Éducation Nouvelle?

Nota personale di Giuseppe Campagnoli

L’ establishment pedagogico e di ricerca educativa si conferma un po’ autoreferenziale anche in versione europea e globale. L’ avevamo già intuito e scritto. Il modello di sistema scolastico occidentale, e non solo, resiste a tutte le autentiche innovazioni soprattutto quando si prospettano come vere e proprie rivoluzioni e inventa spesso dei surrogati che mantengono stereotipi e punti fissi della vecchia “scuola”. Ecco l’ultimo raccontino epistolare sull’attenzione verso l’educazione diffusa. 

Dalla nota inviata agli organizzatori del convegno di Éducation Nouvelle di Verona a novembre 2026

La proposta:

“Un contributo sulle controversie intorno all’educazione diffusa

Buongiorno,

In allegato troverete un contributo critico sull’idea di educazione diffusa, che potrebbe eventualmente servire come base di riflessione per le persone o le associazioni impegnate nell’“Educazione nuova” e nel convegno di novembre a Verona. Per chi desidera consultare documenti, articoli e informazioni sull’educazione diffusa, consiglio di visitare il sito della nostra Associazione.

Giuseppe Campagnoli

La risposta

«Gentile Signore,

grazie per questo contributo spontaneo che mi ha permesso di scoprire il concetto di “educazione diffusa”, che in realtà non fa altro che dare un nome diverso a ciò che l’Educazione Nuova e l’educazione attiva pongono al centro del proprio progetto da sempre. Come l’”empowerment” ai suoi tempi, che ha rinominato con modernità il vecchio concetto di poter agire, anche l’”educazione diffusa” ribadisce la necessità di considerare la complementarità degli spazi educativi (famiglie, tempo libero, cultura, ecc.), ribadisce l’importanza di una scuola aperta al suo ambiente, ribadisce il valore del contesto ecc. Insomma, niente di nuovo!

Jean-Luc Cazaillon

Cemea

La controreplica

«Buongiorno,

grazie molte. In realtà, leggendo i due saggi pubblicati sulla rivista Le Télémaque (n° 60 e 67), si capisce che non si tratta affatto di “niente di nuovo”: si tratta di un vero e proprio sistema educativo rivoluzionario, che coinvolge e integra a tempo pieno tutta la città e il territorio, con la loro urbanistica e la loro architettura, al di là di ogni modello o teoria pedagogica. Molto oltre, anzi.

Questa è la differenza fondamentale.

L’educazione diffusa, in definitiva, viene boicottata perché fa paura. Non è un’idea astratta, ma una pratica che fa saltare la logica del controllo, delle gerarchie, della standardizzazione e della burocrazia che governano la scuola tradizionale. Un sistema che permette di imparare davvero attraverso la vita reale, in modo libero e autonomo, sottrae potere ai ministeri, alle istituzioni e alle corporazioni che traggono profitto dalla formazione. È più comodo liquidare il tutto come “utopia” piuttosto che ammettere che il modello attuale è obsoleto, inefficace e ingiusto.

È per questo che l’educazione diffusa viene deliberatamente ignorata: non perché non funzioni, ma perché rischia di funzionare troppo bene.

Comunque, grazie per l’attenzione e per queste informazioni. Se qualcuno volesse approfondire davvero la questione, sono a disposizione.

A presto,

Giuseppe Campagnoli

A presto?

FINE?

FINE, decisamente no.

La controdeduzione costruttiva al programma di Convergence(s) che ha comunque il pregio di voler far convergere appunto esperienze ed idee per una nuova educazione, dimostra che non riesce affatto, a mio avviso, a fare dei veri passi avanti per oltrepassare l’attuale modello scolastico globale, a dispetto di Freinet, Ferrière, Illich, Montessori e tanti altri rivoluzionari, citati pure come nostri riferimenti nell’ultimo saggio su Le Télémaque: https://www.pedagogia.it/blog/2026/02/17/cronaca-morale-il-sistema-delleducazione-diffusa/. La mia esperienza di alunno figlio di maestri elementari cresciuto in una virtuosa integrazione tra il metodo di Freinet e quello di Ferrière, la scuola attiva in una realtà rurale, di architetto passato dalla mercanzia dell’immobiliare privato e pubblico ad una ricerca teorica e pratica sull’architettura dei luoghi della cultura e dell’educazione fino a giungere al concetto di ultra architettura e di città educante, di insegnante e direttore di scuola artistiche oltre che responsabile dell’Ufficio Studi di una Direzione scolastica regionale pubblica, mi ha condotto a condividere l’idea dell’educazione diffusa con Paolo Mottana filosofo dell’educazione della Bicocca di Milano in un Manifesto pubblicato nel 2018 e sfociato nel 2023 in una vera e propria proposta di un Sistema educativo alternativo da attuare nel tempo con la spinta di un’ apposita Associazione no profit.

I punti principali del progetto Convergence(s) si possono facilmente in parte controbattere e in parte integrare e condividere in una accezione più unitaria e multiforme:

  1. Agire per la protezione dell’ambiente è parte integrante della nostra Area esperienziale dedicata alla natura mentre il concetto di cultura della pace permea l’idea stessa dell’educazione diffusa e si concretizza nell’Area del Servizio Sociale e in quella dell’Indagine. Le aree indicate sono contenute nel testo di Paolo Mottana “Il Sistema dell’educazione diffusa” ( https://www.lafeltrinelli.it/sistema-dell-educazione-diffusa-struttura-libro-paolo-mottana/e/9788885518537? ) e nella recensione “Cronaca Morale.Il Sistema dell’Educazione Diffusa” pubblicata in francese nel n.67 della Rivista Accademica Le Télémaque e in versione tradotta nella rivista Pedagogika di cui abbiamo indicato il link nel periodo precedente.
  2. L’ Educazione diffusa supera per sua natura la distinzione tra educazione formale e informale e l’obsoleto paradigma insito nel termine “scuola” e contiene in sé i concetti di interculturale, di educazione ai diritti umani, di coesione sociale, di eliminazione delle disuguaglianze, perfino dell’obbiettivo del “successo” scolastico indicato con un termine meritocratico e quasi mercantile che perfino Hugo disprezzava.
  3. Tutte le proposte concrete e le azioni che no sto a declinare una per una che Convergence(s) elenca come modalità di attuazione del programma erano implicite nel testo del citato Manifesto dell’Educazione diffusa nato tra il 2012 e il 2016 e pubblicato a Roma nel 2018 con centinaia di adesioni e condivisioni attive.
  4. Da ultimo ma non per ultimo il concetto di “Comunità educativa aperta” abusata terminologia di tante proposte “innovative e alternative” è nell’essenza dell’educazione diffusa coniugata con quella indissolubilmente legata della città e società educanti.

Ricorrono ahimè ancora i termini di “scuola”, di “investimento”, di “educazione pubblica” di “giustizia ed inclusione” e tanto altro, in una connotazione di mero restauro e riuso (passatemi il termine da architetto) del sistema vigente piuttosto che di urgente rifondazione ab ovo come ha scritto più volte il mio amico e collega Paolo Mottana.

Tutto ciò premesso ed ammesso ci piacerebbe, come Associazione, far parte del sodalizio di Convergence(s) anche in veste di una punta forse un po’ visionaria dell’idea di educazione ma già in parte provata sul campo con piccole ma significative esperienze in diversi territori, non come modelli pedagogici o didattici ma come avanguardie di un vero e proprio sistema educativo alternativo a quello di fatto imperante nel mondo occidentale e non solo (per i vizi e le aberrazioni coloniali). Restiamo in attesa di un cenno di vera attenzione.

Di-sperato

Sono veramente disperato. Sono disperato da uomo di scuola, di quel sistema-scuola che ho capito essere stato la disgrazia di generazioni di italiani e non solo, un sistema che ha condotto gran parte del mondo ad un pensiero di diseguaglianza accettata, di violenza, di inettitudine culturale e morale, di conflitto permanente. Sono disperato perché tutto ciò che viene proposto per rimettere al centro un’ educazione diversa, diffusa, legata alla vita e all’esperienza sulla scia storica di tanti coraggiosi pedagogisti rivoluzionari viene ignorato, sottovalutato, boicottato, quando non ostacolato e combattuto, non dal conservatorismo retrivo, autoritario e liberista ma addirittura da una sedicente area del progresso sociale e civile che proprio come primo punto del suo programma dovrebbe mettere una rivoluzione in campo educativo.

Quelli che ci hanno eluso, ignorato, glissato, tacciato di visionari utopici illusi, tra i media, la politica e l’accademia italiani, seppure interpellati in tante forme ( non faccio nomi) sono stati tanti. Tutte le riviste parapedagogiche accademiche ad eccezione di Pedagogika, La rivista dell’istruzione (grazie al compianto Giancarlo Cerini), Innovatio educativa finché era in vita, Educazione Aperta una tantum, tutto il giornalismo “sinistro” da Repubblica a il Manifesto, al Fatto Quotidiano ed oltre (ad eccezione di Comune-info.net nostro amico fino a qualche mese fa, dopo di che…), le tv e i social ad eccezione di un servizio del TG3 Marche ormai 10 anni fa e del nostro fedele amico de Laforzadicambiare Alberto Pancrazi.

In politica tutto il capo largo non ci si è filato neppure per sbaglio insieme ai cespuglietti pararivoluzionari socialcomunisti, a parte una mezza truffa di un coinvolgimento “paraculo” di qualche tempo fa in un programma di candidatura regionale. Non parliamo dei liberi comuni che si sono limitati a contentini tribuneschi ad eccezione di qualche raro resistente ancora in ballo. Sarei contento di aver dimenticato qualcuno. Fatecelo sapere.

Sono disperato ma proprio questo, credo, mi spingerà a nuovi sussulti di impegno resistente. Anche da solo se fosse necessario.

Passerella disperata.

Déjà re-vu.

Linee Guida per l’Educazione diffusa e la Città Educante

Come prosecuzione e risoluzione dei concetti dell’articolo “Educazione diffusa: ultimo atto?” che troverete qui: https://educdiffusa.org/2026/03/08/le-difficolta-evidenti-delleducazione-diffusa/, dopo gli ultimi sviluppi della nostra idea soprattutto nelle azioni dell’Associazione, fondata nel 2024 per dare corpo e vita alla sua realizzazione concreta, propongo una riflessione e un’idea non in qualità di presidente dell’associazione ma come co-ideatore del progetto insieme a Paolo Mottana nel lontano 2016 e come instancabile, quasi ossessivo, promotore e attivista spesso carbonaro. Si dovrebbe innanzitutto prendere spunto dai veri capisaldi dell’idea esplicitati in una trilogia di pubblicazioni emblematiche che sono a mio avviso il volume di esordio “La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa” del 2017, il libro che prospetta un vero e proprio sistema alternativo: “Il Sistema dell’educazione diffusa” del 2023 e la sintesi ragionata di tutto nella “Chronique Morale” apparsa di recente sulla rivista Le Télémaque (Presses Universitaires del Caen).

Leggendo quindi le determinazioni assunte recentemente a livello assembleare dall’associazione, anch’essa ahinoi poco frequentata (forse perché povera e mediaticamente non appetibile?), si delinea un insieme di azioni essenziali indispensabili per il futuro dell’idea e del sodalizio: divulgare, comunicare, formare. Una sorta di “existenz minimum”. Si lascia volutamente indietro l’intervento diretto sul campo dell’associazione in iniziative sperimentali insostenibili per avviare invece la messa a punto di un Prototipo Sperimentale di Educazione Diffusa con annesse concrete Linee Guida, da poter offrire a chi ne avesse interesse e volontà, applicabile e replicabile in diversi contesti.

I primi strumenti operativi sono stati declinati nei punti successivi del rendiconto assembleare e della conseguente delibera. Si tratterebbe esclusivamente di iniziative per progetti formativi da elaborare e mettere in campo all’occorrenza, sia in presenza che a distanza, utilizzando anche segmenti di consulenze onerose già approvati dagli organismi dell’associazione.

La mia proposta, conseguente e coerente con le decisioni assunte , viste le evidenti difficoltà già analizzate e segnalate a far procedere esperienze sul campo per la sostanziale indifferenza o diffidenza degli enti territoriali, delle scuole pubbliche interpellate e forse anche delle persone in gran parte rassegnate, è la seguente:

A) Un investimento di risorse ed un incremento veramente forte dell’azione divulgativa e comunicativa;

B) La riattivazione di forti interessi, di richieste di collaborazione e di consulenze per eventi o iniziative di informazione e formazione specifica;

C) Solo in un secondo momento, dopo una forte azione formativa, la promozione e la consulenza per sperimentazioni (sul modello di prototipo-guida da noi messo a punto) progettate ed attuate direttamente dagli attori sul campo che non possono assolutamente essere privi di una solida preparazione.

Solo in questa direzione potremo e dovremo impegnarci, viste le poche risorse e la sostanziale resa e disillusione rispetto alle vere radicali innovazioni, già provata in diverse occasioni, da parte del mondo scolastico e delle gestione delle città e dei territori.

Non disperdiamo le poche energie in diversi rivoli ma concentriamoci, con le forze disponibili, in una comunicazione efficace, magari con l’ausilio di veri esperti, tesa a “spiegare” e divulgare a fondo e diffusamente l’idea oltre ad offrire disponibilità per la formazione e la consulenza.

Giuseppe Campagnoli

Montelabbate 15 Maggio 2026

Chronique morale

Un système pour l’éducation diffuse

Pubblicata su Pedagogika la versione italiana dell’articolo apparso a gennaio sulla rivista Le Télémaque (n.67/2025) edita da Presses Universitaires de Caen.

https://www.pedagogia.it/blog/2026/02/17/cronaca-morale-il-sistema-delleducazione-diffusa/

Il Manifesto. Le basi dell’educazione diffusa.

Un bel report trovato alla Bicocca di Milano del libro-madre dell’educazione diffusa, le basi solide di un’idea da sviluppare e realizzare per oltrepassare la scuola. Un promemoria utile a chi non conosce, a chi misconosce, a chi glissa, a chi trascura e minimizza, contrasta, teme, odia, presume, confonde, diffida, banalizza…

Capitale disumano ed educazione

Da un articolo pubblicato su Ed scuola nel 2004. Primi semi di controeducazione…

IL “CAPITALE UMANO”:
UNA PILLOLA DI RIFLESSIONE E QUALCHE PAROLA IN LIBERTA….SULLA “SCUOLA”.

Se non fosse una contraddizione in termini,di idea e anche di contenuto,si potrebbe definire,con una provocazione, una “mercificazione dell’essere”…

Le etimologie da transfert economico  oggi sono numerose…

Esse non hanno connotazioni ideologiche precise.Ho letto testi liberals e liberisti citare il capitale umano come elemento di cui tener conto…

L’origine è indiscutibilmente aziendalista e neoliberista.I capitali sociali e umani  hanno come scopo primario la rendita ed hanno una connotazione fortemente economicistica. 

Dall’azienda alla pubblica amministrazione, dalla sanità come alla scuola di questi tempi si vive di di transfert pesanti  anche non solo linguistici ma sovente anche di sostanza: dappertutto c’è il prodotto,il mercato,l’utente…

La letteratura legata alla formazione dei dirigenti scolastici dell’autonomia parla dell’istruzione come di un bene prodotto dai docenti e la assimila  ad un investimento in un capitale particolare.In questa accezione si  fa l’ipotesi di un quasi-mercato (CFR Eugenio Somaini in “Scuola e mercato” edizioni Donzelli  Roma 1997) per individuare delle forme di concorrenzialità tra la domanda da soddisfare con mezzi pubblici e l’offerta proposta da amministrazioni pubbliche senza le caratteristiche squisitamente economiche del vero mercato,ora,tra l’altro, globale.

Le regole fondamentali di questa forma di mercato legato all’autonomia dei soggetti che offrono formazione (le scuole autonome) dovrebbero essere:

1.     Determinazione delle disponibilità finanziarie in funzione della domanda territoriale

2.     Ampi poteri ai dirigenti delle scuole

3.     Responsabilità di risultato nei confronti dell’utenza e dei poteri di indirizzo politico

4.     Eliminazione delle norme del vecchio apparato

5.     Incremento delle forme di flessibilità nell’utilizzo delle risorse umane e materiali

6.     Incentivi retributivi tesi allo sviluppo delle capacità professionali dei docenti

Quante di queste regole sono solo sulla carta o hanno già mostrato i propri limiti?

Quante di esse sono state  applicate a quasi dieci anni dalla fondazione dell’autonomia scolastica?

La nozione di capitale applicata anche  ai beni immateriali capaci di dare frutti in futuro rischia di essere pericolosamente utilitaristica e fondata sulle competenze per il mondo del lavoro  emarginando  la conoscenza  ma soprattutto quello “spirito” che  è l’essenza della vita e che si affina attraverso l’esperienza: quella intangibile ma personalissima impronta che gli orientali chiamano con significativa coincidenza linguistica “ki” o “chi”  e che si alimenta di conoscenze ed esperienze disinteressate.

Pare si stiano imponendo invece gli ambiti del non-pensiero: quello unico dell’economia e insieme…le gravità e le inerzie intellettuali del sistema informativo-formativo globale, lo psicologismo e le impostazioni settoriali della questione pedagogica (didatticismo…etc.),i saperi aziendali come saperi egemoni del mondo dell’istruzione…” (G. Boselli in “Autonomia’” edizioni junior Bergamo 2000)

La definizione di Capitale umano è a volte espressa traendo origine da un concetto di programmazione e sedime delle conoscenze e delle esperienze versus l’applicazione nel mondo della produzione (imparare per produrre,star bene per produrre, longlifelearning per non diventare improduttivi…)Non pare esservi spazio per la narrazione il racconto, l’imprevisto,la scoperta e la creatività …..Quando si parla di Capitale Umano ci si esprime anche in termini di costi-benefici: per ogni componente non monetaria è infatti possibile….individuare un equivalente monetario…) (id.Eugenio Somaini in “Scuola e mercato” edizioni Donzelli  Roma 1997) 

Altri definiscono il capitale umano come la misura della somma dei valori attuali dei redditi degli odierni lavoratori per la loro vita produttiva residua che si valorizza suscitando personalità non solo trasmettendo informazioni e saperi ma  curando gli spazi di libertà educativa e migliorando l’istruzione anche attraverso il learning by doing.

Lo stesso Consiglio d’Europa sottolinea in una sua risoluzione del novembre 2003 (2003/C295/055) i seguenti bisogni negli ambiti delle risorse umane:

·        Istruzione di qualità

·        Politica per la formazione professionale

·        Economia basata sulle conoscenze

·        Complementarietà tra istruzione,formazione,plitica del lavoro,coesione sociale e competitività.

Considera inoltre come per l’istruzione e per la formazione del personale le spese non siano costi ma investimenti e come il capitale umano sia la leva per la coesione sociale e la crescita economica.

Raggiungere entro il 2010 gli obiettivi fissati a Lisbona nel 2000 nel campo dell’istruzione e della formazione è condizione indispensabile per  attuare la politica economica e sociale dell’Unione Europea.

Non vengono in mente alcune riflessioni di Ivan Illich sulle spinte economicistiche nei confronti della scuola?  La  stringente attualità  delle sue considerazioni sulle tendenze educative occidentali viziate dalla burocrazia,dalla statistica e dal culto del professionalismo e la crescita della persona messa in crisi dalle invenzioni di  bisogni (new economy,pubblicità,media) standardizzati e considerati validi per tutti ? (cit. Tierry Paquot Le Monde gennaio 2003)

Propongo  questa rilettura di un capitolo significativo di “Descolarizzare la società”  del 1971 che chi legge potrà filtrare con le dovute attualizzazioni  anche con l’aiuto delle mie chiose d’evidenza

COERENZA NELL’IRRAZIONALE[1]

Io credo che l’attuale crisi dell’istruzione imponga una revisione del concetto stesso di scuola pubblica obbligatoria, piuttosto che dei metodi usati per tradurlo in atto. La percentuale di coloro che abbandonano la scuola – specie tra gli studenti delle medie inferiori e tra i maestri elementari – attesta che esiste nella base l’esigenza di un’impostazione totalmente nuova. Il “professionista della scuola” che si considera un insegnante avanzato viene sempre più spesso attaccato da ogni parte: il movimento per la scuola libera, confondendo la disciplina con l’addottrinamento, lo dipinge come un autoritario deleterio; il tecnologo della pedagogia dimostra rigorosamente le sue insufficienze nel valutare e modificare il comportamento; e l’amministrazione scolastica per la quale lavora lo obbliga a inchinarsi sia a Summerhill sia a Skinner, dimostrando così con evidenza che l’insegnamento obbligatorio non può essere una professione libera. Non stupisce quindi che la percentuale degli insegnanti che disertano sia superiore a quella degli studenti.

L’impegno dell’America per l’istruzione obbligatoria dei suoi giovani si rivela oggi altrettanto vano quanto il suo preteso impegno a una democratizzazione forzosa dei vietnamiti. Le scuole convenzionali non possono evidentemente farcela. Il movimento per la scuola libera attira sì gli educatori non conformisti, ma finisce per appoggiare l’ideologia dominante della scolarizzazione. E le promesse dei tecnologi della pedagogia, che dicono di poter offrire con le loro ricerche – se adeguatamente finanziate – una sorta di soluzione finale alla resistenza opposta dai giovani all’istruzione obbligatoria, suonano pretenziose e si rivelano non meno fatue delle analoghe promesse dei tecnologi militari.

Le critiche rivolte al sistema scolastico americano dai comportamentisti e dalla nuova leva degli educatori radicali sembrano totalmente opposte. I primi applicano le loro ricerche in questo campo alla “induzione di un’istruzione autotelica attraverso programmi comprensivi di apprendimento individualizzato”. Il loro atteggiamento si contrappone alla cooptazione non-direttiva dei giovani in libere comuni costituite sotto la supervisione di adulti. Tuttavia, in una prospettiva storica, le due posizioni non sono che manifestazioni contemporanee degli obiettivi, apparentemente contraddittori ma in realtà complementari, del sistema scolastico pubblico. Sin dall’inizi di questo secolo, le scuole sono state infatti protagoniste sia del controllo sociale sia della libera cooperazione, l’uno e l’altra al servizio della “società migliore” concepita come una struttura corporativa altamente organizzata e funzionante senza scosse. Sotto l’impatto di un’intensa urbanizzazione, i bambini divennero una materia prima che solo le scuole potevano plasmare affinché fosse immessa nella macchina industriale. La politica progressista e il culto dell’efficienza confluirono nel dare sviluppo alla scuola pubblica americana.[2] L’istruzione professionale e la scuola media inferiore furono due risultati importanti di questa ideologia.

Ne consegue dunque che il tentativo di produrre specifiche modificazioni comportamentali che siano misurabili e attribuibili all’operatore è solo una faccia della medaglia, l’altra faccia della quale è la pacificazione della nuova generazione in isole appositamente costruite, dove sia possibile conquistarla al mondo sognato dagli anziani. Di questi pacificati all’interno della società ha dato una bella descrizione Dewey, quando dice che dovremmo fare di “ogni nostra scuola un embrione di vita comunitaria, resa attiva da tipi di occupazione che riflettano la vita della più vasta società, e permearla dello spirito dell’arte, della storia e della scienza”. In questa prospettiva storica sarebbe un grosso errore considerare l’attuale contrasto a tre voci tra sistema scolastico tecnologi della pedagogia e scuole libere come il preludio di una rivoluzione pedagogica. Esso è piuttosto una fase del tentativo di trasformare in realtà un vecchio sogno e di fare finalmente di ogni forma d’apprendimento valido il risultato di un insegnamento professionale. Quasi tutte le alternative proposte convergono verso obiettivi che sono immanenti alla produzione dell’uomo cooperativo capace di soddisfare i suoi bisogni individuali attraverso la propria specializzazione nell’ambito del sistema americano. Si tratta cioè di alternative orientate verso un miglioramento di quella che – in mancanza di un termine migliore – io chiamo la società scolarizzata. Neanche i critici apparentemente più radicali del sistema scolastico intendono rinunciare all’idea di avere un obbligo nei confronti dei giovani, specie di quelli poveri: l’obbligo di sottoporli al processo che, per amore o per forza, li inserisca in una società la quale ha bisogno della specializzazione disciplinata tanto dei suoi produttori quanto dei suoi consumatori, e anche della loro adesione totale a un’ideologia che pone al primo posto la crescita economica.

Il dissenso vela le contraddizioni insite nell’idea stessa di scuola. I sindacati degli insegnanti, gli stregoni della tecnologia e il movimento per la liberazione dell’istruzione non fanno che consolidare l’adesione dell’intera società agli assiomi fondamentali di un mondo scolarizzato, un po’ come tanti movimenti pacifisti e di protesta consolidano l’impegno dei loro seguaci – siano essi neri, femmine, giovani o poveri – a cercare giustizia attraverso l’aumento del prodotto nazionale lordo.

È facile elencare alcuni dei dogmi oggi indiscussi. C’è anzitutto la convinzione diffusa che il comportamento acquisito sotto gli occhi di un pedagogo abbia un valore speciale per l’allievo e costituisca uno speciale vantaggio per la società. Ciò si collega all’assunto che l’uomo sociale nasce soltanto nell’adolescenza, e nasce nella maniera giusta solo maturando nel ventre della scuola, che alcuni vogliono addolcire con la permissività, altri riempire di sussidi audiovisivi e altri ancora riverniciare con una tradizione liberale. E c’è, infine, una diffusa concezione della giovinezza che è insieme romantica sul piano psicologico e conservatrice su quello politico: secondo questa concezione, i mutamenti della società devono avvenire caricando sui giovani la responsabilità di trasformarla, ma solo una volta che essi siano stati sfornati dalla scuola. È facile che una società basata su questi dogmi arrivi a sentirsi responsabile dell’educazione della nuova generazione, e questo comporta inevitabilmente che alcuni uomini fissino, specifichino e valutino gli obiettivi personali di altri. In un “estratto da un’immaginaria enciclopedia cinese” Jorge Luis Borges cerca di evocare quel senso di stordimento che un tentativo del genere non può non produrre. Ci dice che gli animali si suddividono nelle seguenti classi: “a) quelli che appartengono all’imperatore; bquelli che sono imbalsamati; c) quelli che sono addomesticati; d) i porcellini da latte; e) le sirene; f) quelli favolosi; g) i cani randagi; h) quelli inclusi nella presente classificazione; i) quelli che finiscono per impazzire; j) altri innumerevoli; k) quelli dipinti con un sottile pennello.di peli di cammello; l)eccetera; m) quelli che hanno appena rotto la brocca; n) quelli che da lontano assomigliano alle mosche”. Ora, una tale tassonomia non sarebbe possibile se non ci fosse qualcuno che la ritiene utile ai propri scopi; nel caso particolare suppongo che questo qualcuno poteva essere un esattore fiscale. Almeno per lui questa tassonomia delle bestie deve aver avuto un senso, nello stesso modo in cui la tassonomia degli obiettivi dell’istruzione ha un senso per gli scienziati che ne sono gli autori.

Nel contadino, il vedere uomini padroni di una logica così imperscrutabile autorizzati a valutare il suo bestiame deve aver provocato un senso agghiacciante di impotenza. Per ragioni analoghe gli studenti che si sottopongono seriamente a un programma di studi tendono a sentirsi paranoici. Ed è inevitabile che siano ancor più spaventati del mio immaginario contadino cinese, dal momento che quelli che si stanno marchiando con un segno imperscrutabile sono non delle bestie ma gli scopi della sua vita.

Il brano di Borges è affascinante perché chiama in causa quella logica della coerenza nell’irrazionale che rende così sinistre, e insieme così vicine alla realtà quotidiana, le burocrazie di Kafka e di Koestler. La coerenza nell’irrazionale ipnotizza i complici impegnati in uno sfruttamento basato sulla convenienza e sulla disciplina di tutti. È la logica prodotta dal comportamento burocratico. E diventa la logica di una società la quale esige che i gestori delle sue istituzioni didattiche siano ritenuti pubblicamente responsabili delle modificazioni di comportamento che provocano nei loro clienti. Gli studenti che riescono a trovare una motivazione per apprezzare i blocchi di programmi didattici che i loro insegnanti li obbligano a consumare sono paragonabili ai contadini cinesi che riescono a far entrare le loro greggi nel modulo fiscale fornito da Borges.

A un certo punto, nel corso delle ultime due generazioni, trionfò nella cultura americana la fede nella terapia e si cominciò a vedere negli insegnanti i terapeuti delle cui cure tutti gli uomini hanno bisogno se vogliono godere dell’eguaglianza e della libertà nelle quali, secondo la Costituzione, sono nati. Ora gli insegnanti-terapeuti propongono, come fase successiva, una cura didattica destinata a prolungarsi per tutta la vita. Quello che è in discussione è il tipo di cura. Deve assumere la forma di una frequenza scolastica continuata anche nell’età adulta? Dell’estasi elettronica? O di periodiche sedute di sensibilizzazione? Tutti gli educatori sono pronti a congiurare per estendere le pareti della scuola, al fine di trasformare in una scuola l’intera cultura.

Il dibattito in corso negli Stati Uniti sull’avvenire dell’istruzione, nonostante la sua retorica e il suo baccano, è più conservatore delle discussioni in atto in altri settori della vita pubblica. In politica estera, se non altro, una minoranza organizzata ci ricorda costantemente che l’America deve rinunciare al suo ruolo di poliziotto del mondo. Gli economisti radicali, e ora anche i loro insegnanti un po’ meno radicali, revocano in dubbio che la crescita globale sia un fine auspicabile. E così esistono in medicina gruppi che antepongono la prevenzione delle malattie alla cura e nel campo dei trasporti gruppi che scelgono la scorrevolezza a scapito della velocità. Solo nel campo dell’istruzione le voci che chiedono una descolarizzazione radicale della società sono ancora isolate. Mancano un’argomentazione stringente e una guida matura che puntino all’abrogazione di ogni e qualsiasi istituzione volta al fine dell’apprendimento obbligatorio. Per il momento la descolarizzazione radicale della società resta una causa senza un partito. E questo è particolarmente sorprendente in un’epoca in cui i ragazzi tra i dodici e i diciassette anni palesano una crescente, sebbene caotica, resistenza a tutte le forme d’istruzione istituzionalmente programmate.

Gli innovatori dell’istruzione sono sempre convinti che le istituzioni didattiche debbano funzionare come imbuti per i programmi da loro preparati. Per il mio discorso è irrilevante che questi imbuti assumano la forma di un’aula scolastica, di una trasmittente televisiva o di una “zona libera”. Ed è altrettanto irrilevante che i programmi forniti siano ricchi o poveri, gelidi o appassionanti, solidi e misurabili (come la matematica del terz’anno) o impossibili da valutare (come la sensibilità). Ciò che conta è il presupposto che l’istruzione sia il prodotto di un processo istituzionale gestito da un educatore. Fin quando i rapporti saranno quelli tra fornitore e consumatore, la ricerca pedagogica rimarrà in un circolo chiuso. Continuerà cioè ad accumulare prove scientifiche a favore della necessità di nuovi programmi didattici e di una loro distribuzione più mortalmente precisa tra i singoli clienti, nello stesso modo in cui un certo tipo di sociologia può dimostrare la necessità di distribuire dosi ulteriori di interventi militari.

La rivoluzione dell’istruzione presuppone un duplice rovesciamento di tendenza: un diverso orientamento nella ricerca e una diversa comprensione dell’aspetto pedagogico di una certa controcultura che viene emergendo.

La ricerca operazionale tende oggi a ottimizzare l’efficienza di un sistema ereditato, senza che il sistema in quanto tale sia mai oggetto di contestazione. Ora questo “sistema ha la struttura sintattica di un imbuto per programmi d’insegnamento. La sua alternativa sintattica è una rete o trama educativa che consenta il montaggio autonomo dei mezzi disponibili sotto il controllo diretto di ogni discente. Questa struttura alternativa dell’istituzione didattica si trova ora all’interno del punto concettualmente cieco della nostra ricerca operazionale. Se la ricerca si concentrasse su di esso, avremmo realmente un’autentica rivoluzione scientifica.

Questo punto cieco della ricerca sull’istruzione riflette la deformazione culturale di una società che ha confuso lo sviluppo tecnologico con il controllo tecnocratico. Per il tecnocrate il valore di un ambiente aumenta quanto più aumentano i contatti programmabili tra ogni individuo e ciò che gli sta attorno. In un tale contesto le scelte regolabili dall’osservatore o programmatore coincidono con quelle possibili per il cosiddetto beneficiario che è oggetto di osservazione. La libertà si riduce allo scegliere tra varie merci preconfezionate.

La controcultura che viene emergendo riafferma, al di sopra dell’efficienza di una sintassi rafforzata e ancor più irrigidita, i valori che sono propri del contenuto semantico. Apprezza la ricchezza della connotazione più del potere della sintassi di produrre ricchezza. Alla qualità garantita dell’istruzione professionistica antepone l’esito imprevedibile dell’incontro personale autonomo. Questo riorientamento verso la sorpresa personale anziché verso i valori elaborati istituzionalmente, sarà rovinoso per l’ordine costituito finche non dissoceremo la crescente disponibilità di strumenti tecnologici che facilitano l’incontro dal crescente controllo dei tecnocrati su ciò che avviene quando la gente si riunisce.

Le attuali istituzioni didattiche servono agli scopi dell’insegnante. Le strutture relazionali di cui abbiamo bisogno sono quelle che permettano a ognuno di definire se stesso apprendendo e contribuendo all’apprendimento degli altri.

12-05-2004 15:21 

Giuseppe Campagnoli

[1] Questo saggio è stato presentato originariamente a una riunione dell’American Educational Research Association svoltasi a New York il 6 febbraio 1971.

[2] Si veda Joel Spring, Education and the Rise of the Corporate State, quaderno n. 50 del Centro Intercultural de Documentaciòn. Cuernavaca, Messico, 1971.

Una, dieci, cento, città educanti. Oltre le dubbie e “dangereuses” educazioni e città

Prendo spunto da un vecchio articolo su comune-info.net per rilanciare l’idea, soprattutto alle città con cui abbiamo abito già a che fare con esperienze di formazione, di prove sul campo etc..

“In ogni città esiste un patrimonio enorme non utilizzato di saperi ed esperienze da mettere in comune con bambini e bambine, ragazzi e ragazze. È quello di tante botteghe e laboratori, musei e piccole gallerie, teatri tradizionali o di piazza, luoghi di musica e arte, biblioteche e librerie… L’educazione diffusa può aiutare a ripensare l’idea di apprendimento, favorire la partecipazione di cittadini al bene comune, ma anche fermare l’espulsione dei cittadini dai centri storici. “Gli educatori, i politici liberi e gli architetti illuminati dovrebbero solidalmente avviare questo percorso partendo magari da piccole realtà ed esperienze per estendere l’idea alle grandi città e alle aree metropolitane…”

La città si trasforma e cambia con l’educazione. Forse in extremis ma credo che l’educazione diffusa potrà contribuire a salvare la città. Di sicuro l’educazione potrebbe trasformare una città e bloccare quella perniciosa deriva che è cominciata con la terziarizzazione dei centri storici, con l’espulsione dei suoi abitanti e delle sue nobili e diffuse attività e con la creazione di periferie sempre più insignificanti e degradate dove insistono brutte scuole, desolate aree sportive, verde incolto e abbandonato, propaggini di aree industriali e artigianali in una desolante e insalubre commistione. Riflettendo sull’invasione della nuova speculazione residenziale turistica nei centri storici ormai snaturati dalla presenza di mercanti di gadget turistici e di tipologie abitative sempre più tese a diventare dei veri e propri alberghi piuttosto che abitazioni di residenti, si può capire quanto potrebbe incidere in controtendenza una trasformazione delle parti di città in senso permanentemente educante. Si potrebbe indurre, ad esempio, la rinascita di botteghe e laboratori, musei e piccole gallerie, teatri tradizionali o di piazza e di strada, luoghi di musica e arte, biblioteche e librerie oltre che ripopolare quartieri e vie di residenti e abitanti stabili con la sola velleità di ospitare stranieri alla pari e senza fine di lucro e di accogliere per mostrare i propri luoghi ed educare attraverso di essi. È questo che di virtuoso provocherebbe e chiederebbe l’improvviso e continuo sciamare di bambini e bambine, ragazzi e ragazze, di artisti, di artigiani e anziani, di stranieri e vagabondi, desiderosi di essere finalmente utili con le loro esperienze e i loro saperi attraverso i luoghi ridisegnati e rivisitati di tutta la città fino a trasformare i centri storici e tutte le periferie in un unico centro pulsante senza soluzione di continuità ideale.

La scuola che oltrepassata, diventa educazione diffusa e trasforma la città è un sogno che potrebbe avverarsi, un sogno dove l’unico mercato sarà quello delle piccole e grandi cose utili alla vita e al desiderio di conoscenza che è innato in ognuno di noi e che non viene certo soddisfatto trascorrendo ore su un banco ad apprendere nozioni imposte altrove e che in gran parte svaniranno dopo poco tempo per non lasciare alcuna traccia. Il fatto che oggi molte città si stiano trasformando in tante disneyland infernali del turismo e del consumo ha fatto loro perdere qualsiasi valore educativo e anche quella profonda geo-significanza che avevano avuto per secoli. La cultura e il sapere oggi vengono anche fisicamente periferizzati a meno che i loro antichi luoghi non possano essere tesaurizzati nel mercato del profitto a tutti i costi. Restituiamo i centri alle case popolari, alle botteghe, agli studenti e alle studentesse, agli anziani, ai viaggiatori senza scopo di lucro e facciamo sparire le periferie cominciando da lì l’invasione benefica della campagna verso la città, dei margini verso il nucleo. Si può fare.



Si può fare usando anche  con coraggio gli strumenti della pubblica utilità dei luoghi e dei beni che sono sempre di più frutto di speculazione, di accumulo, di latrocinio, di evasione fiscale. Se è stato ed è possibile per le grandi spesso inutili opere pubbliche e brutte e pericolose infrastrutture perché non si potrebbe fare per le case, per i monumenti, per gli edifici con valenza pubblica e sociale, per i manufatti abbandonati, per tutte le architetture e i luoghi finora usati per la speculazione ed il mercimonio. Una città a misura di bambino/a e di umanità è possibile anche attraverso l’educazione che cominciasse a permearla proiettandovi saperi e passioni, voglia di ricerca e di osservazione, di dialogo, di accoglienza, di sete di sapere incidentale e per questo assai più utile di quello obbligato o subdolamente indotto. Sarebbe anche l’occasione, grazie alla quale, la cultura, il turismo consapevole e attivo, il verde e l’agricoltura potrebbero rinascere a vita nuova senza l’assillo quotidiano del profitto. Tutto ciò potrebbe indurre dal basso anche l’inversione dell’attuale sistema economico basato sulle diseguaglianze, sulle nuove/antiche classi sociali, sulle guerre del mercato e del possesso che vuole egemonizzare tutto, dalla educazione alla famiglia, dall’ambiente alla cultura e al tempo libero.

Abbiamo bisogno di una nuova città per un “nuovo” medioevo – già storicamente da non leggere come così retrogrado se è vero che aveva concepito i liberi comuni e tanto altro-, la città che nasce e cresce senza più solamente architetti mercantili per concepire gli spazi liberi e ospitali oltre che aperti alla cultura. 

”Una costruzione medievale non ci appare come lo sforzo solitario nel quale migliaia di schiavi svolgevano il compito assegnatogli dall’immaginazione di un solo uomo: tutta la città vi contribuiva. La torre campanaria si elevava sopra alla costruzione, grandiosa in sé, e in essa pulsava la vita della città”. (Pëtr Kropotkin)

Una città così concepita diventerebbe assolutamente inclusiva. Vi sarebbero spostamenti virtuosi dalle periferie destinate alla riqualificazione o alla sana demolizione verso i centri storici dove rinascerebbero mille piccole attività sostenibili sia dal punto di vista sociale che economico ed ecologico, dove rinascerebbero la cultura, l’educazione, il verde, e un turismo non mercantile per viaggiatori saggi e consapevoli. Gli educatori, i politici liberi e gli architetti illuminati dovrebbero solidalmente avviare questo percorso partendo magari da piccole realtà ed esperienze per estendere l’idea alle grandi città e alle aree metropolitane che si risanerebbero così ridotte e ridimensionate in una specie di “divisione” virtuosa in tante moderne new towns che moltiplicassero i centri facendo evaporare ghetti e periferie accogliendo l’invasione di prati, radure e giardini. È sempre stata solo una meschina questione economica. Sarebbe ora di cambiare e la strada è già indicata.

Ci sono delle città di piccole o medie dimensioni che per la loro vicinanza, non solo teorica, alla nostra idea urbana ed educativa potrebbero aspirare a diventare delle prove sul campo di città educante. Gubbio, Cagliari, Cattolica, Mantova, Rodigo, Parma, Rimini ne sono alcuni esempi. Proveremo a proporre dei progetti concreti.

“Una piccola città, una rete di scuole coraggiose e un sindaco anch’esso coraggioso. Associazioni, architetti, cittadini, cooperative, mercanti e artigiani tutti coraggiosi. Queste la sceneggiatura e la scenografia minime per cominciare a costruire una città educante. Non si tratta di uscire dalla scuola di tanto in tanto oppure di perpetuare la famigerata progettite, malattia contagiosa della scuola a caccia di fondi e di medaglie per iniziative e attività spesso inutili. Si tratta di stare in modo permanente nella città reale e nei suoi luoghi ad educare e ad educarsi mentre si vive. Nel frattempo che le scuole e i loro insegnanti e direttori ripensano tempi e metodi dell’educazione in modo radicale e decisamente incompatibile con lo star fermi, anche solo un’ora, in un banco davanti a un propalatore di nozioni o ad una lavagna d’ardesia o elettronica, la città si organizza e si trasforma per accogliere bambini, ragazzi, adulti ed anziani di ogni provenienza per tutto l’arco della giornata, della settimana, del mese, dell’anno. Il sindaco e la sua amministrazione decidono di investire gran parte delle risorse un tempo impiegate per l’istruzione, per l’edilizia scolastica e culturale, per la mobilità urbana, il commercio, la cultura e i servizi in genere, in rivoluzionario progetto integrato di educazione diffusa che contemporaneamente preserva, trasforma e rende più bella e viva tutta la città. Le associazioni e i gruppi di cittadini contribuiscono e collaborano in varie forme. Si fa un piano urbano flessibile girando per la città e segnalando in una mappa luoghi e spazi adatti a quella virtuosa trasformazione. In un quartiere c’era un complesso di luoghi contigui che comprendeva una biblioteca, due vecchie scuole, un museo e un parco. Diventerà un portale della educazione diffusa.” (“La città educante: immaginiamo”. 2019). L’ultra architettura in anteprima.

Basterebbe utilizzare le risorse già presenti nelle città e nei quartieri, gli spazi ancora aperti delle norme sull’autonomia scolastica e la buona volontà di associazioni e cittadini per realizzare uno o più prototipi di città educanti. Ci provammo senza successo, per gli ostacoli della burocrazia e della politica retrive e per i problemi di risorse economiche, in realtà della Lombardia, del Veneto, delle Marche e dell’Emilia Romagna fin dal lontano 2029. In questo caso perseverare non è diabolico ma rivoluzionario e decisamente non utopico visto che piccoli e limitati esemplari sono stati provati sul campo con grandi possibilità. Chissà che le città che ci hanno in qualche modo ascoltato non intravvedano con coraggio nella nostra proposta una speranza di salvare insieme l’educazione e la città. Una co-progettazione di diversi soggetti interessato e con ideali affini ci porterebbe a mettere in campo il primissimo esempio completo e duraturo di città educante. Sindaci, assessori, presidi e cittadini sveglia! Non è poi così difficile!

Giuseppe Campagnoli architetto del dissenso, 15 Settembre 2025

C’è ancora paura?

Chi ha paura dell’educazione diffusa?

Giuseppe Campagnoli

29 Giugno 2018

di Giuseppe Campagnoli*

L’educazione diffusa è educazione totale. In una città educante coinvolge bambini e adulti, anziani, pensionati, lavoratori e può essere la medicina per l’ignoranza che ci sta portando ad una società illiberale, mercantile, autoritaria ed escludente. Una medicina da prendere subito, prima che sia troppo tardi. La scuola come è ora ha costruito generazioni di analfabeti sociali e funzionali e sta costruendo nuovi pericolosi egoismi dettati dalla paura di chi non sa e non vuol sapere. Ogni luogo e ogni attività della città può diventare occasione di scambio educativo e può aiutare a superare la separazione tra generazioni, tra chi studia e chi lavora o chi ha perduto la bussola della vita per aver perduto il tempo della ricerca e della riflessione preso dalla corsa al profitto e ad un falso benessere.

Sono incoraggianti i risultati di esperienze di contaminazione tra generazioni e attività per quello che il dialogo tra mondi che finora sono stati tenuti rigorosamente e pericolosamente distinti  può generare di virtuoso. I mentori e gli esperti, gli spazi diversi, trasformati  e resi multiformi diventano i mediatori di una educazione permanente che non si sviluppa in verticale ma in orizzontale, o meglio in tante dimensioni contemporaneamente.

Riflettendo in questi giorni di triste realtà italiana e mondiale mi appare sempre più chiaro come una rivoluzione nell’educazione potrebbe salvarci da un futuro che si preannuncia oscuro in mano ai manipoli del cattivo senso e della cattiva coscienza. Riconosco che un’educazione veramente diffusa, senza obblighi e recinti, libera e guidata solo dalla voglia di capire e di fare, fa paura a chi detiene il potere, ieri come oggi. È proprio per questo che bisogna insistere e cominciare a spargere questo benefico virus dai quartieri, alle città, al territorio, nella consapevolezza che questo cambiamento sarà anzitutto politico come è ben chiaro nel Manifesto che lo ha prefigurato e anticipato. E sarà un cambiamento vero che non ha nulla a che fare con i falsi o negativi cambiamenti che la politica istituzionale promette da sempre ma raramente realizza o realizza malamente con l’imposizione e l’autorità. Sarà un cambiamento che potrà incidere sul pensiero dell’uomo, sulla sua vita e sul suo agire perché è dall’educazione e dai suoi luoghi diffusi che tutto ha origine: l’economia,  il lavoro, l’alimentazione, la salute, il clima, la pace, la tolleranza… È un’arma non violenta che spesso ha risollevato le sorti dell’umanità in varie parti del mondo. e della sua storia.

Mettiamo insieme tutte le esperienze in atto e in progetto che operano nella stessa direzione e costruiamo un grande collettivo educante. Se ne gioveranno i bambini, le città, le campagne e le genti che le abitano. Scrive Scuola Libertaria su facebook : “Se io ho un sistema politico o pedagogico che produce effetti specifici su una comunità, sono soltanto questi effetti che devo guardare per capire di quale sostanza è fatta la natura di quel sistema, e porvi rimedio. Le discussioni, le elucubrazioni, i parapiglia che avvengono intorno alle questioni sociali non hanno alcun valore di fronte ai dati evidenti inoppugnabili.

Se il sistema educativo produce una siffatta società, è il sistema che deve essere additato ed eliminato, non chi ne è vittima, a maggior ragione quando questo sistema è stato disegnato espressamente da un’élite per riprodurre il proprio privilegio e un tipo preciso di architettura o dinamica sociale. Si parlerà allora di cambio di paradigma, non di modifica dello stesso. Questo può avvenire soltanto quando gli individui si libereranno dal dogma della scuola, dalla sua liturgia, cioè quando impareranno a voler essere se stessi e non ciò che altri hanno deciso che debbano essere.”

La trilogia della Città Educante e dell’Educazione Diffusa (2017-2023)

Educazione diffusa: dove, quando e con chi.

Riprendo un articolo del 2020 per una dissertazione leggera su un argomento spinoso.

“Prendo spunto da un appello collettivo su Libération di oggi legato alla questione delle scuole parentali per riflettere ancora sull’idea concreta di educazione coniugata con le difficoltà del tempo. Si tratta di un appello a doppia faccia perché l’educazione non va comunque parcellizzata tra outdoor, parentale, senza quello o senza questo, cooperante, dei piccoli e grandi paesi e delle piccole e grandi scuole, laboratori qui e là, ma resa totale e diffusa con una virtuosa integrazione tra pubblico e volontario incidentale sia esso sociale  che familiare e finalmente frutto di un virtuoso repertorio tra le mille spurie esperienze storiche e attuali. Superare le “educazioni distratte” per una unica educazione diffusa pubblica, cioè collettiva e sostenuta da tutti, è la via migliore per garantire pari opportunità a tutti nella vita e per non cedere ad élite opportuniste o esibizioniste spazi tali da privilegiare parti della popolazione a discapito di altre. L’ educazione (con tutto ciò di implicito che si porta dietro: istruzione, formazione, crescita consapevole, partecipazione, eguaglianza, gioco, ambiente, etc..) non deve separare  e classificare ma unire e rendere liberi e autonomi servendosi delle risorse della collettività (stato, finché ci sarà, cittadini, associazioni, politica, cultura, arte, natura…).

“In Francia (come in parte anche in Italia) l’istruzione è obbligatoria, ma i bambini possono essere istruiti al di fuori del sistema educativo statale o anche di qualsiasi istituzione scolastica, ciò che comunemente si chiama «istruzione parentale » secondo il principio della libertà pedagogica garantita. Da poco più di vent’anni, i governi successivi, sia di destra che di sinistra, non hanno cessato di limitare progressivamente questa libertà a colpi di rimaneggiamenti delle norme sull’istruzione e di restringere così la morsa del controllo istituzionale statale sulla formazione dei bambini che si sono visti imporre una «base comune», dei livelli successivi e, più recentemente, addirittura un abbassamento dell’età a partire dalla quale l’applicazione delle norme educative e l’acquisizione delle conoscenze e competenze dovranno essere controllate. Tutti questi tentativi si pongono, ahinoi, sempre dentro il recinto della non abolizione della scuola attuale ma della richiesta di libertà di porvi accanto altre forme libere.Una libertà prevista da tante Costituzioni pensate a metà del secolo scorso e sul modello di una scuola più fondata sull’addestramento che sull’educazione ed appannaggio esclusivo o quasi degli stati nazionali. Il lapsus ideale è quello di insistere sul termine di istruzione e non concentrarsi invece su quello più ampio e significativo di educazione. Si continua a lasciare, mettendo incautamente in campo anche le religioni, la porta aperta, purtroppo, a forme talvolta elitarie e settarie di istruzione che moltiplicano la scolarizzazione della società invece di andare nella auspicabile direzione opposta. Ricordo per inciso una mia digressione recente sulle diverse “educazioni” in campo e sulla necessità che ne venga superata la loro fittizia e surrettizia distinzione per passare attraverso una salutare fase di descolarizzazione progressiva in funzione della contemporanea costruzione dell’educazione diffusa che le ricompone, le sintetizza superandole mirabilmente. 

https://shs.cairn.info/article/TELE_060_0161

Nella presentazione, su di una rivista universitaria francese “Le Télémaque”, di un Dossier denominato proprio “L’ educazione diffusa”, dotto e interessante dal punto di vista teorico, Didier Moreau, docente di filosofia ed educazione all’Università di Paris 8, disquisisce sui concetti di educazione formale, non formale ed informale evocando perfino Cicerone e Platone mentre rammenta un primo utilizzo en passant del termine “educazione diffusa” da parte dell’UNESCO in una accezione riduttiva di mera educazione informale, per giungere alla determinazione, fluttuante ancora nelle nebbie della dissertazione filosofica, che l’educazione diffusa è quella che provoca gli choc emotivi e li rende fonti di apprendimento. Si afferma infatti che non è solo la struttura formale che rende possibili i saperi e alimenta i ricordi e la memoria in funzione educativa: “L’esperienza forma e rende attenti e partecipi a tutto ciò che forma.” Questo pare essere in definitiva uno slogan sottotraccia dell’educazione incidentale per aree di esperienza che porta direttamente all’educazione diffusa come la intendiamo noi.
“Se la famiglia e la scuola sono sempre stati considerati i luoghi per eccellenza dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze, acquisiscono una formazione, nella idea di educazione diffusa si decide invece di esplorare un particolare aspetto dell’educazione che prescinde da queste istituzioni: l’incidentalità guidata. Ecco allora che le strade urbane, i prati, i boschi, gli spazi destinati al gioco, gli scuolabus, i bagni scolastici, i negozi e le botteghe artigiane si trasformano in luoghi vitali capaci di offrire opportunità educative straordinarie. Questa istruzione informale, non formale e incidentale, in una unica parola e idea, “diffusa”, volta alla creatività e all’intraprendenza, rappresenta una concreta alternativa a un apprendimento strutturato, programmato e chiuso in genere tra quattro mura che risponde più alle esigenze dell’istituzione e del docente che alle necessità del cosiddetto discente. Si configura così un approccio al tempo stesso nuovo e antico alle conoscenze in grado di fornire un’efficace risposta a quella curiosità, a quel naturale e spontaneo bisogno di apprendere, che sono alla base di un’educazione autenticamente libera ed autonoma, seppure guidata per i saperi da figure come i mentori e gli esperti (trasformazione virtuosa dei maestri e degli insegnanti affiancati da chi nel territorio possiede e usa saperi diversi e complessi che non si apprendono senza esperienza).“

In un altro articolo del 2023 in cui prospettavo un’azione parallela dell’Educazione diffusa, di sperimentazioni ove possibile nella scuola pubblica e di forme cooperative come modelli al di fuori della scuola statale non era stato analizzato a fondo l’aspetto logistico, burocratico ed economico. Una “scuola parentale” nell’accezione normativa italiana statisticamente comporta una spesa annuale familiare per alunno che può andare dai 2000 ai 4000 Euro a seconda delle circostanze. Nelle esperienze più economiche si ha notizia perfino di una specie d sfruttamento di educatori ed insegnanti a tempo pieno che lamentano stipendi mensili decisamente inferiori ai 1000 Euro. C’è poi l’aspetto dei costi per i luoghi dell’educazione, per le convenzioni e le intese nella “città educante” oltre che per le cosiddette basi o per i “portali” che nel sistema proposto sono fondamentali.

C’è poi la questione del riconoscimento del titolo di studio che ahinoi resta un punto fisso e rischia di ricondurre in gran parte le esperienze educative alternative a delle verifiche nozionistiche e classificatorie che comportano come minimo una preparazione parallela da declinare in base alle caratteristiche dell’istituto statale incaricato delle procedure di idoneità obbligatorie.

Occorre analizzare bene quale forma scegliere per le prove sul campo dell’educazione diffusa. Come ipotizzavo nello stesso articolo si potrebbe immaginare una specie di forma cooperativa come spin off o più semplicemente organizzata dall’Associazione stessa dell’Educazione diffusa. Questo potrebbe superare o minimizzare alcune delle problematiche esposte oltre che accedere più agevolmente a diverse forme di finanziamento.

Tutto è comunque da pensare, da progettare nel dettaglio anche in termini esecutivi rendendo concrete le indicazioni dell’ultimo nostro riferimento testuale: “Il Sistema dell’educazione diffusa” che contiene i dettagli concreti della rivoluzione educativa chiamata città educante o educazione diffusa nonché le istruzioni per organizzare il nuovo paesaggio educativo da suddividere in un biennio del gioco (per i più piccoli), un quinquennio della scoperta, uno dell’esplorazione e un biennio finale dell’affinamento o della differenziazione.

Sarebbero da applicare tutte le modalità per programmare il tempo dell’educazione diffusa, gli elementi eticopedagogici fondamentali di riferimento e i caratteri delle figure educative indispensabili ad accompagnare bambini e ragazzi nei loro mondi vitali.” Forse le due strade immaginate in parallelo condurranno più rapidamente a delle realizzazioni concrete e complete dell’educazione diffusa in città educanti. L’architettura,(come l’abbiamo ribattezzata l’ultra architettura) anche qui rimasta un po’ nel margine, dovrebbe riassumere il ruolo che le spetta integrandosi a pieno nel progetto di messa in campo dell’educazione diffusa.

WordPress.com.

Su ↑