Solo l’educazione diffusa ci salverà da questa scuola in mano alla reazione.

Ora i piagnistei e le indignazioni ipocrite per le nuove « indicazioni nazionali » del ministero. Ora i tentativi penosi e grotteschi di salvare l’insalvabile dei nuovi qualunquisti obbedienti.

Cosa vi aspettavate cari pedagoghi, bricolagisti “sto coi frati e zappo l’orto”, cari pseudoinnovatori e carissimi falsi rivoluzionari dell’educazione? Dentro questa misera scuola che sopravvive da oltre un secolo tutto è possibile. La nostra strada per fortuna è un’altra. Decisamente e ostinatamente opposta a tutti i dogmi e le giaculatorie neogentiliane e neobottaiane come a quelle massimaliste, benemerite e paraprogressiste. L’abbiamo presa la nostra strada che sarà dura e lunga, da carbonari educativi, irta di ostacoli e pregiudizi anche dalla finta sinistra come minimo masochista. Osserviamo però che tra chi ci segue e in quelle poche prove sul campo emergono segni confortanti per infiltrare utili semi di mutazione radicale.

Sicuramente torneranno come sempre a giro e rigiro i soliti nomi pontificanti su palchi, tribune, palinsesti, libri, riviste, simposi liberal-bobos. Torneranno a dire e ridire su una scuola solo da cambiare magari con trovate originali e rimandi pretestuosi a veri rivoluzionari pedagogici del passato strumentalizzati e distorti. Propaganderanno un’idea di scuola da modernizzare ma non da oltrepassare e abolire come sarebbe da fare. Saremo di nuovo difronte ad una sorta di liberalesimo educativo con qualche timida progressione verso digeribili cambiamenti, con estremo juicio per non offendere stato e mercato contrabbandando una finta resistenza alla reazione. In questa intellighentia oggi più che mai sbracciante ci sono molti fautori di un’ idea di educazione decisamente conservatrice utile sponda a quella brutale e grottesca imposta dall’attuale apparato ministeriale.
L’interesse, che pure c’è, verso l’educazione diffusa è comunque un buon segno contrario a queste brutte tendenze. I segnali non erano già da prima affatto confortanti. La scuola pubblica ora è in mano alla reazione di estrema destra che oltre a mettere paletti antidemocratici su diritti e libertà di insegnamento, tenta anche di precludere l’autonomia e la libertà di sperimentare in campo educativo e rafforzare i legami con la vita , i territori e la politica che è anch’essa un diritto in educazione. In tempo reale giunge la notizia terrifica dell’istituzione del Ministero dell’Istruzione e del Merito: addestrare e classificare, dividere per censo, fortuna e dispari opportunità. Punire e reprimere. Il timore si fa grottesca e pericolosa realtà anche per quel che riguarda i contenuti delle imminenti imposte indicazioni nazionali sovraniste, nazionaliste, bigotte e grottescamente reazionarie. Le indicazioni del gruppo di “esperti” che comprende il talebano Ernesto Galli della Loggia, campione di una nota orribile ideologia scolastica si muovono tra la Bibbia (si spera nelle discipline mitologiche)Pascoli, improbabili radici occidentali, grottesche saghe nordiche e difesa dei confini italici! Neppure Moratti e Gelmini con Bertagna furono capaci di tanta oscenità.

Le nostalgie subliminali del Ministero dell’Istruzione e della Miseria

Cosa potremmo fare allora noi dell’educazione diffusa e della città educante ora che abbiamo uno strumento associativo per contrastare nel nostro piccolo questa terribile deriva educativa? Un’idea, che solo a prima vista parrebbe un po’ utopistica, potrebbe essere quella di costruire percorsi autonomi, dal basso (un esempio sarebbe quello dell’Officina del fare e del sapere di Gubbio) in forma di vera cooperazione.

Una società educante

Tutto ciò che si prefigura nel progetto di educazione diffusa, nell’ipotesi di una ulteriore involuzione drammatica (il peggio non è mai morto!) del pubblico, si realizzerebbe allora, da una parte, nella società senza alcuna implicazione statale ma con una forte connotazione collettiva e partecipativa. Niente di privato ma un pubblico autogestito. I costi in una accezione di mutuo soccorso non sarebbero poi tanto superiori a quelli che ahinoi le famiglie comunque sopportano nella scuola pubblica (trasporti, contributi, libri e sussidi, attrezzature…) mentre una rete di luoghi scelti ad hoc, insieme a tempi e modi radicalmente diversi, potrebbe anche distribuire e ridurre i costi che oggi gravano sull’edilizia scolastica.

Occorre solo ridefinire e contestualizzare l’idea di educazione diffusa in questa eventualità concentrandola nel segmento di età tra i 3 e i 14 anni applicando il Sistema dell’educazione diffusa (Paolo Mottana, Edizioni Dissensi) Insegnanti, mentori, esperti e risorse materiali sarebbero ben assorbibili in un’ampia accezione cooperativa.

Parallelamente, dall’altra parte, continuerebbe la formazione destinata a docenti della scuola pubblica, associazioni, amministratori locali, comitati di quartiere… per un’azione di virtuosa infiltrazione tesa anche a realizzare ove possibile esperimenti estemporanei o sperimentazioni formali negli ambiti educativi pubblici che verrebbero comunque tentati grazie a famiglie, dirigenti e docenti illuminati, amministrazioni locali disponibili e associazioni interessate.

Praticando infatti gli spazi ancora liberi dell’autonomia scolastica con l’organico funzionale, le reti tra scuole e soggetti del territorio, la flessibilità di orari calendari, le compresenze, le flessibilità delle indicazioni nazionali, i patti di corresponsabilità (la Scuola Elica Interetnica di Cagliari è un esempio) e i protocolli d’intesa, si possono moltiplicare le sperimentazioni educative e didattiche e anche, seppure più difficili e ostacolate, di ordinamento, per una sorta di riempimento dall’interno, come nel già citato “scuci e cuci” , dei principi del sistema dell’educazione diffusa da non imporre dall’alto ma da condividere in una costruzione collettiva e partecipata. L’educazione diffusa cooperativa sarebbe, d’altro canto, nei casi di impossibilità ad operare nell’ambito pubblico, il rimedio ad una eventuale preclusione o boicottaggio di fatto a qualsiasi radicale innovazione invece quanto mai urgente. È la storia ironica e didascalica della Commedia della città educante che potrebbe farsi realtà unendo, integrando e coordinando per affinità anche tutte quelle esperienze impegnate nella stessa direzione oggi separate, autoreferenziali e sparpagliate anche idealmente. In tempi migliori si potrà pensare di far rientrare nel pubblico statale anche il percorso autonomo sperimentalmente collaudato e provato sul campo in una rete di cooperative impegnate in questa sottile rivoluzione in campo educativo. Una strada lunga ma forse, anche se si sperava di no, obbligata. L’Associazione sarà il viatico fondamentale e oggi insostituibile con i nostri rari e spurii compagni di viaggio e sponsors sociali e politici. In uscita la seconda puntata di un saggio sulla rivista accademica francese Le Télémaque. Qui il primo articolo: https://shs.cairn.info/article/TELE_060_0161

È ora

E io invece mi ripeto, ad libitum. “Non se ne può più di questa scuola irretita e di pronto soccorso permanente. Non perdiamo l’occasione per non addestrarsi più a conoscenze competenze e capacità ad usum delphini di un istituto che si pone da decenni gli stessi problemi burocratici, docimologici e classificatori. Approfittiamo delle crisi per aprire le menti dei bambini, dei giovani e non solo alla scoperta del mondo ed a scelte consapevoli per la vita e per la natura. Superiamo alcuni pannicelli caldi condivisibili solo in un contesto educativo come quello vigente (quel recinto di cui spesso ho parlato che mira a migliorare le cose da dove sono ma non a oltrepassarle) e che glissano elegantemente su concetti come l’esperienza, la conoscenza del mondo, la libertà in educazione, il superamento dell’edilizia scolastica, della selezione degli insegnanti su basi liberal meritocratiche, delle materie, dei voti, degli orari, degli nni scolastici, dei programmi o delle indicazioni nazionali, della finta autonomia.

Disegni di città educanti

Questa è una riflessione che tanti (come avete visto non solo in Italia)stanno facendo anche per contrastare l’iperattività culturale e mediatica non sempre disinteressata e una specie di mercato nero delle idee più disparate dei tempi difficili. In Italia ho l’impressione, e non appaia come una banalità, che chi non abbia vissuto personalmente, anche per uno scarto anagrafico di qualche anno, le scuole prima delle riforme dei primi anni ‘60 abbia perduto tanti dati esistenziali utili per riflettere sulla scuola oggi e che non si possono recuperare dalle storie di altri o dalla storiografia scolastica e dalle teorie pedagogiche solo accademiche.


Tutti d’accordo che la scuola vada cambiata,a destra come a sinistra,in alto come in basso quasi, ahinoi, con affini parole d’ordine mentre pochi sono convinti che debba essere invece rifondata dalle basi del concetto di educazione, radicalmente mutata, magari anche dal di dentro e con coraggio. Il gotha presunto della scuola continua da tempo a pontificare senza offrire una via reale di cambiamento alla radice dei mali, passando attraverso ministri e minestre riscaldati. Io soliti nomi e cognomi che si rincorrono nei media e nella letteratura del settore che blatera di scuola elogiando spesso ricette autoreferenti e toppe sparse qua e là nell’empireo delle sperimentazioni miracolose e miracoliste che hanno sempre gattopardescamente lasciato in sostanza le cose come sono sempre state. Si parla ancora di materie, di saperi distinti, di tecnologie, di insegnanti mal pagati e mal preparati, di reclusori scolastici da rifare più belli e moderni, di scuola e lavoro, di scuola e politica, di scuola e azienda, di bullismo, burnout, burocrazia, valutazione, classificazione, democrazia, discente, docente, dirigente, perfino in tempi di emergenza globale. E chi più ne ha più ne vorrebbe mettere, spacciando per innovazioni e riforme ciò che poi resta sempre dentro quel maledetto recinto del consumo, del mercato, della produzione dove la società vuole tenere ben fermi ed addestrati coloro che vanno a scuola, le generazioni future plasmate a garanzia della sopravvivenza del capitalismo, anche quello più subdolo dell’ipocrita mondo liberal-chic. C’è un’altra strada.

Screenshot

C’è un modo e c’è anche un progetto che vaga dal 2017 per seminari, convegni, scuole, comuni con l’intento di oltrepassare questa nostra scuola ancora ottocentesca e claustrofobica, dentro le mura di un edificio “di patimenti”.
Si può superare l’idea della “scuola” come mondo confinato tra mura, distaccato dal resto della realtà e della società, in modo che i giovani e i bambini siano messi nelle condizioni di fare esperienze dirette nel mondo, quello vero, di ogni giorno. È una visione, fortemente innovativa, attorno alla quale il Manifesto della Educazione diffusa cui hanno aderito a centinaia le genti di scuola, accademiche e non, fin dall’estate del 2017 ha formulato la proposta di una rivoluzione in educazione verso città intere e territori educanti. Non un concetto astratto, tutt’altro. È una logica, pianificabile e organizzabile, una nuova modalità per aprire ai bambini, ai giovani e anche agli adulti le porte dell’apprendimento e del sapere.

Ne sono la prova oltre alla triade dei libri fondamentali i tanti seminari, le prove sul campo che si avviano e la imminente formazione di formatori ed esperti dedicati alla preparazione nei territori ed ai progetti di sperimentazione.

D(o)uce France ha

Noi non lo facemmo, loro lo stanno progettando. Ciò che sta accadendo in Italia dove i ministeri del Minculpop e del Merito stanno peggiorando, palesemente o subdolamente il quadro di una “scuola” già di per sé opprimente, classista, classificatoria e nella migliore delle ipotesi falsamente innovativa e “bricolagista” in Francia i nostri cugini stanno mettendo in campo una specie di piano in extremis in vista dell’arrivo dei postfascisti dell’esagono. Se avessero la nostra educazione diffusa, che pure hanno timidamente apprezzato in una delle loro riviste educative più note, avrebbero in mano uno strumento eccezionale di rivoluzione anche sottile ed efficace dall’interno.Un antidoto alle “scuole” tutte, liberiste, liberali e anche post fasciste. Un antidoto alla “scuola” tout court.

Qui i brani significativi di un articolo di oggi tradotto e adattato da Libération scritto da Cécile Bourgneuf

Éducation: Les cadres étudient les moyens derésister

Istruzione:  i dirigenti studiano i modi per resistere

Alti funzionari, presidi, ispettori… Anticipando un arrivo della destra estrema e del suo programma reazionario, l’amministrazione scolastica affronta il classico dilemma tra l’abbandono o la resistenza dall’interno. Fin d’ora si stanno creando legami tra coloro che intendono tenere duro.

Divise

Dobbiamo restare o andare? Lottare dall’interno o esprimere il proprio disaccordo dimettendosi? Questo dilemma, che sembra per molti irrisolvibile, agita buona parte dei dirigenti dell’istruzione nazionale francese in caso di vittoria dell’estrema destra alle elezioni anticipate, seguita dall’arrivo di un ministro Rassemblement national. Tutti pensano alle dimissioni ma con l’inconveniente di fare da soli  la pulizia che sogna la destra estrema.. Si dovrebbero lasciare gli insegnanti e i capi di istituto soli sul campo, cosa che può essere vista come una prova di coraggio o, al contrario, come un grande tradimento, operare sotto il controllo del ministro di destra per accompagnare le nuove politiche pubbliche? Se si resta, la gente dirà “ah, sono venduti, sono pronti a fare voltagabbana per soldi”».Un alto funzionario cambia idea «dodici volte al giorno» su cosa farà se la RN vince. «Rispettate il mio anonimato eh», precisa, a causa del suo dovere di riservatezza. Il ministero dell’Istruzione nazionale ha d’altronde ricordato ai suoi funzionari della funzione pubblica, in una circolare inviata per posta il 14 giugno, di rispettare tale obbligo, in particolare «in periodo elettorale».

La crisi democratica, istituzionale e politica scatenata da Emmanuel Macron con la dissoluzione dell’Assemblea nazionale dispera la dozzina di quadri e alti quadri dell’educazione nazionale sentiti da Libération. Si dicono molto preoccupati e sbalorditi. Sono tutti disgustati dalla decisione di Macron che ha abbandonato la sua amministrazione…Se il ministero e il suo apparato diventano fascisti non sarà sopportabile.

Il futuro ministro dell’istruzione nazionale può cambiare tutto il sistema o gran parte dell’apparato educativo con circolari, dice allarmata un’altra ispettrice generale.L’istruzione nazionale è molto plastica. La RN può cambiare facilmente i programmi, l’orario scolastico, la pedagogia, l’autonomia degli istituti e anche tutto l’extra scuola..» Gabriel Attal ha fatto della scuola uno strumento politico e l’RN ne farà sicuramente uno strumento di propaganda, afferma un alto funzionario di rue de Grenelle.”Attal è già andato incontro  alla linea dell’avversario legittimando le idee più conservatrici che erano anche nel campo dell’estrema destra.»

Disobbedire agli ordini palesemente illegali

Una sola cosa è possibile fare per contrastare in anticipo queste terribili premonizioni secondo l’ex consigliere dell’ex ministro dell’istruzione Jean-Michel Blanquer: basarsi sull’articolo L121-10 del codice generale della funzione pubblica che prevede che ogni funzionario  «deve conformarsi alle istruzioni del suo superiore gerarchico, salvo nel caso in cui l’ordine dato sia manifestamente illegale o tale da compromettere gravemente un interesse pubblico».

Il 14 giugno è stata redatta una petizione firmata da oltre 2.830 capi di istituto e ispettori generali per affermare che disobbediranno a un eventuale governo RN. L’obbiettivo è di sensibilizzare i colleghi per dire loro che si può utilizzare questo diritto alla disobbedienza civile, cosa rarissima nella storia dell’educazione nazionale, e che non contravviene al principio di lealtà né ad altri doveri.Infatti le idee della destra estrema sono contrarie al principio di uguaglianza in quanto difendono una scuola che gerarchizza, esclude e classifica gli alunni a scapito dei più svantaggiati.  Se i firmatari accettano di esporsi, poiché la petizione è nominativa, è perché esprimono la loro lealtà al principio di educazione per il quale sono servitori dello Stato sia sotto governi di destra, di sinistra, di centro. Ora, per l’estrema destra, la scuola è uno spazio di battaglia ideologica, che viola il principio della scuola e quindi della Repubblica, e non si sarà i valletti di una tale politica.»

Collettivi discreti

La RN vuole far tacere ogni opposizione per far regnare il terrore. Fa paura, ma a un certo punto ognuno dovrà assumersi le proprie responsabilità»,spiega uno dei 170  direttori accademici incaricati di applicare la politica ministeriale a livello dipartimentale. Da due settimane c’è questo dibattito tra tutti i colleghi di Francia per sapere se si debba agire secondo il  dovere o secondo la coscienza. Oggi quello che è più condiviso dagli ispettori e dai capi di istituto è: non voglio applicare misure di discriminazione.

Tristi déjà vu che potrebbero rinascere in chiave moderna

Se l’RN arriva al potere, può anche cambiare tutte le nomine : rettori, provveditori, amministrazione centrale. «Alcuni ministeri hanno attraversato alternanze con una certa continuità, cosa che non è il caso dell’educazione nazionale, dove le guerre scolastiche sono vive o conflittuali all’interno dell’amministrazione stessa», riferisce un’ispettrice generale. Nominati in Consiglio dei ministri dal Presidente, su proposta del ministro dell’Istruzione, i rettori rappresentano quest’ultimo nelle loro accademie o regioni, 30 in totale, e sono incaricati di far applicare le riforme, di gestire il quotidiano degli istituti. Della decina di rettori e rettrici contattati, nessuno ha voluto rispondere a Libération. Solo una piccola manciata sta considerando le dimissioni se l’RN passa. È poi c’è il ballo dei “falsi culi”, quei rettori che vogliono rimanere dicendo che saranno forse più utili agendo dall’interno. Ma a un certo punto bisogna agire quando non si è d’accordo.

«Ciò che farà male se non ci si sveglia»

Anche se alcune persone prendono in anticipo posizioni di resistenza, temo non siano rappresentative della maggioranza. Mi aspetto che siano la rassegnazione e la passività a prevalere, predice l’ex rettore e storico Jean-François Chanet. I poteri trovano sempre i loro servitori. “Le rivoluzioni nazionali, diceva Erich Maria Nota, liberano la feccia che brulica sotto l’immobilità delle pietre.” Si trovano sempre” nobili formule per mascherare l’abiezione.”

In questi due anni di governo reazionario in Italia nella cosiddetta “scuola” cosa è successo? Molto alla luce e di più sottotraccia. La minaccia di classi differenziali, le nomine ad hoc dei direttori regionali e ministeriali, la commissione per la revisione delle linee guida ministeriali in fatto di contenuti, la disciplina  e le discipline irrigidite, i divieti di far politica, i militari a scuola…Leggete gli articoli in proposito in questo sito e anche su http://comune-info.net  e capirete.

Ma soprattutto riflettete sul fatto che comunque sia questa scuola va oltrepassata con urgenza ed una delle chiavi per una innovazione radicale che scongiuri il vero pensiero unico imposto dai governi autoritari palesi od occulti in favore della libertà, dell’autonomia e della assoluta mancanza di discriminazione è proprio l’educazione diffusa dove: ” ognuno viene riconosciuto come persona umana nelle sue caratteristiche costitutive di unicità, irripetibilità, inesauribilità e reciprocità. L’educazione non deve fabbricare individui conformisti, ma risvegliare persone capaci di vivere ed impegnarsi: deve essere totale non totalitaria, vincendo una falsa idea di neutralità scolastica, indifferenza educativa, e disimpegno. L’educazione diffusa promuove l’apprendistato della libertà contro ogni monopolio (statale, scolastico, familiare, religioso, aziendale)”. 

Manifesto dell’educazione diffusa

 

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