiasmo, di curiosità, di voglia di cambiare e quindi di disponibilità. Solo in rari casi, prevalentemente concentrati nel segmento dell’infanzia e della primaria (dove è sempre esistita la pedagogia e non solo l’addestramento e, se va bene, il didattismo) resiste ancora qualche interesse e qualche perla rara di disponibilità a mettersi in gioco. 

Si tratta comunque di una casistica ormai limitata e sempre più scarsa. 

Non sarebbe quindi la complessità in sé, di una sperimentazione da mettere in campo previa formazione ad hoc a creare il crescente disinteresse ma la consapevolezza dell’assenza delle risorse indispensabili innanzitutto ad avviare una fase di progettazione contestualizzata. Non secondario ovviamente il ruolo propulsore della dirigenza che, in genere, manca del tutto o è talmente debole da vanificare perfino la mera presa in considerazione di qualsiasi proposta. Le nostre lettere di invito e coinvolgimento, quando va bene, sono appena protocollate! Per non parlare delle amministrazioni locali il cui compito sarebbe quello di coinvolgere il territorio, contribuire con delle risorse, stabilire e gestire reti di diversi soggetti implicati nelle eventuali  iniziative e invece, in alcune delle nostre esperienze, sono generalmente prese dall’immagine, dalla propaganda, dalle cattedrali elettorali (gli edifici scolastici  da inaugurare in pompa magna ne sono il triste emblema) e da tante attività spurie in parte indirizzate a tappare i tanti buchi delle gestioni quotidiane di una città, ad accontentare gli stakeholders più influenti e  alla fine ad  incidere poco o nulla su reali  cambiamenti e trasformazioni di una qualsiasi realtà urbana e sociale.

Per quel che ci riguarda si sta pensando anche ad un escamotage pratico, una specie di riduzione del modello sperimentale di educazione diffusa ad un prototipo semplificato per renderlo più praticabile come prova sul campo in ambiti che si fanno sempre più complessi per diversi aspetti. Lo scopo del nostro progetto e anche della missione dell’associazione nata appena due anni fa resta comunque sempre prevalentemente l’operatività in ambito pubblico per avviare la strada verso una vera e propria sostituzione, naturalmente in tempi lunghi e complessi, di un intero sistema. In effetti un tentativo che si potrebbe fare come estrema ratio può essere  quello di prospettare per ora, insieme a delle iniziative profonde ed efficaci di formazione, una specie di prototipo da existenz minimum (come direbbero gli architetti razionalisti) per una sperimentazione praticabile e coniugabile agevolmente con la normativa attuale sull’autonomia, le indicazioni nazionali-da curvare ad uso e consumo dell’educazione diffusa- e la ricerca con gli eventuali partners di risorse umane e finanziarie (organico funzionale, reti, protocolli e “patti di comunità”, contributi da diversi enti e istituzioni anche privati..). 

Ora si prospetterebbe un’idea tesa all’elaborazione di un apposito modello che sia agevolmente realizzabile in un contesto scolastico pubblico, in particolare, a seconda delle disponibilità, nel segmento infanzia-primaria o solo in quello primario ovvero, spingendosi un po’oltre, in quello, da sempre nodo critico, della secondaria di primo grado.

Qui di seguito, per farla breve, si suggerisce una specie di sintetica linea guida su una possibile elaborazione progettuale di un percorso che comprendesse, risolvendoli, gli aspetti normativi, finanziari, procedurali, organizzativi, didattici e di integrazione con il territorio amministrativo, sociale, culturale, urbano.

CHI, COME, DOVE, QUANDO

  • CHI. Gli attori principali debbono essere, le famiglie, le scuole, le amministrazioni locali, le associazioni, i quartieri, la città e i territori che dovranno stipulare specie di accordi di corresponsabilità (già previsti negli ultimi ordinamenti scolastici).
  • COME. Attraverso un prototipo di educazione diffusa replicabile e flessibile che comprendesse:
  1. indicazioni curricolari realistiche e dialoganti con le indicazioni nazionali e le pratiche didattiche correnti.
  2. modulazione e organizzazione dei tempi ricalibrando le attività nella base (scuola o nuova destinazione) e nella città o territorio.
  3. definizione delle aree esperienziali proprie del sistema dell’educazione diffusa con espliciti riferimenti interdisciplinari.
  4. composizione dell’equipe educativa con l’individuazione della figura del mentore il tutto in riferimento alle norme sul potenziamento, le compresenze, l’intervento di esperti esterni.
  5. Definizione dei gruppi di bambini e ragazzi non superiori a 15 applicando le possibilità di una sperimentazione didattica e organizzativa.
  6. Messa a punto di un sistema di monitoraggio continuo, documentazione e valutazione finale dell’esperimento.

Il tutto da rendere concretamente con la procedura e gli strumenti previsti dalla normativa ancora vigente:

  • Norme sulla sperimentazione didattica e organizzativa per progetti da sottoporre al Ministero o all’Ufficio Scolastico Regionale ovvero da gestire autonomamente in base alle prescrizioni dell’autonomia scolastica, a seconda della tipologia
  • Norme specifiche sull’autonomia scolastica
  • Norme sull’organico funzionale e le reti tra scuole ed enti
  • Progetto da approvare in Consiglio d’Istituto e Collegio dei Docenti
  • Accordi e protocolli di rete con enti e associazioni del territorio da approvare nei medesimi organi collegiali
  • Progetto esecutivo da inserire nel PTOF
  • DOVE. Se nella fase transitoria verosimilmente la base o il portale saranno locali della scuola appositamente adattati e trasformati, le locations delle attività inerenti le aree esperienziali potranno essere scelte di volta in volta in base ad una programmazione plurisettimanale ferma restando una rete stabile prestabilita attraverso accordi e protocolli con biblioteche, teatri, laboratori, botteghe, aziende agricole, uffici pubblici, officine, associazioni…
  • QUANDO. Il cosiddetto tempo scuola a livello sperimentale dovrà giocoforza essere ripensato in modo meno rigido e con modulazioni plurisettimanali che comprenderebbero tutte le attività nella base e all’esterno in una accezione simile al tempo pieno. 

Tale prototipo potrebbe avere diverse gradazioni di grandezza e complessità a seconda del contesto e delle risorse disponibili e declinarsi sia come collocazione curricolare che extracurricolare e complementare per simulazioni da trasferire dopo un’attento monitoraggio e un valutazione all’interno del percorso ordinario.

Tutto questo sarebbe possibile, e forse è questo l’aspetto fondamentale che si tende a sottovalutare, ad una semplice ed ineluttabile condizione: risorse finanziarie adeguate per l’ovvio sovraccarico (progettuale, organizzativo e gestionale) del personale della scuola, per le spese di trasformazione e/costruzione degli ambienti e per i costi delle attività esterne.

Altra cosa ovviamente sarebbe l’alternativa di una sperimentazione più privata, magari cooperativa tra famiglie, associazioni ed enti vari, ma con un grande difetto di base: essere in qualche modo isolata e comunque decisamente onerosa (forse anche di più), per i soggetti coinvolti considerata anche la  tassazione, comunque esistente e dovuta, per tutti i cittadini, in gran parte destinata alla scuola pubblica intesa come statale e paritaria.

Il fatto rilevato nel dibattito dell’Associazione La città Educante e l’Educazione Diffusa che pochi ci conoscano e ci seguano e che le rare prove sul campo abbiano avuto poco o nullo seguito non dipende sicuramente da un mancato impegno in questi anni dei seppur pochi fondatori e adepti ma dalla endemica carenza o assenza di risorse (pubbliche o private che siano) per una comunicazione efficace e continua, per una campagna di contatti con realtà affini da coinvolgere in un discorso comune e per una messa in campo di prove solide e replicabili in diverse realtà oltre che esempi attendibili da portare negli incontri, nei seminari e nelle attività di divulgazione e formazione che pure in questi anni non sono mancate come si può evincere dalla carrellata del video dedicato ai dieci anni di Educazione Diffusa che si può trovare anche su YouTube:

https://www.youtube.com/watch?v=JTJqBRjDo2g

Quindi la soluzione a mio parere può essere solo una: la ricerca di risorse economiche e umane per campagne comunicative efficaci, di contatti per coinvolgere realtà educative affini, di risorse finanziarie per mettere in campo attività di formazione e di sperimentazione efficaci. Se tutto questo si riuscirà ad avviare nell’anno sociale in corso dell’associazione c’è qualche speranza altrimenti dovremmo considerare l’esperienza associativa come conclusa.

Qui sotto il Manifesto di allora con i tanti “seguaci”. Che fine hanno fatto in questi anni?:

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