Tanto peggio tanto meglio

“Le riforme più insidiose non sono quelle strombazzate dalla propaganda ma quelle sottaciute.”

“Così ieri si è appreso che il governo di destra si sta muovendo per modificare alla base i programmi delle materie scolastiche che in realtà dal 2012 vengono definite linee guida del primo e secondo ciclo. Un testo fondamentale, alla cui stesura collaborano all’epoca noti luminari come Giancarlo Cerini ed Eraldo Affinati. E come al solito l’ennesima commissione con nomi che conosciamo bene dai tempi di Berlusconi, naturalmente riemersi.

A presiedere il coordinamento sarà Loredana Perla, docente di didattica e pedagogia speciale all’università degli studi di Bari, che tante volte è intervenuta sulla stampa a favore dei provvedimenti del Mim. Le idee della professoressa sull’istruzione sono chiaramente illustrate nel volume Insegnare L’Italia. Una proposta per la scuola dell’obbligo, che ha scritto a quattro mani con Ernesto Galli della Loggia (!!) Un libro premonitore perché i due autori si proponevano, come si legge sulla quarta di copertina, di «dare un significato nuovo al senso dei programmi di alcune materie d’insegnamento dei primi due cicli della scuola dell’obbligo e, forse, all’intero ambito dell’istruzione nel nostro Paese». Come? Affidandosi al concetto di «identità italiana», «un tema – scrivono i due – visto negli ultimi decenni con profonda diffidenza, soprattutto per ragioni ideologiche». Altri tre membri del comitato sarebbero emanazione del fidato consigliere di Valditara, Giuseppe Bertagna, anche lui pedagogo e tra gli artefici della riforma Moratti:

Francesco Emanuele Magni, esperto; Laura Sara Agrati, Università telematica Pegaso; Evelina Scaglia, Università di Bergamo. Quindi Paolo Calidoni, ateneo di Parma; Giuseppe Cappuccio, Palermo; Alessia Scarinci, Universitas Mercatorum; Viviana Vinci, Foggia; Massimiliano Costa, Ca’ Foscari di Venezia. Tutti pedagoghi, una coorte spesso invitata insieme nei convegni.” Da Il Manifesto del 4 Maggio 2024

Della serie: la “scuola” può solo peggiorare.

Noi sappiamo sicuramente cosa fare.

I segnali non sono affatto confortanti. La scuola pubblica, ora non più pubblica pare, ma solo meritocratica, in mano alla reazione di estrema destra (il peggio infatti non è mai morto) oltre a mettere paletti antidemocratici su diritti e libertà di insegnamento, potrebbe anche precludere più di oggi l’autonomia e la libertà di sperimentare in campo educativo e rafforzare i legami con la vita reale, i territori e la politica che è anch’essa un diritto in educazione. In tempo reale giunge la notizia terrifica dell’istituzione del Ministero dell’Istruzione e del Merito: che completa il quadro dell’addestrare e classificare, dividere per censo, fortuna e dispari opportunità. Il timore si fa grottesca e pericolosa realtà. 

Senza contare le idee mercantili rispetto all’istruzione che diventerebbe una orribile fiera, peggio di oggi, che andrebbe dalle paritarie, alle parentali alle sofistiche, spiritiste e occultiste, alle statali concesse di fatto al privato in una esasperazione di liberalizzazione educativa. 

Cosa potremmo fare allora noi dell’educazione diffusa e della città educante per anticipare il colpo se dovesse essere preclusa anche la strada della sperimentazione? Un’idea, che solo a prima vista parrebbe un po’ utopistica, non potrebbe essere quella di costruire percorsi autonomi, dal basso sia dentro che fuori dalla cosiddetta scuola pubblica (come ad esempio la scuola degli Elfi di Cagliari, o quella dell’Officina del fare e del sapere di Gubbio ) pronti un giorno a rifondare insieme una società educante, in forma di vera cooperazione sociale diffusa e numerosa? Una immensa rete carbonara dell’educazione che farebbe tanti splendidi virtuosi danni pedagogici !!

Tutto ciò che si prefigura nel progetto di educazione diffusa, nell’ipotesi di una involuzione drammatica del pubblico, non potrebbe realizzarsi allora in autonomia nella società senza alcuna iniziale implicazione statale ma con una forte connotazione collettiva? I costi in una accezione di mutuo soccorso non sarebbero poi tanto superiori a quelli che ahinoi le famiglie comunque sopportano nel complesso per la scuola pubblica (trasporti, contributi, libri e sussidi, attrezzature, tasse più o meno dirette…) mentre una rete di luoghi scelti ad hoc, insieme a tempi e modi radicalmente diversi, potrebbe anche distribuire e ridurre i costi che oggi gravano sull’edilizia e l’organizzazione scolastica fatta di ruderi e gabbie dorate.

Non si potrebbe per intanto contestualizzare l’idea di educazione diffusa in questa eventualità avviando quando possibile il percorso del Sistema dell’educazione diffusa prefigurato nel suo libro da Paolo Mottana? Insegnanti, mentori, esperti e risorse materiali sarebbero ben assorbibili in un’ampia accezione cooperativa.

Parallelamente, insieme all’avvio di sperimentazioni utilizzando gli spazi dell’autonomia e mettendo in rete progetti ed esperienze anche attraverso la neonata associazione no profit, continuerebbe la formazione destinata a docenti, associazioni, amministratori locali, per proseguire comunque e malgrado tutto l’azione di virtuosa infiltrazione con esperimenti estemporanei formali negli ambiti educativi pubblici possibili e praticabili. L’educazione diffusa avviata in forma cooperativa non sarebbe così il rimedio ad una eventuale preclusione di fatto della scuola pubblica a qualsiasi radicale innovazione che sappiamo invece quanto mai urgente, da tempo? Si potrebbe infatti fare realtà l’unione che integrasse e coordinasse per affinità anche tutte quelle esperienze impegnate nella stessa direzione ma oggi separate perché autoreferenziali e sparpagliate anche idealmente. Mai come ora non sarebbe indispensabile unire le energie che operano di fatto in una direzione compatibile con l’idea di educazione diffusa? In tempi migliori si potrebbe pensare di far rientrare nel pubblico statale ,ormai svuotato a causa del nuovo classismo , il percorso così sperimentalmente collaudato e provato sul campo da una nuova rete di esperienze impegnate in questa sottile rivoluzione in campo educativo. Al tempo stesso si potranno mantenere ed aumentare quelle esperienze che dovessero ancora  «passare » nel pubblico coraggioso, disobbediente o distratto. Una strada lunga ma forse per certi aspetti di questi tempi obbligata e sicuramente più appassionante nella sua caratteristica di sottile sommossa educativa, quasi un ‘68 in revival per aprire diffusamente occhi e menti non solo di bambini e ragazzi. Chi aderì e continua ad aderire anche con i fatti al Manifesto dell’educazione diffusa non potrebbe coinvolgersi in questa proposta in modo attivo a partire dai propri luoghi vista l’emergenza educativa propria della scuola in sé aggravata dall’attuale contesto di potere?

Intanto procede il lavoro di costruzione del progetto di un Sistema dell‘educazione diffusa, al di là delle effimere prove parziali di applicazione di una nuova teoria pedagogica tra le tante. Una prima esperienza di formazione di formatori è in fase di preparazione per il prossimo settembre. Aggiornamenti su https://atomic-temporary-231432373.wpcomstaging.com

Educazione diffusa e società educante. Paolo Mottana 2021

 Innanzitutto qualche precisazione sui termini. Se dico educazione diffusa e non scuola diffusa è perché, come ho già chiaritoaltrove (con Giuseppe Campagnoli), non si tratta di portare la scuola nel mondo, con il suo ingombrante modello diinsegnamento-apprendimento, con le sue “materie” e la sua disciplina corporale. Educazione diffusa è altro da tutto questo. E se preferisco città educante o, ancor meglio, società educante è perché non credo nelle “comunità” educanti. Le comunità le fanno i preti e i guru e la società non è affatto una comunità ma un insieme molto stratificato e anche molto fratturato di gruppi sociali, di individui e di movimenti imprevedibili. Non credo nelle città dei ragazzi né nei kindergarten finlandesi, né nelle scuoline al riparo dal brutto e dallo sporco, neppure nei falansteri (non me ne voglia Fourier) né nelle serie armoniche societarie o passionali dedotte da schemi esoterici. L’educazione avviene nel grande gioco del mondo, nella vita sociale, nella sua complessità, non in una miniaturizzazione edificante ma nel labirinto dei suoi conflitti e delle sue contraddizioni. Credo nei percorsi, nei flussi di intensità, nell’attrazione appassionata e nell’evento che si chiama esperienza. Esperienze molteplici e non eufemizzate, con tutto ciò che la realtà ha da offrire, ed è sterminato. Nulla repelle all’educazione diffusa, al contrario si dà esperienza proprio entrando in contatto con ciò che normalmente è tenuto alla larga dal pedagogismo ottuso di un’istruzione ancora costruita largamente sulle materie di un’enciclopedia cognitiva e idealizzata.

L’educazione diffusa non ha un centro che si possa chiamare scuola ma semmai covi, tane, portali, luoghi dove i ragazzi hanno un loro spazio da cui partire e dove tornare. E meno assomigliano alle aule di una scuola meglio è.

Poi si tratta di percorrere le strade del mondo, con (ma anche senza) guide che abbiano il gusto del mondo, il fiuto dell’esperienza e la disinibizione necessaria a immaginare incontri e eventi che suscitino interesse, attrazione, coinvolgimento. Si va nel mondo non solo per andare in altri ricoveri di “cultura” con la denominazione di origine controllata, i soliti musei, le solite biblioteche, le ludoteche o altri congegni “pedagogici”. Si va nel mondo per trascorrere momenti ad alta intensità accanto all’operaio che sistema i binari, al muratore che impasta il cemento e costruisce un muro, alla tessitrice che cuce i nostri vestiti, all’elettricista che monta un impianto, all’idraulico che disintasa un cesso, così come con il vasaio e l’artista non solo per guardarli fare ma anche facendo e poi chiacchierando con loro, ascoltando la loro storia. Si incontra la donna costretta a prostituirsi, il clochard, il delinquente che languisce in carcere andando a vedere cos’è il carcere e ascoltando le storie di chi è finito nelle maglie della giustizia, con la grandecuriosità ma anche sensibilità che i ragazzi hanno per chi ha avuto esistenze violente e difficili, per parlare, per ascoltare anche il loro punto di vista.

Trascorrere una giornata in un bar, magari preparando caffè può essere un’occasione straordinaria per conoscere le persone reali, per parlarci, per sapere. Andare al mercato ortofrutticolo, salire su un camion e fare un viaggio, salire su una chiatta, o su una motonave o su una motovedetta, stare con i pescatori, o con i guardaboschi, trascorrere una mattinata al pronto soccorso o su unaambulanza ecc ecc (potrei andare avanti all’infinito), questo è educazione diffusa. Questa è la società educante, non fatta su misura dei ragazzi ma a cui i ragazzi si approssimano per conoscere, per provare, per capire. E poi, dopo giornate intense, potenti, ricche tornare alla base e discutere, approfondire, ricercare, farsi un’idea, anche con i mèntori e gli educatori sensibili al loro evolvere continuamente. E magari a qualche esperto per capire e approfondire cose rimaste oscure. Certo, sono occasioni di educazione diffusa anche i luoghi della cultura, ma non tanto e non soltanto i musei bensì i luoghi dove le cose avvengono, lo studio dello storico, il centro di ricerca biologico, l’atelier del pittore, l’anello dove si fanno esperimenti di microfisica e così via. Occorre che la società nel suo insieme si senta chiamata a condividere esperienze con i più piccoli e a coinvolgerli, dal politico al prete (non per fare l’oratorio ma semmai per raccontare la propria vita, la propria “vocazione”), dal poliziotto al senza fissa dimora. E poi cercare occasioni di intervento, nel servizio, nella cura del mondo, nella sua manutenzione e nel suo abbellimento. Nel portare conforto ma anche nello sconfortarsi, nel restare ammutoliti e nel parlare senza sosta, nel fare e nell’assistere, nel creare e nel veder creare. La società deve reintroiettare la popolazione dei piccoli e dei giovani come una sua componente essenziale, che si muove al suo interno, che partecipa, che collabora, che ascolta e che conosce, che dice la sua, che contesta, che si ribella ma anche che accetta e capisce.

Questo è fare esperienza, poi ci sono le attività corporee, l’incontro- scontro con la natura, non solo per fare orti e giardini ma anche per scalare la pietra, percorrere sentieri disagevoli, pulire boschi, percorrere la foresta notturna. Così come il corpo non è mai solo ginnastica o sport ma bioenergetica, meditazione, lavoro di fatica, arti marziali, danza, teatro, canto, musica e insomma contatto con la componente dionisiaca dell’esaltazione corporea e mentale insieme. La società può essere, senza travestirsi da pedagogo, un’immensa occasione formativa, di fatto lo è, continuamente, incidentalmente. Per chi vuole procedere sulla strada dell’educazione diffusa si tratta di svegliare la società, di chiamarla a uno dei compiti più importanti e gratificanti di ogni aggregazione adulta, accompagnare i propri figli nel suo ventre, per crescere, godere e sbattere la faccia sulle sue strade, talvolta difficili talvolta impervie talvolta piacevoli e entusiasmanti. Perché questo è il gioco del mondo e perdere l’opportunità di giocarci da subito, di intervenirvi da subito, di sperimentarlo da subito è un danno enorme per chi cresce ma anche per chi è cresciuto e insieme a loro può rendersi non solo utile ma consapevole della bellezza di esserci nel mondo, magari anche solo per testimoniare il proprio destino, per mettere in guardia o per aiutare a costruire il proprio.

L’educazione è percorrere le strade del mondo e confidare negli incontri, nel circolo virtuoso che rende tutti egualmente responsabili di condividere la propria esperienza e i propri talenti, così come i propri fallimenti e le proprie sconfitte con i più giovani, nella vita pubblica come in quella privata, nel lavoro come nell’amore.

Una battuta a latere, infine, sulla polemica odierna e piuttosto vacua su presenza e distanza, almeno per come nella maggior parte dei casi è impostata: prima di parlare di presenza e distanza occorre chiedersi con la dovuta radicalità“quale” presenza e “quale” distanza. Perché è nella qualità della presenza e dei contesti di presenza, delle esperienze in presenza o a distanza che si deve discutere. Magari anche per assolvere qualche momento “scolastico” tra le tantebrutture della vita ma non certo per affermarlo come il vero modo di educare i giovani, perché in tal caso si è del tuttofuori strada.

L’educazione diffusa: un’occasione mancata? Giuseppe Campagnoli 2020

L’educazione diffusa: un’occasione mancata? Giuseppe Campagnoli 2020

La bulimia mediatica sulla scuola in tempo di emergenza sembra aver sopraffatto la giusta e doverosa riflessione ciò che si poteva e forse si può ancora fare.

Nella paranoia di notizie, interventi, prese di posizione che da marzo in poi ha imperversato dovunque come mai prima sulla scuola, non solo in Italia per la verità, generando confusione, protagonismi, manifesti a iosa, sottoscrizioni ed appelli, la “scuola” è ricominciata peggio di prima soprattutto sulla spinta decisiva non confessata del mondo del lavoro e del ruolo di badante non del tutto nascosto dell’istituzione scolastica. Come utile provocazione cito qui una frase emblematica del mio collega e coideatore del progetto di educazione diffusa Paolo Mottana1: “cambiare, il primo passo è FARE FUORI LA SCUOLA (ndr: così come è intesa ormai da qualche secolo) reimmettere bambini e ragazzi nel tessuto della vita reale facendo sì che questa vita reale, la nostra -DI NOI ADULTI- cambi e sia in grado di accoglierli e accompagnarli. Che il disegno dei nostri territori cambi, in modo da poterli ospitare mentre crescono verso la LORO AUTONOMIA, e non assorbendo il sapere che alcuni ritengono utile per loro per inserirsi al più presto nel mondo del lavoro. Per assicurargli, con L’EDUCAZIONE DIFFUSA che alcuni veri rivoluzionari della CONTROEDUCAZIONE hanno messo a punto, di individuare i LORO TALENTI, i LORO DESIDERI, e dare forma alla LORO VITA.” Reimmettere bambini e ragazzi nel tessuto sociale significa gradualmente uscire dai reclusori scolastici, nel recente passato anche domestici, intesi fisicamente ma anche idealmente. Significa altresì smontare lentamente il paradigma educativo attuale unificando quelle educazioni che ancora si tengono rigorosamente distinte per preservare il potere di controllo esterno sulla formazione dei cittadini: l’educazione formale, non formale e informale. Non c’è stato momento migliore di quello attuale dove un male così imprevisto e pericoloso, con un po’ di coraggio, organizzazione e volontà di fare, avrebbe potuto non nuocere del tutto in tanti campi, compresa l’educazione.

A proposito di educazione diffusa, che è la chiave che avrebbe potuto far avverare ciò che ho appena scritto, approfittando di questo triste periodo di emergenza, ho trovato un interessante dossier linguistico e filosofico proposto dalla rivista Le Telemaque 2edita dall’Università di Caen in merito ai significati del termine “ educazione diffusa” che, coniugati con l’idea base del nostro Manifesto della educazione diffusa 3e con le prime prove sul campo, possono ben rappresentare l’idea dell’oltrepassare la scuola attuale con una rivoluzione sottile e dal basso. Una rivoluzione oltre le istituzioni ma principalmente attraverso di esse. Nella presentazione del Dossier denominato proprio “L’educazione diffusa”, dotto e interessante dal punto di vista teorico, scritto da Didier Moreau, 4si disquisisce sui concetti di educazione formale, non formale ed informale citando perfino Cicerone e Platone, evocando un primo utilizzo en passant del termine da parte dell’UNESCO, si giunge alla determinazione che l’educazione diffusa è quella che provoca gli choc emotivi e li rende fonti di apprendimento. Si afferma inoltre che non è solo la struttura formale rende possibili i saperi e alimenta i ricordi e la memoria in funzione educativa: “L’esperienza forma e rende attenti e partecipi a tutto ciò che forma.” Questa è l’educazione incidentale per aree di esperienza, direi.

Famiglia e scuola sono sempre stati considerati i luoghi per eccellenza dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze, acquisiscono un’educazione. Nella idea di educazione diffusa si decide invece di esplorare un particolare aspetto dell’educazione che prescinde da queste istituzioni: l’incidentalità guidata. Ecco allora che le strade urbane, i prati, i boschi, gli spazi destinati al gioco,gli ateliers artistici, i musei e i teatri, gli scuolabus, i negozi e le botteghe artigiane si trasformano in luoghi vitali capaci di offrire opportunità educative straordinarie. Questa istruzione informale, non formale e incidentale, in una unica parola e idea, “diffusa”, volta alla creatività e all’intraprendenza, rappresenta una concreta alternativa a un apprendimento strutturato, programmato e chiuso in genere tra quattro mura che risponde più alle esigenze dell’istituzione e del docente che alle necessità del cosiddetto discente. Si configura così un approccio al tempo stesso nuovo e antico alle conoscenze in grado di fornire un’efficace risposta a quella curiosità, a quel naturale e spontaneo bisogno di apprendere, che sono alla base di un’educazione autenticamente libera ed autonoma, seppure guidata per i saperi da figure come i mentori e gli esperti (trasformazione virtuosa dei maestri e degli insegnanti affiancati da chi nel territorio possiede e usa saperi diversi e complessi che non si apprendono senza esperienza).

Mi piace citare il Prof. Giuseppe Paschetto, che riferendosi alle idee dell’educazione diffusa aveva suggerito qualche mese fa al ministero di provare, in fase di riavvio delle attività educative, ad uscire dai recinti consueti e sperimentare diffusamente nuove modalità educative: la proposta operativa prevedeva la creazione a partire da settembre di una rete di scuole tra tutte le Regioni che si impegnassero per un triennio su questi temi:

La valorizzazione dei talenti e il potenziamento dell’inclusione;

L’adozione di una didattica interdisciplinare e per campi d’esperienza che vada oltre la suddivisione artificiosa in discipline;

La pratica dell’educazione diffusa e della scuola all’aperto;

La sperimentazione di forme di valutazione formativa che permettano il superamento della pratica dei voti numerici;

L’eliminazione dei compiti a casa obbligatori.

 

All’inizio dell’emergenza alcuni punti di questa proposta avrebbero potuto essere studiati, organizzati, promossi e sperimentati in quasi tutte le scuole italiane tramite appositi accordi e intese con gli enti locali, le associazioni dei territori, laboratori, musei, teatri…

Siamo intervenuti in tanti seminari, e incontri, anche a distanza, per sollecitare a considerare l’idea di approfittare della pausa forzata per progettare e realizzare nei tempi possibili esperimenti nel territorio che avrebbero potuto risolvere anche tante problematiche concrete di tutela dai rischi possibili del forzato assembramento in luoghi chiusi e affollati. Il dibattito invece, come molti hanno potuto osservare, è stato pletorico a volte persino forsennato e per mancanza di coesione, sinergia e sintesi tra le diverse proposte, ha portato, tranne qualche rara eccezione, a ricominciare prevalentemente al chiuso con gli accorgimenti al limite della paranoia o del grottesco che sono sotto gli occhi di tutti.

Che i bambini e i ragazzi abitino il mondo.Paolo Mottana 2020

Paolo Mottana 09 Febbraio 2020

Mi piacerebbe provare ad attirare l’attenzione di chi governa le sorti dei nostri

processi educativi su alcuni aspetti che mi stanno particolarmente a cuore e che

credo dovrebbero essere al centro di qualsiasi politica più che di innovazione

educativa, di considerazione educativa, di attenzione nei confronti dei problemi

dell’educazione.

La felicità di bambini e ragazzi

La prima questione, quella centrale, è che credo sia venuta l’ora, quando si

parla di educazione, di educazione dei bambini e dei ragazzi, di avere in

mente loro, innanzitutto, e non la loro destinazione professionale nel

mondo del lavoro. Credo che chiunque si occupi di educazione o si

preoccupi di educazione, anche semplicemente come genitore, come fratello,

come persona umana di fronte a un cucciolo d’uomo, la prima questione che

si dovrebbe porre è come renderlo felice di essere qua. Temo che le politiche

educative che da sempre – perché non è certo una novità – sono state

apprestate per i nostri cuccioli d’uomo, abbiano a cuore tutto, tranne che la

loro felicità. Almeno durante quella stagione. Si preoccupano di un’ipotetica

felicità futura, che spesso fanno coincidere con l’idea di essere inseriti

all’interno del mondo del lavoro, come se questa – e noi tutti lo sappiamo

bene – fosse veramente la realizzazione di se stessi.

Sarebbe bello ogni tanto – anche solo nelle premesse che spesso si sentono

utilizzare riguardo ai temi dell’educazione – che si potesse parlare

guardando i bambini e i ragazzi, avendoli nella mente, nel cuore, nella

pancia, riuscendo in qualche modo a immaginare di essere nei loro panni,

come lo siamo stati. Noi eravamo anche più «educastrati» di loro, ma

sicuramente in quegli anni abbiamo tutti patito molto. Abbiamo patito nel

corpo, nelle emozioni, nell’immaginazione, nella creatività, come continua

purtroppo ad accadere anche in una società che si dice progredita. Ma questa

è una considerazione puramente generale. Sarebbe bello ogni tanto leggere

in un programma politico che la prima preoccupazione è quella di far

trascorrere ai nostri cuccioli d’uomo alcuni anni in cui vivano intensamente la

loro infanzia, la loro adolescenza, non costretti a rimanere rinchiusi in luoghi che

conosciamo bene, che sono tutt’altro che ospitali, non sotto la minaccia di

sanzioni, di punizioni e di valutazioni, non condizionati da un sistema normativo

che certo loro non hanno scelto, non avendo nemmeno scelto di essere al mondo.

Ma questa è una premessa di carattere filosofico generale.

L’apprendimento nasce dall’esperienza

La seconda questione che voglio porre alla vostra attenzione è più inerente e,

ai miei occhi almeno, da tanti anni banale, ma che purtroppo ha poco

riscontro nelle politiche educative: il fatto che, se vogliamo parlare

seriamente di formazione e di apprendimento, forse dovremmo porci il

problema di quella cosa che si chiama esperienza. Ora, tutto c’è nelle

nostre scuole tranne che esperienza.

Le nostre scuole sono costruite in maniera tale da scindere le diverse

parti della persona, sia quella del docente ma, molto peggio, quella del

discente, e di far prevalere – in una maniera direi unilaterale – la sua testa, il

suo cervello su tutto il resto della sua persona fisica, ma anche di quella

psichica. Sappiamo tutti che un’esperienza è qualcosa nella quale siamo

coinvolti integralmente. L’esperienza non è quella cosa di cui parlano a volte

certi pedagogisti che corrisponde al «learning by doing» (una locuzione che è

andata molto di moda in certi anni), non è legata necessariamente al fare; si

possono avere meravigliose esperienze anche stando immobili e non facendo

nulla, per esempio ascoltando un brano di musica, meditando, oppure

semplicemente riposandosi. Esperienza significa essere lì, interamente, in

quello che sta accadendo. Mi chiedo come mai tante teste abbiano pensato

di educazione e di formazione, ma ancora oggi l’educazione che noi

proponiamo a livello pubblico sia così largamente mancante di esperienze e,

anzi, facciamo di tutto per evitare che si trasformi in esperienze. Quindi non

dobbiamo stupirci che l’apprendimento, che solo dall’esperienza arriva,

sia così scarso e fallimentare. Nessuno impara qualcosa di cui non fa

esperienza, a cui non partecipa integralmente con il suo corpo, la sua

mente, le sue emozioni, le sue intuizioni, la sua immaginazione. Invece costringiamo i nostri bambini e i nostri ragazzi a stare in luoghi dove

sono costretti (e già la costrizione è un ottimo elemento per fugare la

possibilità di un’autentica esperienza) a fare cose che non li interessa

(seconda condizione che nella maggior parte dei casi fuga la possibilità di

un’esperienza) e che non li coinvolge partecipativamente (terza

condizione che determina la fuga dell’esperienza).

Credo che dovremmo cominciare a immaginare un’educazione e una

formazione che metta al centro il concetto di esperienza, e su questo mi

piacerebbe poter dare una serie idee (che qui non è possibile approfondire).

Se il luogo dell’esperienza è il mondo

La terza questione, ma tutte queste questioni ovviamente sono collegate fra

di loro, è che credo sia venuto il momento – perdonatemi se uso ancora una

volta questa espressione: per me sempre sarebbe dovuto venire questo

momento, ma purtroppo non accade – di pensare forse ad accogliere

nuovamente nel corpo della vita sociale una parte della popolazione che

abbiamo deciso di escludere da essa: i bambini e gli adolescenti. Come

sapete, siamo una delle poche popolazioni, da quando esiste questo

pianeta, che ha deciso di mettere i bambini e i ragazzi fuori dalla sua

comunità. Li abbiamo internati dentro questi luoghi separati dalla vita

sociale, che sono le scuole e, di fatto, non viviamo mai insieme a loro. Gli

unici privilegiati che lo possono fare sono gli insegnanti e gli educatori.

Molto spesso neppure le famiglie condividono molto tempo con i loro figli,

perché ovviamente gli uni stanno al lavoro e gli altri stanno a scuola. Ora

credo, e ho cercato di esprimerlo in diverse pubblicazioni in questi ultimi

anni, che sia venuto il momento che la società riaccolga nel suo tessuto

vivente bambini e ragazzi, perché, ciascuno secondo le sue capacità,

all’interno di quel tessuto vivente impari, ovvero quello della realtà,

quello dei quartieri, del territorio. Molto dipende da noi, perché siamo noi

che abbiamo organizzato una società che non è in grado di ospitare

neppure il movimento autonomo dei bambini e dei ragazzi nel suo seno:

di questo dovremmo scandalizzarci! Dobbiamo ricostruire le condizioni

perché i bambini e i ragazzi tornino ad abitare il mondo. In primo luogo

perché ne hanno bisogno; hanno bisogno di essere liberati da questa

prigionia così duratura e così massiccia nella quale versano per lunghissimi

anni, per poter di nuovo vivere all’aria aperta, innanzitutto, e a contatto

con situazioni vere, reali, non situazioni artificiose come quelle che

costruisce la scuola su curricoli del tutto improbabili rispetto alle loro

aspettative e alle loro potenzialità. Hanno bisogno di partecipare alla vita,

di essere visti, di essere riconosciuti, di avere un loro punto di vista, di

poter sperimentare la realtà nelle sue infinite sfaccettature e a noi adulti

spetta il compito di organizzare la realtà in maniera tale che sia nelle

condizioni di poterli ospitare. Se qualcuno fosse interessato, ci sono le pubblicazioni e ci sono anch’io che

posso rispondere su tutti i dettagli di questa operazione che stiamo cercando

di attivare in alcune realtà, che peraltro è un’espansione di un’idea di

didattica attiva, di una didattica all’aria aperta, nella quale questa

costrizione concentrazionaria nei luoghi dell’educazione viene meno e dove

il luogo dell’esperienza è il mondo.

La scuola, anche se io preferirei chiamarla in un altro modo, il luogo dove

ci si ritrae dopo aver fatto esperienza per elaborare l’esperienza come

in una sorta di alambicco alchemico, diventa soltanto un aspetto

subalterno rispetto alla primarietà dell’esperienza vissuta nel mondo. Vi

assicuro che bambini e ragazzi sono capaci di vivere esperienze nel

mondo, ma anche di dare un contributo al mondo. Ci siamo espropriati

della possibilità di avere il loro contributo, il loro sguardo, i loro occhi, le loro

orecchie, la loro sensibilità. I ragazzi sono molto bravi a fare un’infinità di

cose e noi li abbiamo messi nelle condizioni di non poter dare questo

contributo fino a non si sa bene quale età, sperando poi che diventino

cittadini del mondo rimanendo per anni e anni in cattività. È una cosa

piuttosto bizzarra, non vi pare?

Per rifiutare l’ossessione della produzione

In conclusione, mi aspetterei, davvero con un grande desiderio e una grande

ansia, che chi si occupa di educazione, posto che abbia una vaga idea di che

cosa si tratti, si ponga queste domande, si ponga la domanda di chi sono i

bambini e i ragazzi, che tipo di soggetti sono e che cosa davvero noi che li

abbiamo messi al mondo dobbiamo corrispondere loro affinché diventino

cittadini del nostro mondo, di cui abbiamo tutte le responsabilità peraltro. In

secondo luogo, che cosa sia l’apprendimento, perché continuiamo a ruotare

intorno a questa questione dell’apprendimento e poi apprestiamo luoghi

totalmente inadatti a una qualsiasi esperienza di apprendimento: sono i più

inadatti assoluto. Meglio lasciarli liberi, piuttosto che chiuderli lì dentro,

perché almeno un’esperienza incidentale – come dicono autorevoli studiosi –

potrà forse creare le condizioni di un apprendimento un po’ più significativo

di quello che vivono in luoghi dove sono costretti a stare. In terzo luogo, la

necessità che hanno di vivere accanto a noi, non separati da noi, dentro la

società, non separati dalla società, all’aperto e non al chiuso, così come

noi abbiamo l’esigenza di averli con noi. Pensate a quanto perdiamo in

termini di bellezza, di spontaneità, di calore, di sguardo attento e ancora

non preso dall’ansia del produrre che solo bambini e ragazzi possono

avere e possono aiutarci a ritrovare, se solo li riammettessimo

all’interno delle nostre comunità.

__________

Aule aperte al mondo.Giuseppe Campagnoli 2019

Giuseppe Campagnoli 2019


Il luogo dell’educazione non è assolutamente indifferente all’educazione stessa e non ha alcun senso pensare di realizzare l’educazione diffusa negli stessi luoghi chiusi e gerarchici della scuola tradizionale o anche solo timidamente innovativa, ma neppure solamente nei boschi o nelle radure delle cosiddette scuole libertarie e naturaliste per l’effetto settario e un po’ elitario di talune esperienze.
Bisogna infatti superare l’edificio scolastico o anche solo il bosco per un territorio complesso dell’apprendimento: la città e la natura insieme con il loro complesso di luoghi, persone, attività, atmosfere e spazi. Una provocazione che potrebbe diventare un modello di ricerca per la futura scolarizzazione. Un’aula unica aperta al mondo e composta da mille stanze diverse e dedicate, dall’universo fisico fino anche a quello virtuale del web, che metta in relazione continua bambini, ragazzi, adulti, anziani, gente che lavora, che usa il tempo libero, che amministra, aiuta, fa politica, produce e al tempo stesso insegna e impara.

Oggi si fatica a tollerare la scuola in un unico edificio o recinto. La realtà scolastica non è statica ma, quasi per etimologia, dinamica nello spazio, oltre che nel tempo. Le modalità di fruizione delle informazioni, di apprendimento e di applicazione pratica mal sopportano i muri e i limiti di un unico luogo deputato ai saperi e alla conoscenza.
L’errore sta nel pensare ad edifici dedicati e separati, a luoghi privilegiati o a campus frikkettoni in città o nei boschi, nel far coincidere la scuola con un manufatto o comunque con un recinto reale o virtuale che sia. Le aule,
i laboratori, le palestre sono già nel territorio: basta adattarli, collegarli e utilizzarli per raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura. Da queste premesse si potrebbe iniziare a progettare un prototipo flessibile di intervento sperimentale che possa fornire dati attendibili sulla fattibilità dell’idea e sulla sua esportabilità in contesti diversi, più ampi e magari di grandi aree metropolitane.


La scuola non è un ghetto. Prenderà invece le mosse da un portale “educante” in periferia, come in centro, in campagna o in montagna che in una realtà urbana complessa. Non è un luogo chiuso da muri e comparti o da confini reali o virtuali, non è un edificio unico e monolitico o un bosco di specie rare: la scuola è diffusa ed en plein air nel senso totale del termine. Nel volume La città giardino del domani di Ebenezer Howard si fa riferimento a due splendide utopie viste come un’unica realtà: la Garden City e la Città Educante. Per trasformare il contesto urbano e la campagna in città educante, occorre intervenire anzitutto nei luoghi su cui posare una nuova organizzazione di quella che una volta chiamavamo scuola, perché non sia più distinta e separata dalla vita quotidiana e dai suoi personaggi e perché sia quel motore della conoscenza e della crescita che alla città manca da tempo. La stessa cosa, mutatis mutandis, pensava Colin Ward nei suoi interventi sull’architettura e l’educazione libertarie. Si sono fatti e si fanno esperimenti di educazione diversa, a volte anche timidamente diffusa, si è scritto molto e da tempo di controeducazione ma, fino a oggi nulla o quasi è stato ancora prospettato per una nuova architettura della città per superare muri, aule e luoghi chiusi e ambienti concentrati dedicati all’apprendimento. Perfino nei tanto osannati paesi del nord Europa non si è ancora superato il concetto di school building se non nelle forme variegate, ipertecnologiche ed ecologiche di una edilizia scolastica d’avanguardia. Non vi può essere una nuova educazione e una città educante senza rivoluzionare gli spazi e chiudere, finanche troppo tardi, con le tradizionali tipologie dell’edilizia scolastica seppure avanzate e d’avanguardia. La città nuova non distinguerebbe più tra spazi dedicati a qualcosa e luoghi dedicati a qualcos’altro. Cercherebbe di integrare significati e funzioni così come in una casa si mangia, si dorme, si apprende, si lavora, si gioca, si coltiva l’orto e il giardino senza soluzione di continuità. Le cose da apprendere, l’educazione e la crescita non sono indifferenti ai luoghi in cui avvengono.


La marcia di avvicinamento a un nuovo modello di scuola, si potrebbe integrare mirabilmente in una sperimentazione breve che facesse tesoro delle eventuali buone pratiche nel territorio, sfruttando ad usum delphini, in questa fase transitoria, l’insieme dei progetti, dei tempi e dei luoghi-scuola che è riuscita a garantire la recente riforma scolastica. Utopie? Non tanto e non proprio se queste esperienze hanno già coinvolto studenti, scolari, insegnanti, presidi veramente innovativi e qualche rara e coraggiosa amministrazione pubblica in alcune realtà presenti nel nostro territorio. Immaginiamo e proviamo uno scenario di città educante, in una
realtà urbana reale.
Il “Manifesto dell’educazione diffusa” lo spiega bene e in modo convincente nella teoria. Ora nella pratica occorrerebbe qualche suggerimento e qualche strumento. Stiamo vivendo in uno scenario economico e sociale che si avvia giocoforza a un profondo mutamento spinto dalle migrazioni ineluttabili, dalla povertà da combattere con decisione solo assestando colpi efficaci alla morente protervia della ricchezza che ha generato ignoranza, mediocrazia, miseria e
violenza. Educarsi e rieducarsi per tutta la vita e in ogni luogo con l’aiuto di mentori, maestri ed esperti è la chiave per superare tutto ciò e per avviare il cammino verso la coscienza e la consapevolezza di tutti, dai bambini agli anziani, recuperando anche quelle generazioni perdute nell’analfabetismo di ritorno, della lingua, della scienza, delle emozioni, della solidarietà e dell’umanità. Occorre farlo con l’esperienza diretta negli spazi e nei contesti reali che una città trasformata dovrebbe offrire. Stiamo mettendo a punto proprio per questo e per rendere agibile a tutti il Manifesto della educazione diffusa, gli utensili concreti e flessibili suggerendo il chi, che cosa, come, quando e dove di questa nuova educazione. Questa potrebbe essere una anteprima essere di spunti relativi ai luoghi, già in parte provati dalle tante esperienze, più o meno valide, in atto nei territori italiani e non solo.


Qui alcune frasi chiave e pensieri sparsi per quello che potrebbe essere e che forse presto sarà, nero su bianco, un “breviario ed una mappa dei luoghi dell’educazione diffusa:
-La finalità fondamentale di una fase transitoria è innanzitutto quella di far perdere la percezione della scuola come monumento e luogo delle istituzioni dedicato, chiuso, organizzato e controllato.
-Trasformare in modo leggero e in economia alcuni edifici scolastici esistenti adatti allo scopo in strutture di base polivalenti e flessibili (i portali) e collegarli con luoghi e spazi della città in qualche modo predisposti e che possano diventare occasioni di educazione diffusa
-Progettare in modo partecipato e realizzare un sistema integrato di portali e luoghi della città trasformando manufatti pronti ad ospitare le attività e i momenti di educazione diffusa. Il sistema si può articolare nelle varie parti di città adottando come polo una base ottenuta dal recupero o trasformazione di una biblioteca, un centro culturale, un museo, un teatro polivalente..
-Progettare ex novo un articolato ma non rigido sistema da replicare in varie parti di città e del territorio composto da un portale e una rete di luoghi e di aule vaganti ad esso collegati e disegnati seguendo le indicazioni della città, dei cittadini, dei mentori, della gente di scuola e di quartiere.
-Il portale è una base dove riunirsi per partire, in piccole squadre, e poi rivedersi per condividere, rielaborare e approfondire. I luoghi per apprendere sono per lo più all’esterno della scuola, nel territorio, con eccezione per i laboratori specifici.


In una sperimentazione di transizione basterà, come già accennato, partendo anche da un edificio scolastico vecchia maniera adattabile o da un polo culturale esistente, prefigurare una mini rete di luoghi, accessibili con una mobilità sostenibile, in accordo con privati (botteghe, librerie , caffè e laboratori, giardini e ville, centri commerciali acquisiti dal pubblico e assolutamente trasformati) e pubblico (piccole o grandi biblioteche, giardini, parchi e teatri, spazi sportivi..) che possano essere fruibili in modo permanente e che abbiano già ambiti adatti a raggrupparsi, a stare, a fare attività diverse teoriche o pratiche che siano. Proviamo a costruire una rete di luoghi urbani ed extraurbani, pubblici o privati che siano, per la nostra città educante, da collegare con i portali e le basi o ad essi adiacenti. La prima cosa da fare è una specie di censimento, classificazione ed una mappatura geografica dei luoghi e degli spazi possibili, con funzioni molteplici e flessibili e stabilirne la potenzialità d’uso e la collegabilità.
Le tre parti del coinvolgimento educativo, la famiglia o il gruppo e associazione, chi amministra la cosa pubblica e la scuola questa volta progetteranno e lavoreranno in sinergia per tutto il tempo. Prima, durante e dopo. La città progetta sé stessa in tutte le sue parti perché vi partecipano tutti i cittadini non sempre in forma demagogicamente diretta o plebiscitaria ma interpretati saggiamente e fedelmente o anche criticamente nei loro bisogni e desideri dalle figure di guide e intermediari che poi saranno gli stessi del percorso educativo incidentale e del disegno dei luoghi ad esso dedicati: architetti, educatori, mentori, esperti.


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