BRICOLAGES

Da un articolo su Il Manifesto, “quotidiano comunista” a cura del divulgatore scientifico e astronomi Luca Tancredi Barone. Ripreso dal blog ReseArt

Ho sempre citato i “bricolages educativi”, giochini parapedagogici che tanto scalpore fanno nei media ma lasciano la scuola di fatto così com’è in ogni parte del mondo, anzi, in molti casi la ricacciano nelle più retrive sponde della rivoluzione industriale e degli autoritarismi di inizio ‘900. “E crearono la scuola come il diavolo aveva ordinato” scriveva Adolphe Ferrière. I suoi adepti di ieri e di oggi perseguono la stessa misera opera magari edulcorando e rivestendo la stessa materia di lustrini e di coriandoli. Non scrivo questo pezzo nel sito della nostra Associazione (http://educdiffusa.org) perché è una riflessione che deriva dalla mia storia personale, una storia che mi ha visto formato alle elementari con la “scuola attiva” e sovversiva di Freinet e Ferrière appunto, che mi ha catapultato fin dai miei studi liceali e universitari nel mondo dell’educazione attraverso l’arte e l’architettura. La mia tesi fu filo progetto di una università e fui abilitato alla professione di architetto con un progetto per una scuola materna (così si chiamava allora con un brutto titolo). Il mio primo edificio pubblico realizzato e snaturato stato quello di una scuola media! Una predestinazione chiara. Tutto ciò mi ha portato nel tempo a rinnegare la pratica progettuale e costruttiva di reclusori scolastici ( ce n’era già un’avvisaglia nella mia tesi) come a tornare a concepire l’educazione e non la scuola come fulcro della crescita e dell’apprendere delle persone dalla vita più che dalle nozioni, dalle esperienze guidate più che dalle giaculatorie e dalle mnemosi. 

Dopo un percorso che tanti conoscono e che resta ostinatamente nel solco dell’educazione diffusa oggi, nonostante le mie diatribe in merito all’educazione e alla “scuola”con un quotidiano radicale che apprezzavo e che oggi trovo ahimè poco più che liberaleggiante, ritrovo nel Manifesto l’ennesima recensione-intervista quasi entusiasta su un metodo di “fare scuola” che pare essere giudicato innovativo. Le parole s-chiave e le giaculatorie son sempre le stesse: classe, scuola, programmi, anglismi importati a gogo, rendimento, lezione, lavoro di gruppo…Se la lingua è pensiero siamo proprio messi male. E se si spaccia l’ennesimo bricolage pedadidapsicoattico per abbandono della scuola tradizionale, ancora peggio. E poi si continuano a osservare a giro trionfi e trionfetti con echi di trombette per escamotages parainnovativi da comuni, scuole, associazioni, pontificatori bricopedagogici, utili solo a mettersi medaglie e medagliette da bravi assessori, da bravi presidi, da bravi insegnanti, da bravi educatori, da bravi genitori et cetera, coetera. E allora ecco l’orticello nel reclusorio scolastico, l’auletta verde gialla e blu nel reclusorio scolastico, la stanzetta dell’arte, della musica, la festicciola di fine anno, di quartiere, la festicciola stradale e chi più ne ha più ne metta. Tutto ciò fa molto comodo al divide et impera di chi governa l’istituzione scuola a tutti i livelli e la sta già plasmando come il meglio del paradigma gentiliano e pure bottaiano condito di contentini para modernisti ma nel triste solco della demagogia dei famigerato decreti delegati e di certe riformicchie anni 70, 80, 90 e 2000. Come se non ci fossero mai state persone come Fourier, Foucault, Ferrière, Freinet, Montessori, Milani, Hilmann, Dewey, Illich, Freire…insieme a chi oggi ne vorrebbe replicare, in un nuovo repertorio integrato, le eccezionali idee rivoluzionarie mai del tutto messe in campo.

Leggiamo e piangiamo ancora se possibile, oppure….

Torniamo alla novità didattica di cui tratta l’articolo che stavolta riguarda l’oltreoceano anglo e sassone cui molti nella nostra scuola da tempo si sono aggregati in varie forme di discutibili invenzioni pedagogiche e didattiche spesso assai mercantili.

È una casualità che l’autore dell’articolo sia un astronomo? Non sarebbe stato meglio un astrologo?

Luca Tancredi Barone

C’è un professore di matematica che vorrebbe che tutti gli studenti stessero in piedi in classe. Davanti a una lavagna. Divisi per gruppi rigorosamente aleatori. Con un problema che non abbiano mai visto e che debbano scalare come una montagna. E assicura che in questo modo la maggior parte degli alunni pensano la maggior parte del tempo. Il sogno di qualsiasi professore: alunni attenti, reattivi, che non si arrendono davanti alla difficoltà, che collaborano tra loro per superare ogni ostacolo. Lui si chiama Peter Liljedahl, è svedese, ha 59 anni e lavora all’università Simon Fraser a Vancouver in Canada come professore di didattica della matematica. Il suo metodo si chiama Thinking Classroom, o «classi pensanti» e lo racconta in un libro ancora non tradotto in italiano intitolato Building Thinking Classrooms in mathematics, del 2020. Un libro che è diventato un piccolo caso editoriale nel mondo della didattica della matematica ed è già stato tradotto in tedesco, spagnolo, francese, greco e olandese. Liljedahl viaggia molto per incontrare altri ricercatori e soprattutto per entrare nelle classi (dice che entra in più di 120 classi diverse ogni anno). È stato anche a Milano qualche giorno fa per organizzare un workshop coi docenti, una conferenza e una tavola rotonda. Il dibattito sull’innovazione pedagogica è sempre molto aspro, ma lui propone una serie di misure che ha studiato accuratamente per più di un decennio.

Nel suo libro parla di quattordici pratiche diverse. Quali sono quelle più significative?
Abbiamo dimostrato con dati che ognuna di esse migliora il pensiero e porta a un apprendimento migliore. E che sono in armonia tra loro. I gruppi casuali e le lavagne bianche verticali cancellabili sono, di gran lunga, le pratiche che hanno il maggiore impatto nel modificare il comportamento degli studenti, allontanandoli dalla passività, dall’inattività e dall’impotenza appresa. La ricerca è chiara su questo. Tuttavia, solo con questo non si ottengono i risultati sperati. Ma se lo combiniamo con un insieme di altre pratiche, e soprattutto con il modo in cui chiudiamo la lezione, dove trasformiamo davvero il pensiero in apprendimento, allora vedremo grandi risultati.

E quali hanno il maggiore impatto sul rendimento individuale degli studenti?
Abbiamo studiato anche questo. Io stesso ho ricevuto una formazione molto tradizionale: una piccola percentuale degli studenti riesce ad avere successo in matematica anche così. Quando ho iniziato a insegnare, ero convinto che quello fosse il modo migliore per farlo. Pensavo che l’avrei fatto meglio, più divertente e più interessante. Ma mi sono reso conto che i buoni risultati sparivano in poco tempo: i miei migliori studenti l’anno dopo tornavano con difficoltà. Osservando meglio mi sono accorto che gli studenti in classe non pensavano. E senza pensiero – come ci insegnano le scienze cognitive – non c’è apprendimento. L’apprendimento è una possibile strada verso il rendimento. Ma anche la mera imitazione lo è. Ho analizzato dati sul rendimento. La pratica che ha il maggiore impatto sul rendimento individuale degli studenti è il modo in cui collaborano. Al secondo posto c’è il modo in cui chiudiamo la lezione. E non credo che questo sia esclusivo del Thinking Classroom. Se non consolidiamo il pensiero aiutando gli studenti a organizzarlo, strutturarlo e formalizzarlo in modo che sia facile da ricordare, allora semplicemente lo dimenticheranno.

La chiusura di una lezione in cui può succedere di tutto continuamente è sempre complicata.
Come docenti, il nostro principale nemico è il tempo. Abbiamo una serie di cose che vogliamo fare e, se non ci riusciamo, non possiamo arrivare a una buona conclusione della lezione. Quello che la mia ricerca mi ha insegnato è che dobbiamo dedicare un terzo del tempo alla chiusura. Sembra molto, ma il rischio è che tutto ciò che è stato fatto prima non serva a nulla se poi verrà dimenticato. Da allora, ho iniziato a ritagliare uno spazio per la chiusura, invece di aspettare che arrivasse.

Molti credono che abbandonare il sistema tradizionale porti al fallimento scolastico.
È una critica molto comune, ma è falsa. Nei paesi che conosco meglio, Stati Uniti e Canada, posso assicurare che se entri in una qualsiasi classe, nell’85% dei casi entrerai in una tradizionale. E il Canada cerca da 30 anni di introdurre innovazione pedagogica. Immagino che qualcosa di simile accada anche in altri paesi. Quindi, semmai, si potrebbe sostenere che il peggioramento dei risultati scolastici dipenda più dallo status quo che dal cambiamento.

C’è sempre un dibattito sui programmi scolastici: più rigidi, più flessibili, più verticali o più orizzontali. È più importante quello che si insegna o come lo si insegna?
In tutti i paesi si è investito moltissimo nella costruzione di programmi molto ben strutturati, sia verticalmente sia orizzontalmente, che abbiano coerenza cognitiva, struttura logica, progressione sensata e preparazione allo sviluppo. Bene, tutto questo avrà davvero importanza solo per uno studente che, l’anno precedente, ha imparato tutto, lo ha compreso completamente, lo ha padroneggiato del tutto e lo ricorda 12 mesi dopo. Quale percentuale degli studenti rientra in questa categoria? Nella maggior parte di noi ci saranno lacune, ricorderemo frammenti, archivieremo le informazioni in modo errato o faremo generalizzazioni non corrette. Il nostro cervello ci gioca brutti scherzi: è semplicemente la natura dell’apprendimento. Non apprendiamo come dice il programma, per quanto coerente e chiaro sia. Ma non importa: soprattutto se lo facciamo attraverso il dialogo in piccoli gruppi, dove le conoscenze possono essere condivise. Andrà tutto bene perché facciamo così da 170 anni. Questa è la realtà dell’educazione: un programma lineare e logico si confronta con uno studente non lineare e che pensa cose senza senso. Questo non significa che non dobbiamo sforzarci di creare un buon programma, ma dobbiamo anche accettare la realtà che chi lo utilizza non è un apprendista perfetto. Quindi non bisogna santificare il programma scolastico.

Quale problema educativo non può risolvere il metodo del «Thinking Classroom»?
Per esempio, la povertà. Non risolverà la disuguaglianza. Né le condizioni socioeconomiche, né la neurodiversità che troviamo nelle aule. Però abbiamo dati molto solidi che dimostrano che questi problemi possono esserne mitigati. Il Thinking Classroom crea maggiore equità nell’accesso alle classi, dà accesso a più studenti indipendentemente dalla loro posizione socioeconomica, crea aule più inclusive per tutti. Ma questi problemi continueranno sempre a esistere. Lo scopo dell’educazione è proprio quello di mitigarli.

Thinking Classroom…ma sempre Classroom è. Tutto il mondo è terribilmente paese anche in fatto di educazione.

Basta con la pedagogia nera!

Tutto il mondo è paese, più o meno. Quali le soluzioni?

Philippe Meirieu su Libération. 6 dicembre 2024. Traduzione e adattamento di Giuseppe Campagnoli

Un vento di repressione soffia sull’educazione. Soffia nella scuola pubblica dove lo sforzo per l’ordine e la volontà di elevare il livello si traducono sempre più in azioni di selezione ed esclusione, soffia nella guida dei giovani in difficoltà che si minaccia di separare e ronchiudere mentre si sopprimono posti di educatore. Soffia anche nell’ambito familiare dove si auspica da più parti il ritorno ai “buoni vecchi metodi che hanno dato prova della loro validità”, ricominciare a mandare i bambini nelle loro camere al minimo sconfinamento senza avere scrupolo alcuno di sanzionare pesantemente. La “rivoluzione conservatrice” è dovunque all’opera nel preferire la repressine alla prevenzione, la sanzione alla cura, l’esclusione all’inclusione degli emarginati. Mona Chollet, nel suo ultimo lavoro, sottolinea che questa riabilitazione soft della “pedagogia nera” ignora gli effetti disastrosi che ha prodotto nei secoli e che denunciava già Alice Miller nel 1984: il ripiegarsi su sé stessi o l’aggressività, la dissimulazione o la sopraffazione provocatoria, il trauma trasmesso alla generazione successiva. In realtà l’impazienza repressiva è sempre destinata al fallimento: se ci si acuisce sugli effetti ignorando le cause dei comportamenti fa solo crescere le trasgressioni che pretende di contenere. Si nasconde il rifiuto di adoperarsi a lungo termine per una tranquillità immediata.

Il contrario di una sciocchezza non è necessariamente una verità mentre non bisogna passare dal pessimismo radicale sull’infanzia- che giustificherebbe violenze e repressioni educative ordinarie- ad un beato ottimismo dagli effetti altrettanto pericolosi? Una pedagogia che si vorrebbe senza alcun vincolo ( di rispetto, di relazione, di dialogo) non potrebbe far sviluppare, in nome di una generica libertà, una moltitudine di fenomeni di dominio tra pari sia psicologici che sociologici? Non potrebbe accadere, in assenza di un apprendimento guidato e rigoroso, che i gruppi di bambini si dividano tra progettisti, esecutori e magari anche inattivi con il rischio di un insieme di atteggiamenti che possono segnare inesorabilmente un destino educativo e sociale? Non certo perché i bambini siano intrinsecamente malevoli ma perché vivono in una società diseguale, largamente darwiniana e non si può pretendere che se ne possano liberare spontaneamente. Le configurazioni familiari si sono molto involute e alla pseudo solidarietà della famiglia nucleare si sostituisce una rivalità parentale che spesso pone il bambino in una posizione di arbitro tra adulti che sperano sempre di essere i più amati. Tutto questo sotto l’occhio velenoso ed entusiasta dei pubblicitari di ogni genere che senza il minimo scrupolo mandano il solito messaggio. “Fa’pure il tuo capriccio, farà funzionare il mercato!”

In queste condizioni, sarebbe molto ingenuo confondere la spontaneità con la libertà. E assurdo opporre libertà e costrizione. Non c’è mai un’educazione totalmente libera. Il bambino nasce incompleto e noi scegliamo necessariamente per lui una moltitudine di cose: la sua lingua, il contesto sociale e culturale in cui viene educato, i suoi primi giochi, ciò che impara in famiglia e a scuola. La scelta non è quindi tra la presenza e l’assenza di vincoli (ci sono sempre vincoli naturali e sociali), è nell’applicazione, da un lato, di vincoli che cercano solo di rendere il bambino sufficientemente passivo da non compromettere la nostra comodità di adulto e nel lavoro, dall’altro, di percorsi non facilitati che gli permettono di accedere al pensiero critico, di superare e poter sfuggire così a tutti i blocchi dovuti al suo contesto, alle sua abilità, ai suoi errori.
Perché ci sono delle belle restrizioni, (meglio delle regole condivise): quelle che si impongono quando si entra in un tatami di judo o in un campo da calcio, quelle che si scoprono quando si è su un palco di teatro o in un laboratorio di falegnameria, quelle che siamo costretti a rispettare quando realizziamo una ricetta di cucina o partecipiamo a un giornale scolastico: le regole del «fare insieme» che sono, in realtà, le uniche a preparare i nostri bambini a “fare insieme società”.
Janusz Korczak (1878-1942), uno dei primi ad aver affermato l’importanza dei diritti del bambino, aveva imposto nelle sue scuole e orfanotrofi una sorprendente regola: a coloro che richiedevano un’attenzione immediata o la soddisfazione senza indugio dei loro capricci, diceva sempre: «Scrivimi, e ti risponderò.» Spiegava che questa tecnica della cassetta delle lettere insegnava ai bambini ad aspettare una risposta invece di chiederla subito e in qualsiasi momento. Per riflettere, per motivare un’azione, una decisione». A coloro che sostenevano di non saper scrivere per scagionarsi, diceva: «Fatti aiutare da qualcuno che sa!» Questo è certamente un po’ più impegnativo e difficile da attuare che l’ordine arrabbiato e minaccioso «corri in camera tua» o “mettiti dietro la lavagna” che siano reali o virtuali. Questo incarna invece l’esigenza educativa per eccellenza, quella stessa che è al cuore dell’Illuminismo: «Osa pensare da te.»


La si smetta dunque di contrapporre un autoritarismo sterile ad un spontaneismo ingenuo come di oscillare tra effimeri affanni e lassismo vergognoso. Educare significa mettere il bambino in situazioni in cui i vincoli e le risorse a sua disposizione gli permettono di superarsi, di cooperare, di fare “insieme”. I pedagoghi che si chiamano troppo presto “pedagogisti” hanno da tempo esplorato questa strada L’educazione popolare, oggi così bistrattata, come quella attiva hanno messo da tempo in campo delle pratiche da cui si dovrebbe trarre ispirazione oggi.”

E se la soluzione fosse l’educazione diffusa?

Recensione, assai gradita, di un libro “apparentemente innocente”

Da Franco Pistone su Ambiente e non solo…

“Lo confesso, sono emozionato, eccitato a parlare di questa rivoluzione perché, da pedagogista, ma anche da genitore, vorrei vederla tradotta in atto. A matita, ho appuntato un cuore a lato di un passaggio, che riporto: “E mentre ci si spende per la natura, il servizio, il lavoro, la cultura simbolica, l’eros totale, il corpo non resta indietro mentre esplora e prova, mentre cerca e studia, dialoga con la città e la campagna, nel bosco e nel fiume, magari a volte facendosi un po’ male e imparando a curarsi e a proteggersi facendo”. Sì, questo è un quadro che mi piace, specialmente per il richiamo all’eros, per lo più negletto o, peggio – e più spesso -, fatalmente negato. A guidare i fanciulli si prevedono mentori che, si legge, “avranno la responsabilità di coordinare un gruppo, ‘banda’, ‘stormo’ di non più di 20 persone”; le aule vengono stravolte, trasformate in spazi aperti, accoglienti e dinamici. Anche gli insegnamenti variano, abbandonando la innaturale divisione in materie e curvandosi sul singolo ragazzo, a celebrare le umane differenze. Il libro, s’è capito, ha avuto in me l’effetto di una Menthos nella Coca-Cola (chi non sa di cosa sto parlando cerchi qualche video su YouTube…), intensificando la mia sete di utopia! “Per partire – viene chiarito – occorre un pur piccolo manipolo di eroi”, è necessario sedurre uno o più dirigenti scolastici, setacciare il territorio, “acciuffare” attori sociali influenti e “persuadere i genitori”. Viene esposto anche il curricolo dell’educazione gaia e diffusa, suddiviso in 5 aree, che voglio nominare per piacere personale: della natura, del servizio civile, del lavoro, della cultura simbolica e del corpo. Prima di chiudere ho due notizie, che non ricavo direttamente dal testo che ma che sono perfettamente coerenti con esso. Innanzitutto, non si impara con “la testa”, ma con ogni fibra: non c’è divisione. A seguire, non siamo nati per soffrire, ma per godere dell’esistenza – una, a che mi risulti -, per riflettere, per stupirci… non conosciamo il futuro, per cui è inutile e crudele una scuola dedicata alla costruzione di automi performanti. Non dobbiamo andare da nessuna parte, ma imparare a “restare”, possibilmente e necessariamente uniti; non dobbiamo crescere, se non come esseri umani, in armonia con il tutto che vive; non dobbiamo competere, se non nel senso intimo del termine, che non indica il “farsi la guerra” per primeggiare, ma l’andare insieme, il convergere. 

Questo libro, in apparenza innocente, mi ha ricordato ciò per cui penso, scrivo, incontro i giovani e, in sintesi, vivo: l’amore! ” Franco Pistone 1 Dicembre 2024

Architettura dell’educazione ?

“Meno male che sono fuggito in tempo, via dalla folla di tanti, troppi miei ex colleghi architetti ruspanti, brillanti e mercanti”. “La mediocrazia ha vinto” scrive Alain Deneault.

Sono balzato sulla sedia nel leggere che all’archistar Mario Cucinella e alla sua impresa sia stata di fatto dedicata in quel del 2021 una monografia, con tanto di prefazione dell’ex ministro Bianchi e interventi dei soliti noti, sul tema dell'”Architettura dell’educazione” a cura di Elena Dorato per le edizioni Maggioli di Santarcangelo di Romagna, che in passato pubblicarono anche grazie al compianto illuminato Giancarlo Cerini, su La Rivista dell’istruzione alcuni nostri premonitori pamphlet sull’argomento. Sono saltato soprattutto pensando a quello che scriveva Giancarlo De Carlo (che pare sia stato addirittura il relatore della tesi di Laurea dello stesso Cucinella) in un geniale articolo per la Harvard University nel 1969: “Le attività educative debbono per forza trovare posto in un edificio appositamente progettato e costruito?”.

Veramente una premonizione mirabile rispetto al nostro concetto di architettura dell’educazione diffusa e della città educante ma non dell’attuale perversa tendenza a continuare a costruire scuole. Il saggio edito da Maggioli sull’Architettura dell’educazione a noi pare di fatto una carrellata di reclusori scolastici, bianche galere o meravigliose gabbie dorate dove rinchiudere giovani e bambini “per far patire il loro corpo e magagnare il loro cervello” (ricordate Papini?). Non sto qui a ripetere ciò che scrivo e riscrivo da anni con discreta audience di sparuti spaventati guerrieri ma con un certo seguito tra le “genti di scuola” che già sperimentano e progettano in variegati luoghi, in linea con l’idea del nostro Manifesto dell’educazione diffusa e di tutti gli scritti e interventi successivi.

Sfogliando il volumetto si scorge la passerella dell’establishment psicopedaarchitettonico sempre da noi stigmatizzato come minimo per le sue idee e pratiche gattopardesche e la vetrina celebrativa di chi ancora persiste, a nostro carbonaro e dissidente avviso, diabolicamente a progettare e costruire reclusori scolastici. Ne abbiamo avuto amari assaggi in tantissimi, troppi convegni, fiere e mercati in varie parti d’Italia e non solo, tutti sulla stessa strada del conservare, del ri-formare le medesime obsolete forme fisiche e teoriche.

Una semplice lettura in diagonale, come suggeriva Manfredo Tafuri, insieme ad una scorsa attraverso il pollice, pagina dopo pagina, di immagini, schemi e disegnini, dà immediatamente l’idea di che cosa ci ri-troviamo di fronte. Forme accattivanti, di moda, indistinte tipologicamente, che potrebbero essere allo stesso tempo e a prima vista un centro commerciale, un complesso residenziale, un grande magazzino… E ancora spazi camuffati subdolamente da ambiti moderni ed aperti ma che rievocano invece subliminalmente i soliti tipi di aule, corridoi, banchi, cattedre…Ritornano a giro finzioni di trasparenze ed aperture, ipocrisie di novità architettoniche per una concezione stantia di educazione, di apprendimento e anche di “architettura”. Meno male che la curatrice (l’educazione diffusa gliene renda merito!) anche se en passant e nelle note, ha almeno citato il nostro antico e fondativo volume La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa cui per la verità sono seguiti altri testi approfonditi oltre che articoli, saggi e seminari anche sull’argomento architettonico dell’educazione diffusa; meno male che ho ritrovato, sempre per inciso, i nomi di alcuni dei nostri riferimenti come Giancarlo de Carlo e Colin Ward.

La nostra risposta a certi stimoli e provocazioni è sempre la stessa ormai fin dagli anni ‘70 e si può riassumere in alcune frasi estrapolate dal titolo” Dissertazioni tra architettura ed educazione” una raccolta di scritti e articoli sull’argomento dal 1975 al 2023 e in altri scritti spuri sparsi nello stesso periodo fino ai giorni nostri. Nessuno però in genere è profeta in patria a meno che non sia un’archistar o un psicostar!

Ogni luogo è atto all’educazione purché se ne esalti il significato didascalico e di formazione collettiva seguendo un filo rosso tra interessi individuali e necessità collettive. L’ultrarchitettura e la scuola diffusa è andare oltre la funzione codificata dei manufatti – scuole, musei, botteghe, teatri… – e dei luoghi – piazze, strade, radure, boschi… – per renderli virtuosamente eclettici, sottratti al mercato e restituiti alla collettività anche in funzione educante. 

Qui una riflessione utile tratta da un articolo illuminato di Ianira Vassallo e Federica Doglio dal n. 8/2021 della rivista Ardeth del Politecnico di Torino“All’interno di questo fitto susseguirsi di contributi di vario tipo che Giancarlo De Carlo ha costruito intorno al dibattito sulla scuola, un riferimento ineludibile è sicuramente il pensiero di Colin Ward, architetto e autore britannico di inclinazione anarchica, capace di costruire con azioni collettive e diffuse una rete di persone, pensieri, spazi e pedagogie, con la città al centro di un processo di apprendimento continuo, sempre in una direzione di deschooling. L’azione collettiva, la rivolta,  riportano l’educazione per le strade, nella città, mostrando come l’apprendimento, l’esperienza pedagogica siano necessariamente un’azione diffusa, non ascrivibile ad una struttura fisica destinata in modo esclusiva. La scuola non è un isola, direbbe De Carlo. Cosa quindi accomuna esperienza così lontane nel tempo e nello spazio? Quello che si vuole mettere in luce con questi esempi è il ruolo che gli architetti e i progetti citati hanno rivestito nel costruire un dibattito critico sul ruolo dello spazio scolastico nella città. Ripartire dalla scuola non significa quindi progettare e costruire edifici adeguati alle esigenze contemporanee ma, piuttosto, pensare allo spazio della città come contesto educativo allargato di una comunità ampia. Si tratta quindi di superare l’idea di school building per sposare l’immagine di una città educante”

L’establishment pedagogico italiano e forse anche estero è del tutto disattento a quello che si sta muovendo dal basso in autonomia e libertà ma con rigore e onestà intellettuale, nel territo- rio e nelle città, tra i soggetti e i luoghi.  Per questa radicale rivisitazione dell’edilizia della scuola tradizionale, è stato cruciale l’incontro con il filosofo dell’educazione Paolo Mottana, docente a Milano Bicocca e teorico dell’architettura come controeducazione. Bisogna superare l’edificio scolastico per un territorio complesso dell’apprendimento: la città scuola. Una pro- vocazione che potrebbe diventare un modello di ricerca per la futura scolarizzazione. Non si tratta di una novità in assoluto, perché, sostanzialmente, allo stesso concetto si ispirava la scuola del Medioevo, quella del pa- lazzo e del monastero, della biblioteca e del chiostro, quella schola come otium che raramente coincideva con un unico luogo fisico. In realtà, luogo dell’apprendere potrebbe essere realmente la città tutta e il territorio. Un’aula aperta al mondo e composta da mille stanze diverse e dedicate, dall’universo fisico a quello virtuale del web. 

Oggi si fatica a tollerare la scuola in un unico edificio. La realtà scolastica non è statica ma, quasi per etimologia, dinamica nello spazio, oltre che nel tempo. Le modalità di fruizione delle informazioni, di apprendimento e di applicazione pratica mal sopportano i muri e i limiti di un unico luogo deputato ai saperi e alla conoscenza. L’errore sta nel pensare ad edifici dedicati e separati, nel far coincidere la scuola con un manufatto. Le aule, i laboratori, le palestre sono già nel territorio: basta adattarli, collegarli e utilizzarli per raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura? Da queste premesse si potrebbe iniziare a progettare un intervento sperimentale che possa fornire dati attendibili sulla fattibilità dell’idea e sulla sua esportabilità in contesti diversi, più ampi e magari di grandi aree metropolitane. La scuola non è un ghetto, non è un luogo chiuso da muri e comparti, non è un edificio unico e monolitico, la scuola è diffusa ed en plein air.  Nel volume La città giardino del domani di Ebenezer Howard si fa riferimento a due splendide utopie viste come un’unica realtà: la Garden City  e la Città Educante. Per trasformare il contesto urbano e la campagna in città educante, occorre intervenire anzitutto nei luoghi su cui posare una nuova organizzazione di quella che una volta chiamavamo scuola, perché non sia più distinta e separata dalla vita quotidiana e dai suoi personaggi e perché sia quel motore della conoscenza e della crescita che alla città manca da tempo.  Si sono fatti esperimenti di educazione diversa, a volte anche timidamente diffusa, si è scritto molto e da tempo di controeducazione ma, fino a oggi nulla è stato prospettato per una nuova architettura della città per superare muri, aule e luoghi chiusi e ambienti concentrati dedicati all’apprendimento. 

Sulla rivista dell’Università di Caen Le Télémaque N° 60 del 2021 leggiamo:

I luoghi di apprendimento:
”Il bisogno naturale ad imparare va scemando man mano che viene organizzato e rinchiuso in luoghi strutturati e delimitati”

“La scuola dove ridursi a una base, un portale ove organizzare attività che devono poi realizzarsi nei mondi aperti del reale, tramite un progressivo adeguamento reciproco delle esigenze delle attività pubbliche e private interessate, degli insegnanti e dei ragazzi e bambini stessi.”

“Compito dell’architetto educante è quello di disegnare o ridisegnare i luoghi e i
loro nessi insieme a chi governa la città. Compito dell’educatore e dell’amministratore scolastico (finchè duri) sarà quello di pensare alla organizzazione, ai tempi, alle aree educative, ai mentori e agli esperti, alla gestione e alla discreta organizzazione. La base o il portale educativo è unluogo multifunzionale di raccolta e di partenza dei gruppi. Può essere un complesso di biblioteche, auditorium, ateliers, piccoli laboratori aperti, piazze e cortili.
I gruppi di bambini che stanno apprendendo a leggere, scrivere, osservare la natura, disegnare, scolpire, suonare e far di conto si ritroveranno sparsi per la città ora in una biblioteca, ora in un museo, ora in un giardino dove ci saranno spazi accoglienti e pronti all’uso.

I teams di ragazzi della fascia di età tra i 10 e i 14 anni sono impegnati nelle loro ricerche per argomenti trasversali mentre i giovani tra i 14 e i 19 anni si divertono a risolvere problemi di diversa natura attingendo ai media, alle risorse delle biblioteche multimediali, ai laboratori, alle botteghe ed agli archivi storici e scientifici. Non sarà difficile per una amministrazione municipale e scolastica svestite di burocrazia, per associazioni di cittadini e lavoratori volonterose e realmente no profit, e per una città aperta, capace e laboriosa organizzare giornate, settimane, mesi di educazione diffusa.”

Dal “Sistema dell’educazione diffusa” di Paolo Mottana ecco la parte spaziale:

L’educazione diffusa ha bisogno solo della base, o del portale che dir su voglia che potrebbe anche essere un unico spazio per diversi  segmenti di età. Dovrà essere articolato in diversi ambiti polifunzionali e anche flessibili con pochi spazi “tecnici” indispensabili: la    cucina, i bagni e gli spazi comuni anche verticali e tantissimi corners attivi: musica ,palestrine ,mini laboratori mobili…

L’abaco possibile di forme per una base:

Una planimetria aperta che alterna spazi coperti a spazi liberi e pieni di verde che penetra per espansione da giardini campagne e orti mai più recintati, mai più separati. Una serie concatenata e flessibile di ambienti per riunioni, per laboratori, per multimedia, per riflettere da soli, in pochi o in tanti, per programmare,coordinare,pensare,  litigare, scrivere, disegnare, dipingere, cantare.Arredi utilizzabili alla bisogna, mobili, componibili e flessibili tali da consentire l’auto disegno e la mutazione degli spazi in tempo reale, anche inventati insieme con la guida di esperti esterni, genitori competenti etc…

La piazza, le vie e i cortili potrebbero costituire, oltre alla tipologia distributiva domestica, i riferimenti comuni che ispirano il disegno del nostro portale e ne fanno l’esatto contrario di una teoria di aule, corridoi, laboratori chiusi e ordinati. Anche nel caso della riorganizzazione di uno spazio scolastico convenzionale. La sensazione finale deve essere quella di un luogo che annuncia e prepara a percorrere e vivere una città e un territorio attraverso le loro parti e nel frattempo apprendere, ritenere, fare, condividere, dialogare, trasformare… Da qui emergerebbe anche una fisionomia nuova per la città e il territorio di cui le basi fungono da portali e che allora sarà in grado realmente di educare, tirando fuori, attraverso l’esperienza nei diversi luoghi non indifferenti ma protagonisti, da ognuno, che sia bambino, ragazzo o adulto, la propria memoria, i propri bisogni, le proprie curiosità. Solo un significativo abbecedario di forme familiari e storicamente consolidate ma non stereotipate costituirà il repertorio formidabile di pezzi per la costruzione di questi nuovi spazi rispettosi della città o di un ambiente confortevole ed amico.Chi dovesse, scegliere, progettare, riprogettare le basi e gli interconnessi spazi dovrà farlo in modalità estremamente partecipata coinvolgendo tutti gli attori come protagonisti, da architetti volontari, a genitori esperti, laboratori disponibili e anche in modalità di recupero e ristrutturazione di spazi esistenti, abbandonati messi a disposizione dalla comunità. Dalla città stessa si potrebbero prendere spunti interessanti per la pianta, la distribuzione e la flessibilità, la bellezza architettonica che non guasta, la prossimità con la natura di eventuali giardini, parchi, campagne, fiumi; i materiali sostenibili e anche di riuso tecnologicamente avanzato con un occhio alla tradizione che ancora vale.” 

Assolutamente da abolire il concetto anche solo prossimo alle aule, alle aule speciali, ai laboratori separati, chiusi e collegati da corridoi veri o finti. La prima cosa da far, se si dovesse partire da un vecchio edificio scolastico o da un appartamento, ammesso che sia staticamente possibile, è ridurre le pareti e sostituirle con arredi mobili e flessibili in modo da eliminare contemporaneamente disimpegni e piazzole e configurare uno spazio aperto e articolato con angoli e quinte dove gruppi e gruppetti si radunano per programmare, discutere e fare il bilancio di attività svolte, seduti, appollaiati, in circolo, in piccole folle indistinte anche se autoordinate o radunate intorno a piani di lavoro mobili, piccoli teatri e soggiorni. Il ridisegno potrebbe essere fatto e realizzato anche scomponendo e ricomponendole forme da realizzare come flessibili e autogestibili.L’architettura di una città educante comprende infatti nel suo disegno complessivo anche le basi e le concepisce  non come monumenti istituzionali ma come ambiti amicali e familiari nel senso ampio del termine che ricomprende tante aggregazioni sociali. Per disegnare una città educante cominciando da una sua piccola parte(la base, l’insula ,il quartiere) in  un piccolo progetto sperimentale di educazione diffusa si individuerà una rete di posti adatti e compatibili con una mobilità leggera a partire da quel luogo che sappiamo fungere da luogo di raccolta e autorganizzazione delle attività, dei tempi, delle mete giornaliere, dei gruppi e delle loro guide.  Mettere in pratica seppure in via sperimentale principi di educazione diffusa comporta di certo anche una serie di interventi progressivi sulla città e sul territorio in termini di recupero, riuso, trasformazione anche in progettazione e costruzione collettiva e partecipata a partire in via provvisoria da case e casolari, da luoghi da recuperare, da  vecchie «scuole» o da centri culturali da trasformare o riadattare con rigore di apertura. Il luogo non è e non può essere indifferente alle attività che vi si svolgono e secondo degli studi consolidati può arrivare ad incidere fino all’80% sul benessere e sui risultati di apprendimento.”

Alla fine però, tuttosommato, ha ragione ahinoi Paolo Mottana quando scrive: «Lo so, figuriamoci, anche noi a volte abbiamo la lingua tagliente. Credo sia anche il frutto però di questo sistematico ignoramento. Se una scuolina (o un comune) fa una piccola esperienza di cambiamento ne parlano tutti i giornali. La nostra proposta invece (cinque libri!) non ha ottenuto neanche una recensione, un parere, un suggerimento. Il modo migliore per far fuori una tesi che non si ama è ignorarla. E’ una vecchia strategia. Sono perfettamente consapevole che il nodo è la difesa della scuola. Molti amici si chiedono come si possa combattere la scuola nell’epoca in cui si intravvede una sua possibile privatizzazione. E allora fanno quadrato. Attenzione però a non fare quadrato intorno a un relitto. Posto che mai sia stata una nave capace di fare vela degnamente (per i suoi utenti).»

Un percorso chiaro si intravvede nella bibliografia minima suggerita:

https://shs.cairn.info/revue-le-telemaque-2021-2-page-161?lang=fr (L’éducation diffuse et la ville éducatrice. G.Campagnoli n° 60/2021 Le Télémaque Caen. FR

AA.VV. (2018) Il Manifesto della educazione diffusa. Comune-info.net Roma 

Agnoli A., (2014)Le piazze del sapere Editori 

Bion W.R., (1990), Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma

Campagnoli G. (2019) L’architettura di una città educante. ReseArt Edizioni Pesaro 

Campagnoli G., (2007) L’architettura della scuola, Franco Angeli Milano 

Campagnoli G., (2017) Il disegno della città educante (prima edizione) ReseArt Pesaro 

Capitini A., (1967-1968), Educazione aperta. voll. I & II., La Nuova Italia, Firenze. 

Codello F., Né obbedire né comandare. Lessico libertario, Eleuthera, Milano 

Dewey J., (2014), Esperienza ed educazione, Raffaello Cortina, Milano. 

De Carlo G. Architettura e partecipazione. Quodlibet, Macerata 

Fourier C., (1966), Oeuvres complètes, Anthropos, Parigi. 

Freire P., (2002), La pedagogia degli oppressi, EGA, Torino. 

Freinet E., Freinet C., (1976), Nascita di una pedagogia popolare, La Nuova Italia, Firenze 

Howard Ebenezer (2017) La città giardino del domani 

Illich I., (2010), Descolarizzare la società, Mimesis, Milano. 

Montessori M., (2008), Educare alla libertà, Mondadori, Milano. 

Marcarini M.G., (2016) Pedarchitettura Edizioni 

Mitscherlich A., (1972) Il feticcio urbano Einaudi 

Mottana P., (1993), Formazione e affetti. Il contributo della psicoanalisi allo studio e all’elaborazione dei processi di apprendimento, Armando, Roma. 

Mottana P., (2015), Cattivi maestri. La controeducazione di Schérer, Vaneigem, Bey, Castelvecchi, Roma. 

Mottana P., Campagnoli G., (2017), La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa. Come oltre passare la scuola, Asterios, Trieste. 

Mottana Paolo (2011) Piccolo Manuale di controeducazione, Mimesis Milano 

Mottana.,P.Campagnoli G (2020) Educazione diffusa istruzioni per l’uso Terra Nuova Edizioni Firenze 

Mottana Paolo, (2023) Il Sistema dell’educazione diffusa Dissensi Edizioni

Rossi Aldo (1970) L’architettura della città Marsilio 

Vassallo I. Doglio F. dal n. 8/2021 della rivista Ardeth del Politecnico di Torino: 

Ward C., (2018), L’educazione incidentale, Eleuthera, Milano 

Ward. C., (2016) L’architettura del dissenso, Eleuthera, Milano 

Weyland Beate e Attia Sandy (2015) Progettare scuole, tra pedagogia e architettura Guerini Scientifica Milano 

Scrivere e disegnare per bambini e ragazzi.

Riceviamo e pubblichiamo da due nostri associati una breve recensione libera ed autonoma del catalogo di libri per l’infanzia e l’adolescenza Gaby Books propostoci dagli editori.

“I libri per l’infanzia andrebbero progettati seguendo due principi: devono anzitutto essere coerenti con le teorie dello sviluppo e le teorie dell’apprendimento; devono essere forieri di valori e comportamenti etici inclusivi e sostenibili.”

” Un’idea potrebbe essere quella di sforzarsi di rappresentare in modo del tutto originale le storie e le situazioni dedicate a bambini e ragazzi che meriterebbero di meglio e di più, decisamente fuori dal recinto degli stereotipi grafici mercantili dominanti, magari ricorrendo a figure di pedagogisti e grafici alternativi.

Qui il catalogo e la recensione completa.

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Recensione Catalogo Gaby Books

 

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