Ormai è forse inutile?
Ormai è forse inutile dialogare, litigare, urlare, protestare e forse anche votare senza un’alfabetizzazione funzionale civile ed etica adeguata. Chi, al di là del dito delle ridicole nostalgie e delle grottesche espressioni di orribili figuri alla ribalta globale di un non pensiero dilagante, è portatore delle stesse idee di quella spinta mai tramontata alla prevaricazione, al dominio, all’ordine, alla discriminazione, ai corporativismi e all’ iniquità sociale, al razzismo e alla negazione dei diritti naturali e civili, alle guerre di sterminio, si eluderà (e si eliderà) solo con l’educazione e l’induzione in tutti delle conoscenze e del pensiero critico. Sottilmente e inesorabilmente. Ciò non esclude che, parallelamente, per contrastare le ingiustizie e le violenze, si possa e si debba resistere facendo, disobbedendo,in ogni luogo, riempiendo le piazze e le strade, le città e i territori, scrivendo, esibendosi in ogni modo possibile con le arti e le scienze.

Ciò che oggi limita la libertà di pensiero critico e di scelta però dipende prevalentemente dallo «stato presente e del passato recente dei costumi delle umane genti » sempre più preda di egoismi ed ignoranze. Il voto, dove ancora resiste, ormai preda dei manipolatori e dei poteri economici imperanti, non è più l’espressione di libertà conquistata con lotte e sacrifici ma la giustificazione e l’alibi per le oligarchie e le demodittature latenti.
L’aspetto terrificante della questione, nei nostri lidi, è che, a partire dagli anni duemila in crescendo, il 10 % degli italiani non è in grado di distinguere tra lettere e cifre e non riesce a scrivere che in uno stampatello «cuneiforme»; il 50% ha difficoltà evidenti nella lettura; il 40 % gravi difficoltà a comprendere ciò che legge. Solo il 10 % è in grado di usare la lingua e la comunicazione in modo efficace e ahinoi è in gran parte collocato nelle generazioni dagli anni ‘60. Questo si riflette in modo determinante su tutte le altre competenze, anche quelle logico-matematiche, creative o meramente operative. Nel mondo in generale è, se possibile, ancora peggio. Come farebbe la maggioranza delle persone a prendere delle decisioni sensate e a scegliere nella vita, nella politica, nel sociale, a distinguere semplicemente tra ciò che è bene o ciò che è male per sé stessi e per la collettività, senza possedere «gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea»?

Prima della politica allora viene senza alcun dubbio l’educazione ma un’educazione profondamente diversa, ribaltata, autonoma, libera e fatta di vita reale, non l’istruzione, l’addestramento, il “dressement” ad usum delphini della medesima “scuola” che insiste in tutto il mondo conosciuto.
Un’alternativa non fasulla ci sarebbe da tempo.
“Con l’educazione diffusa ognuno viene riconosciuto come persona umana nelle sue caratteristiche costitutive di unicità, irripetibilità, inesauribilità e reciprocità. L’educazione non deve fabbricare individui conformisti, ma risvegliare persone capaci di vivere ed impegnarsi: deve essere totale non totalitaria, vincendo una falsa idea di neutralità scolastica, indifferenza educativa, e disimpegno. L’educazione diffusa promuove l’apprendistato della libertà contro ogni monopolio (statale, scolastico, familiare, religioso, aziendale)”
Si tratterebbe, in definitiva, di mettere in campo una sorta di rieducazione estesa a tutte le età, fondata su una serie infinita di libere esperienze con mentori, esperti e maestri di mondo, realizzata permeando istituzioni, città, territori non necessariamente riformando con burocrazie e istituzioni ma “infiltrando”, da dentro o di fianco, i concetti e gli ambiti di istruzione, formazione, comunicazione con le idee e le pratiche già da tempo proposte e in parte anche “provate” dell’educazione diffusa. Chissà che non si riuscisse a distinguere un briciolo di realtà dalle mille verità costruite, contrapposte come strumenti di potere e di controllo economico, politico e sociale. Chissà che lentamente le persone non si rendano conto che le loro convinzioni, a volte anche quelle apparentemente trasgressive o controcorrente, non siano invece indotte dall’ignoranza costruita su mille verità manipolate, sulle bulimie mediatiche e transmediatiche di social, giornali, tv, a senso unico (il mercato che li gestisce) dai pontificatori, frullatori di pensieri e di idee, sublimi confezionatori di brodi di notizie-fiction, filosofi, scrittori, reporters pro domo sua e mezzi busti d’assalto?
Probabilmente con una educazione profondamente e radicalmente diversa il pensiero critico e creativo sarebbe prevalente e porterebbe se non altro a osservare la realtà senza schermi e schemi prefigurati e a farsi più domande ed esprimere dubbi più che certezze indotte e “guidate”. Educazione diffusa per le prossime generazioni e ri-educazione diffusa per quelle già compromesse nel pensiero critico. Educazione diffusa,autonoma, libera, esperienziale. Ci vorrà qualche tempo ma ne varrà senz’altro la pena. Noi siamo già partiti con discreti risultati. Chi vuole imporre un modello scolastico addestrativo, meritocratico, discriminatorio, gerarchico, reclusorio, non l’avrà vinta. La vera educazione pubblica verrà fuori dalle spoglie della scuola attuale.
Sarà l’unico modo per contrastare e vincere sull’attuale idea politica in fatto di vita e di società come scrivevo su Comune-info nel 2022:
“Attraverso l’educazione è possibile costruire o ricostruire l’idea della pace (e della guerra) come della salute, dell’economia, della città, della natura, della politica, della proprietà, della vita in generale. Ma la condizione fondamentale è che l’educazione avvenga principalmente attraverso l’esperienza e la vita stessa con una serie infinita di quello che in tanti chiamano lo choc educativo che avviene durante le tante esperienze e le osservazioni, le ricerche, le incidentalità, gli studi e le restituzioni e condivisioni in corpore vivi e che si esplicano attraverso un’intelligenza unica, multiforme e multisenso. Il tutto nelle varie scene dell’apprendimento che vanno dal corpo alla natura, all’immaginazione all’arte, alle storie tratte dalla realtà e dalla fantasia, dalla scienza che cerca e ricerca senza fine e senza dogmi, dalla lingua che è pensiero e delle relazioni umane che non sono separate fra di loro ma rappresentano una interconnessione continua di contatti molteplici e multiformi. Istruzione, addestramento, formazione sono invece le sovrastrutture parziali e strumentali dell’educazione che non può essere per sua natura codificata e cristallizzata in procedure, programmi, valutazioni competenze e conoscenze determinate dai vari poteri dominanti più o meno sulla base di consensi discutibili quando non indotti o obbligati palesemente o subliminalmente. Conoscere, sapere e saper usare liberamente la realtà e le storie, la creatività e l’immaginario in una accezione collettiva e cooperativa possono mitigare e orientare in senso positivo gli stimoli naturali ai conflitti e all’aggressività se il cosiddetto “mutuo appoggio” fondamentale in natura (cfr. Kropotkin) lo diventasse anche per l’animale della specie umana. L’educazione può, nel tempo salvare il mondo, purché sia libera, diffusa e integrata nei diversi momenti e luoghi della vita, quasi istintiva, sicuramente incidentale.“

È un percorso lento, difficile e pieno di ostacoli ma non vedo altre vie per sottrarre all’invasione delle destre globali quel consenso che fa ripetere l’ orribile giaculatoria: “Il popolo ci ha votato” rievocando altri tristi momenti della storia.
La metafora di Achab e Moby Dick è sempre terribilmente viva come scriveva Etel Adnan nel 2004: Le navi continueranno a solcare l’oceano, a uccidere balene, a vincere, e poi ad affondare. I carri armati conquisteranno i deserti, uccideranno e distruggeranno, e la sabbia calda si solleverà mentre le persone saranno troppo morte per rialzarsi — ma la fine resterà la stessa. Voi, Achab, e io, Moby Dick, non esistiamo più. Ma i nostri fantasmi sono tornati sulla terra per riprendere la loro follia. La gente li guarda come se fossero attori di un film horror, ma in realtà i migliori uomini d’Oriente sono massacrati, e la carneficina è ben reale, e il sangue colora i due fiumi del Paradiso, e gli autori di quest’apocalisse saranno maledetti per sempre.

Chi ha paura anche oggi dell’educazione diffusa?
Piuttosto bizzarro come l’educazione diffusa lasci freddi soprattutto gli addetti ai lavori, insegnanti, presidi e ovviamente intellettuali della pedagogia. Curioso perché con evidenza nella scuola si devono affrontare emergenze continue, dal bullismo, all’analfabetismo progressivo, all’ingresso del digitale, alla violenza diffusa, alla fuga dai compiti, alle psicopatologie sempre più ampie…
Ovvio che la scusa per sbeffeggiare l’educazione diffusa sia sempre l’arduità della cosa, l’utopia, per tutti questi geni occorre una realpolitik dell’educazione, se possibile a basso costo.
Vorrei solo ricordare che, almeno per chi conosce l’educazione diffusa (ben pochi, anche per questo rinvio al nostro sito per notizie e bibliografia, (https://educdiffusa.org), grazie alla didattica totalmente collaborativa, alla riduzione indispensabile dei numeri di studenti, alle attività esperienziali e avventurose in ampia gamma, al coinvolgimento attivo, alla demolizione dell’impianto valutativo nei suoi aspetti deteriori (sopravvive l’autovalutazione e la verifica condivisa), a una filosofia che premia l’aiuto reciproco, la cortesia, l’ascolto e la calibratura dei compiti non solo sulle attitudini ma anche sulla disponibilità nel momento e nel tempo:
1. sparisce il bullismo (figlio della violenza intrinseca alla scuola come di ogni apparato repressivo)
2. si riduce drasticamente ogni forma di conflitto non generativo
3. aumenta esponenzialmente la consapevolezza nei più piccoli del funzionamento sociale in ogni suo aspetto
4. si rivitalizza il rapporto adulto-minore, territorio-educazione, società-educazione,
5. i minori ricominciano a respirare, a vivere pienamente al loro livello di aspettativa e capacità
6, l’importanza del digitale e dei suoi figli (l’IA per esempio) si marginalizza come mero strumento da utilizzare con la massima parsimonia
7. la postura dei bambini e dei ragazzi ridiventa mobile, vivace, curiosa ed entusiasta perché coinvolta in esperienze per loro gratificanti e fonti di riconoscimento sociale
8. il corpo, centro vitale e propulsivo della vita di tutti i bambini e ragazzi, torna al centro in mille attività e pratiche specificamente deputate
E potrei continuare.
Vi sembra poco?
Non vi pare che varrebbe un po’ più di fiducia, di sostegno, di collaborazione?
(La verità comunque è, che per molti di quelli citati all’inizio, specie i pedagogisti o presunti tali, la scuola è un gigantesco business). Paolo Mottana 20 luglio 2025

“Da fanciulli, se una veduta, una campagna, una pittura, un suono etc. un racconto, una descrizione, una favola, un’immagine poetica, un sogno, ci piace e diletta, quel piacere e quel diletto è sempre vago e indefinito: l’idea che ci si desta è sempre indeterminata e senza limiti: ogni consolazione, ogni piacere, ogni aspettativa, ogni disegno, illusione ec. (quasi anche ogni concezione) di quell’età tien sempre all’infinito: e ci pasce e ci riempie l’anima indicibilmente, anche mediante i minimi oggetti”. G.Leopardi.
Poi inventarono la scuola.
1953. La pedagogia dei miei maestri. “Fra le cause profonde della guerra e del marasma attuale ve n’è una cui sino ad ora non si è forse posto mente abbastanza, ma che mi sembra sia tra le più im-portanti. In tutti i paesi d’Europa la scuola si è adoprata con ogni mezzo per abituare il fanciullo all’obbedienza passiva: nulla ha fatto per sviluppare lo spirito critico, né si è curata mai di favorire Taiuto reciproco. Le conseguenze di questa paziente e diuturna preparazione sono facili a comprendere: i popoli non hanno saputo a suo tempo insorgere contro il male che i capi dei governi e degli eserciti imponevan loro, non hanno saputo resistere agli allettamenti e alle mene sistematiche della stampa, non hanno saputo prendere l’iniziativa per le misure di solidarietà e di cooperazione che assai spesso avrebbero potuto salvarli dalla miseria e dalla fame.” A. Ferrière

Se critichi la scuola pubblica così com‘è oggi, e come la vorrebbero i poteri conservatori della destra sei ostracizzato dall‘establishment burocratico, politico e pedagogico: hanno paura di una sottile rivoluzione sociale. Se critichi l‘idea di scuola dell‘opposizione di sinistra tiepida e neoliberal-liberista o anche massimalista e vetero gramsciana, sei emarginato e compatito come utopico visionario: hanno paura di una sottile rivoluzione sociale. Se critichi alcune (troppe) esperienze e idee privatamente e parentalmente liberiste e “fricchettone” delle cento educazioni del bosco, delle radure, degli gnomi e degli stregoni, dei distillati di meteoriti e delle iniziazioni, sei attaccato con altrettanta e forse più intensa veemenza. Hanno paura di una sottile rivoluzione sociale. Senza possibilità di dialogo in ogni caso.
Cosa potremmo fare allora noi dell’educazione diffusa e della città educante ora che abbiamo uno strumento associativo per contrastare nel nostro piccolo questa terribile deriva educativa? Un’idea, che solo a prima vista parrebbe un po’ utopistica, potrebbe essere quella di costruire percorsi autonomi, dal basso (un esempio sarebbe quello dell’Officina del fare e del sapere di Gubbio) in forma di vera cooperazione.
Una società educante
Tutto ciò che si prefigura nel progetto di educazione diffusa, nell’ipotesi di una ulteriore involuzione drammatica (il peggio non è mai morto!) del pubblico, si realizzerebbe allora, da una parte, nella società senza alcuna implicazione statale ma con una forte connotazione collettiva e partecipativa. Niente di “privato” ma un pubblico autogestito. I costi in una accezione di mutuo soccorso non sarebbero poi tanto superiori a quelli che ahinoi le famiglie comunque sopportano nella scuola pubblica (trasporti, contributi, libri e sussidi, attrezzature…) mentre una rete di luoghi scelti ad hoc, insieme a tempi e modi radicalmente diversi, potrebbe anche distribuire e ridurre i costi che oggi gravano sull’edilizia scolastica. Occorre solo ridefinire e contestualizzare l’idea di educazione diffusa applicando in una prova sul campo significativa il “Sistema dell’educazione diffusa” (Paolo Mottana, Edizioni Dissensi). Insegnanti, mentori, esperti e risorse materiali sarebbero ben assorbibili in un’ampia accezione cooperativa. Non si abbandonerebbe comunque l’azione parallela e quasi “carbonara” nella scuola pubblica per stimolare formazione, sperimentazione e prove sul campo anche estemporanee praticando gli spazi ancora possibili dell’autonomia con l’aiuto di docenti e dirigenti coraggiosi. Giuseppe Campagnoli giugno 2025.

