Paolo Mottana. 2016
Ora io non vorrei fare l’archeologia dell’internamento dell’infanzia e poi
della gioventù nelle strutture di disciplinamento e di istruzione. È
relativamente cosa nota, certo complessa, ma ormai nota. Per i processi di
creazione e privatizzazione dell’infanzia come stagione storicamente definita
e separata, si veda Aries ma anche lo splendido Emilio pervertito di René
Schérer. Non c’è molto altro da aggiungere.

Mi interessa ora però parlare dell’adesso. Dell’internamento dell’infanzia
adesso, della loro messa fuori gioco, del loro mondo a parte. Perché i
bambini fanno tanto problema? Perché lo fanno gli adolescenti?
Alcune risposte banali:
1) Uomini e donne devono produrre, dunque i bambini bisogna metterli da
qualche parte (banale e superficiale, nel senso che poi resta necessario
discutere su quale tipo di occupazione dell’infanzia predisporre).
2) La civiltà protegge bambini e adolescenti dallo sfruttamento (già meno
banale ma parziale: per esempio il loro inserimento sociale dobbiamo per
forza immaginarlo sotto la voce dello sfruttamento? Il che peraltro,
implicitamente avvalorerebbe l’idea che appena fuori dalle protezioni
dell’infanzia e dell’adolescenza tutti siano vittime dello sfruttamento, il che
in effetti è tutt’altro che banale).
3) I bambini e gli adolescenti devono attraversare un lungo percorso di
formazione in luoghi adatti (qui la risposta è semplicemente interrotta
perché allora si può facilmente ribattere che l’internamento scolare non è
affatto la risposta adatta per la loro formazione: e si vedano i moltissimi che
lo sostengono da molto più di un secolo a questa parte, da Fourier a Papini a
Gray, per citare figure non necessariamente pedagogiche).
4) Occorre affidarli ad adulti qualificati per insegnare (viziosa, perché in
primo luogo occorrerebbe chiarire assai meglio in che modo gli adulti
possono essere dichiarati qualificati, e sappiamo quanto questo sia
complesso. In secondo luogo, anche concesso che debbano essere affidati a
tali adulti, resta il problema del dove e del come, su cui si può molto
discutere).
5) Il movimento sociale di bambini e ragazzi in un territorio pensato sempre
di più per l’esclusivo moto accelerato delle merci e per le attività di
produzione e consumo, diventa ostacolante e pericoloso (è l’unica risposta
sensata, che spiega perché i bambini e i ragazzi debbano essere rinchiusi
dentro grossi edifici obitoriali e possano uscirne solo ad orari prestabiliti e
sotto custodia).
Divenire adulti, in altri termini, significa avere gli strumenti per potersi
orientare in uno spazio tempo assediato dal mercato delle merci e dalle sue
prescrizioni e saper sopravvivere al suo ritmo e al suo moto veloce e
pericoloso.
Io credo che noi dobbiamo porci con grande serietà e radicalità il
problema di come reimmettere bambini e ragazzi – e perdonatemi se
non inserisco ogni volta la specifica femminile, bambine e ragazze, che
dò per implicita – nel circuito della vita sociale, a pieno titolo.
Una delle mie similitudini preferite è: se un animale cresciuto in cattività ha
scarse possibilità di essere reinserito nel suo habitat, perché lo dovrebbe
avere un bambino o un adolescente, ugualmente cresciuto in cattività?
E non solo la cattività delle istituzioni ma anche quella degli spazi domestici,
dove si consuma, oltre che la sua domesticazione, anche la sua definitiva
privatizzazione.
La società ha deciso di rinunciare a una fetta molto cospicua di contributo
sociale, quello dei suoi “minori”. Noi consideriamo “minore”, per una
convenzione molto discutibile, gli esseri umani al di sotto dell’età anagrafica
dei diciotto anni. E adatti per attività lavorative solo chi ha superato i 15 anni
(il 15 per cento circa della popolazione).
Encomiabile certamente ma non rischiamo di sottovalutare il potenziale
di energia vitale che potrebbe essere espresso da questa cospicua fascia
di popolazione?
Intendiamoci, nessuna idea di pompaggio di risorse o di “capitale umano” a
fini produttivi, espressioni che aborro, ma piuttosto diffusione di sensibilità,
di creatività, di ludicità, di immaginazione, intuizione ed emozione di cui
questa età è ricca e che invece viene fatta marcire dentro i muri deprimenti e
castranti delle nostre scuole.
Bambini e ragazzi reimmessi nella vita del mondo, riammessi a
partecipare, a cooperare, a discutere e a decidere, ma soprattutto a
esprimere, nel loro linguaggio, un volto del mondo che è stato
completamente posto a tacere (con gravissimo nocumento per tutti noi). Di
questo hanno bisogno loro e abbiamo bisogno noi.
Io non ho difficoltà a immaginare bambini e ragazzi che circolano nel
mondo con i loro tempi, con i loro veicoli e altri che si potrebbe facilmente
predisporre (piccoli bus elettrici, ferrovie urbane simili a quelle dei parchi
naturali, risciò, oltre naturalmente a biciclette pattini e ogni altro mezzo
compatibile). Non ho difficoltà a immaginarne la partecipazione, ad
occuparsi non solo di quello che riguarda loro ma anche di quello che
riguarda noi, animando la vita delle città e dei paesi, occupandosi di
manutenzione e abbellimento, di cura, di servizi per le persone, di presenza,
di attenzione, di ricerca, di esplorazione, di un apprendimento che prende
occasione da grandi e piccole cose, da ambienti predisposti e ambienti reali,
da maestri qualificati e maestri di strada e di bottega, di officina e di studio,
di istituto e di impresa.
Ragazzi e bambini sparsi nel mondo sarebbero un modo per ringiovanirlo,
per costringerlo ad altri ritmi, ad altre esigenze, a prendere in
considerazione il lato giovane, nuovo, possibile degli esseri umani, la
debolezza necessaria, la creatività ancora non addomesticata, i desideri
ancora non castrati per ripensarsi e ricrearsi, abbattendo finalmente i muri,
non solo quelli degli istituti di internamento ma anche quelli tra età, tra
generi, tra professioni, tra discipline, tra luoghi e specializzazioni, tra ruoli e
persone e così via.
Non sarà forse questa la rivoluzione autentica dei bambini? Non un posto a
loro dedicato, un nuovo ghetto, per quanto dorato, come tante
esperienze anche belle ma fuori dal mondo spesso ci mostrano ma la
loro reimmissione nel tessuto sociale, accanto ai grandi, ai loro prossimi
per età un poco più avanti e un poco più dietro (non indietro, solo dietro per
classe anagrafica), accanto ai vecchi, per colorare, intensificare, scuotere
una vita sempre più omologata, accelerata, priva d’anima e di bellezza,
priva di stupore e di freschezza che loro ci possono aiutare a ritrovare a
patto che non li si imbalsami ancora dentro le maglie di procedure, regole,
normative e sanzioni che ne soffochino l’immenso potenziale.
Questa sarebbe un pezzo di ciò che io chiamo “educazione diffusa” e che
con l’amico Giuseppe Campagnoli (a cui ho anche rubato l’immagine),
proverò a sostenere, anche con l’imminente pubblicazione di un libro a
doppia firma e poi anche di un altro, d’ora in avanti. Perché credo che sia ora
di finirla, una volta resa la dovuta gratitudine ai benefici sempre più remoti
che la scuola ha anche apportato, di tenere ragazze e bambine (valga la
premura reciproca di ampliare i generi), – le loro speranze, i loro corpi, le
loro menti fervide, la loro creatività e i loro desideri -, fuori gioco, tappati
dentro aule muffose dove tutta questa ricchezza si intristisce e si spegne,
senza poter dare frutto (con buona pace degli amici insegnanti che
potrebbero fare molto meglio in luoghi più adatti e vivificanti).

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