Una scuola di tutti. Giuseppe Campagnoli.2022

Che cosa sarebbe una scuola pubblica con l’educazione diffusa?

La scuola “pubblica”. Tanti se ne riempiono la bocca. Ma non era pubblica anche la scuola di Gabrio Casati e Giovanni Gentile? Non lo era quella sovietica o non lo sono quelleconfessionali degli stati islamici o della Cina neocapitalista? O quella stunitense negletta e ghettizzata a favore dell’istruzione privata costosa ed elitaria? Pubblico non vuol dire di per sé libertà e garanzia di educazione autonoma e non asservita al potere. Non siamo ipocriti. Una società educante e diffusa è una via per libere scelte anche collettive in assenza di coercizione, controllo, competizione, classificazione, classismo ed esclusione, attraverso il superamento delle istruzioni, delle formazioni, degli addestramenti, del “dressement”, delle cento educazioni, prime tra tutte l’educazione formale, informale e non formale . Il pubblico spesso è un falso mito come la meritocrazia e spesso non è né democratico né fondato sulla libertà di apprendere. Rammento le fatidiche questioni di Giancarlo De Carlo nel lontano1969: È veramente necessario che nella società contemporanea le attività educative siano organizzate in una stabile e codificata istituzione?

Insomma, le attività educative debbono per forza essere collocate in edifici progettati e costruiti appositamente per quello scopo?

Se pubblico significa libertà di insegnamento e apprendimento (cosa, dove, come e con chi) nel rispetto di una Costituzione dove “l’obbedienza non è una virtù” e l’obbligo diventa garanzia di un diritto, allora usiamo pure l’aggettivo pubblico. Un’alternativa dunque c’è. Una società educante che non è privata e individualista o peggio ispirata al liberalesimo e al liberismo ma che si avvalesse del concorso (anche economico) della collettività e che fosse autonoma rispetto ai governi che passano e ai poteri finanziari. Esperienze rivoluzionarie tentate nel pubblico sono spesso svilite da avvilenti strascichi burocratici e persecutori cui abbiamo spesso assistito non danno un’immagine edificante del sistema pubblico statale. È non è l’unico esempio. La fuga crescente di cittadini anche verso forme “educative” che sono discutibili, elitarie, ghettizzanti e spurie è un segnale di tutto questo. Ostacolare le sperimentazioni di radicale e necessario cambiamento nella scuola statale o in prospettiva di un superamento di “questa scuola pubblica” è un errore che farà crescere l’evasione verso ilprivato.

L’educazione diffusa ha solidi riferimenti che vanno da Charles Fourier a Maria Montessori, da Célestin Freinet a Ivan Illich, da Paulo Freire a Lorenzo Milani… che nei loro aspetti realisticamente e modernamente rivoluzionari (a parte i mille rivoli di discutibili epigoni) hanno tantissimo in comune e potrebbero costituire un repertorio da sperimentare senza dispersioni e separazioni corporative nella obsoleta scuola delle istituzioni per cambiarla radicalmente.

Per difendere veramente la “scuola pubblica” occorre superarla e rifondarla radicalmente, magari anche dall’interno e tutti insieme con un’idea rivoluzionaria di educazione. Importante è tutto il campo, non tanti orticelli autoreferenziali. Ma i “talebani” dei dogmi pedagogici si moltiplicano anche nella sedicente sinistra e pure, ahinoi, tra molti nostri ex compagni di viaggio che hanno preso altre strade e non perdono occasione per rinnegare, a volte subliminalmente, la strada fatta insieme, pur avendo ben predicato nel sottoscrivere e condividere il nostro Manifesto.Comodità? Tornaconto? Un po’ di viltà? Non saprei. Fatto sta che gruppi e gruppuscoli di aggregano, si alimentano, si alleano in difesa di una scuola che pubblica non è mai stata veramente e che non va migliorata o innovata ma decisamente oltrepassata.

A volte un edificio obsolescente va abbattuto magari con la tecnica del “cuci e scuci” per ricostruire tanti luoghi educanti più accoglienti, liberi e comunque collettivi e patrimonio di tutta la società. Confesso di essere un po’ deluso e amareggiato ma non scoraggiato. No. Darò ancora tutto ciò che posso della mia esperienza per il fine dell’educazione diffusa. Sempre gratis et amore naturae (non solo quella dei boschi!) “Ceux qui pensent que c’est impossible sont priés de ne pas déranger ceux qui essaient…”.

La città educante. Intervista di Comune-info a Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli. 2022

 I bambini e le bambine, con le loro attitudini e i loro desideri, limiti e talenti, i loro corpi e il loro modo di scoprire il mondo attraverso il gioco, possono contribuire alla vita di una comunità, in particolare nei contesti urbani? In che modo?

[Giuseppe Campagnoli] La vita urbana se è privata di alcune sue componenti vitali, cioè anziani, bambini e ragazzi, e si svilisce e si trasforma sempre più in uno scenario vuoto e caratterizzato da “segregazioni” generazionali e non solo. Il concetto di zonizzazione, inventato per dividere le città funzionalmente, oggi pare diventato totale. Il contesto urbano, sia esso centro storico che periferia, oggi resta un non luogo. Se ci fosse relazione esperienziale continua tra chi abita, chi lavora e chi sta crescendo nell’apprendere, in un teatro dei luoghi rivalutati o trasformati in modo partecipato, magari anche attraverso giochi attivi e creativi, le periferie nonsarebbero più tali e i centri storici non resterebbero spazi suddivisi tra mercanti, banche e invasioni di turismo insostenibile. Se le imprese, i teatri, i quartieri, le piazze, gli ateliers, le botteghe e tanti altri spazi, magari ri- costruiti in un grande gioco partecipativo – come suggeriva Giancarlo De Carlo in un testo del 1969, La città come esperienza educativa -, diventassero luoghi di apprendimento e di incontro tra persone di tutte le età e di ogni provenienza, ciascuno potrebbe essere attore, spettatore, educatore ed educando, creatore e realizzatore insieme, anche con lo strumento del gioco che. come si sa. dovrebbe investire tutti in ogni momentodella vita. Tolstoj fece un grande elogio della vita urbana elevandola ad educatrice dei giovani e degli adulti forse meglio della vita rurale. Se bambini e ragazzi insieme agli adulti e agli anziani non contribuissero partecipando, come in un grande gioco dell’oca di scoperte, di prove, di simulazioni, di esplorazioni, ad esperienze esistenziali, continuamente, durante tutta la giornata, mancherebbe, come in effetti manca, una gran parte dell’essenza vera della città che, come sta già avvenendo, si atrofizzerebbe ancor di più in ogni sua parte. Un’educazione diffusa nella città incrementerebbe, nella sua fase sperimentale, in rete tra la scuola o le associazionieducative organizzate, e i diversi soggetti del territorio – dai comitati di quartiere ai centri sociali e centri anziani, dai musei ai teatri… – il contributo attivo e a tempo pieno alla collettività. Mi viene in mente una riflessione scritta da Silvano Agosti nella prefazione del libro Educazione diffusa: “L’Essere Umano andrebbe lasciato in pace nel territorio di crescita che la natura gli offre e lasciato libero nella pratica completa e totale del Gioco. Sì, sempre a parere strettamente personale, il solo desiderio di ogni Essere che viene al mondo, per ora dalla nascita fino ai cinque anni di età, è unicamente quello di giocare, giocare e giocare. Naturalmente se nell’infanzia i giochi saranno semplici, già dalla prima adolescenza ogni essere umano fruirà dei vari linguaggi creativi che traggono origine dal gioco ovvero la pittura, la danza, la musica, la letteratura, la recitazione, il cinema etc. come voi stessi proponete nel vostro progetto educazione diffusa. Importante è che ognuno scopra la propria unica, rara e irripetibile creatività finora completamente estinta da qualsiasi esperienza scolastica”, e non solo aggiungerei.

[Paolo Mottana] Ritengo da tempo che uno dei peggiori misfatti della nostra civiltà consista nell’aver fatto sparire i bambini e gli adolescenti dalla città e dai territori rinchiudendoli nelle scuole e nella case a fare i compiti per la maggior parte del loro tempo. Da un lato questa è un’imposizione che confligge con la naturale predisposizione dei più piccoli a muoversi, a curiosare, a esplorare e a vivere esperienze attraverso il loro corpo nel proprio territorio. Dall’altro priva tutti noi di una presenza vivace, colorata, spontanea, creativa, ludica e affettuosa di cui abbiamo bisogno come il pane. La presenza dei corpi e dei volti dei bambini nel mondo sarebbe una terapia per molti mali. Primo, il male di stare rinchiusi e immobili che una civiltà malata ha concepito per loro ma dall’altra anche la possibilità di vivere con loro una comunicazione, una convivenza, un gusto d’infanzia che per tutti noi, soggetti al lavoro e all’affaccendamento, potrebbe essere uno stimolo a ricomporre le nostre parti calcolatrici e strumentali con una sensibilità diffusa, ludica appunto ma anche semplicemente curiosa e emozionata. Bambini che giocano, bambini che domandano, bambini che intrattengono, bambini che partecipano e collaborano, come nella prospettiva dell’educazione diffusa che da anni sostengo con Giuseppe Campagnoli, sarebbero un’occasione straordinaria per ripensare il nostro modo di stare nel mondo.

Di certo grandi e piccoli, nelle città hanno molto bisogno di rallentare, di imparare a vivere la passione del qui e ora. La pandemia e la crisi climatica non sembrano per ora aver messo in discussione l’ossessione della velocità e del fare… Quale idea di tempo può aiutare a ripensare il rapporto dei bambini con la città?

[GC] Per riportare la vita urbana a una tempistica coerente con l’essenza della città che dovrebbe crescere e trasformarsi per lentezza e meditazione, senza i diktat dell’urbanistica e dell’architettura frenetiche e mercantili, bisognerebbe rivalutare il “tempo perso”, quello dei ritmi lenti, della curiosità e della creatività, della noia, della ricerca dell’esperienza, dell’apprendimento per choc educativi, rispetto al “tempo speso bene” della corsa ad ostacoli, della competizione, della misurazione, della meritocrazia. Le emergenze, spesso create o implementate ad arte, pare abbiano, contro ogni logica anche solo di buon senso, messo il turbo a tutte le attività inuna accelerazione a spingerle verso obiettivi sempre più numerosi e sempre più utilitaristici e a vantaggio di pochi. Le città e le metropoli ne sono la spia più evidente, specie se confrontate con i ritmi, per fortuna ancora decisamente più lenti, di piccole entità urbane, borghi e paesi. Anche il rapporto degli anziani con le città è estremamente distorto come quello di bambini e ragazzi. Imporre collettivamente un drastico rallentamento in ogni attività e in ogni luogo sarebbe già un bel punto di partenza. L’idea del tempo che “fugit irreparabile” deve essere domata dalle persone perché comincino a muoversi e a fare insieme a ritmi distesi e coordinati traeducazione, lavoro, gioco e scoperta. Si può ripensare in sinergia – magari simulando e sperimentando in rete – un insieme lento e disteso di tempo-scuola, tempo- casa, tempo-lavoro e tempo libero permeandoli di quella noia giocosa e di quel fare d’esperienza proprie di quell’educazione tesa a una intera città educante fatta non solo di luoghi ma di persone, attività, movimento, occasioni diffuse di apprendimento il tutto rigorosamente lento pede.

 

[PM] Sicuramente le nostre città, nel tempo, si sono dimenticate di molti dei propri cittadini. Sono cresciute solo per ospitare il lavoro, le merci e i grandi palazzi dormitorio. In esse possono circolare soltanto gli adulti e i mezzi di trasporto sempre più veloci e pericolosi. I borghi e le città fino a qualche decennio fa ancora rigate dallo sfrecciare dei bambini e degli adolescenti sulle loro biciclette, sui loro pattini, o semplicemente a piedi, i crocchi di adolescenti o di anziani, le scorribande di ragazzini, i giochi in strada, sono stati cancellati per fare spazio solo ai flussi di merci, di cui gli uomini ormai sono pienamente parte. Il tempo di vivere si è trasformato in tempo del profitto. Ricostruire i territori con l’attenzione necessaria a ospitare di nuovo tutti questi segmenti sociali rinchiusi significherebbe restituire vita e piacere ai contesti urbani. Significherebbe obbligare un po’ tutti a rallentare e intensificare il proprio tempo di vita. Anzitutto con una ciclopedonalizzazione diffusa e sicura, non certo disegnando qualche linea tratteggiata gialla ai margini delle corsie stradali senza protezione, con l’invenzione di percorsi, di ponticelli pedonali e ciclabili, con l’impedimento al traffico ovunque possibile per restituire ai ragazzi e ai bambini luoghi di gioco e di libera socialità, giardini atelier, dove studiare, creare, incontrarsi, piazze e parchi dove fermarsi e riposare senza il fracasso dei mezzi di trasporto, oasi vere e proprie che permettano a tutti di vivere insieme e non segregati nei parchi gioco poco più grandi degli spazi riservati ai cani. Questa sarebbe la città viva, con i suoi tempi differenziati, dove poi le infinite possibilità di esperienza venissero organizzate per renderla anche educante.

È giusto considerare la strada prima di tutto come luogo degli incontri, delle sorprese e delle scoperte?

[GC] Scrive Colin Ward in L’educazione incidentale:“Quando Charles Dickens camminava lungo le strade di Camden Town per andare a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe, la passeggiata era un costante imbattersi ogni sorta di luoghi e di esseri umani…”. Generazioni intere nel passato hanno avuto una parte dell’educazione per strada. Io stesso lo ricordo fino agli inizi degli anni Settanta. La giornata era suddivisa tra sei ore a scuola, tre a casa e fino a sei per strada, piazza, cortile. La città nel tempo si è liberata della funzione indispensabile che avevano le strade urbane, specialmente nelle metropoli e quindi si è privata della libertà stessa della città per quell’ordine atto a mantenere tutto e tutti una sorta di mixer tra sicurezza, controllo e organizzazione tassative. La strada non è solo un percorso e un tragitto strumentale. La strada è un luogo della ricerca e della scoperta, è parte della spina dorsale di una città che è organismo vivente dialogante con chi la vive, come ha spiegato Aldo Rossi, in ogni sua parte finché resta viva e non si trasforma in una sommatoria di opifici del danaro e del potere connessi da vie indifferenti e meramente funzionali. Da qui la sua libertà che consiste nel superamento della convinzione degli adulti a controllare, dirigere e limitare il libero fluire della vita organizzando spazi a senso unico senza alcun grado di libertà. Il gioco una volta affrancati certi spazi aperti “connettivi” e collettivi come le strade, le piazze, i cortili diventa protesta, esplorazione e pretesto di rianimazione e trasformazione. Se i bambini e i ragazzi scelgono per il gioco proprio quegli spazi che ci appaiono più provocatori e meno “sicuri” è segno che il gioco è esso stesso protesta ed esplorazione insieme oltre che crescita. Oggi occorre trasformare la strada radicalmente o riappropriarsene partendo dal basso per restituirle il fantastico ruolo di vita e non di semplice passaggio da un punto a unaltro della città. Lo stesso dicasi per piazze, cortili, spiazzi, larghi e radure. Inventandosi incontri, flash mobs, eventi, gare senza premi e senza competizione ma piene di “dietro l’angolo” e oltre le regole imposte. Ho visto poco tempo fa ridisegnati in una via di un arrondissement a Parigi che ho ritrovato come esperimenti anche in diverse nostre città, i giochi che una volta erano strumenti di divertimento per bambini e ragazzi: la campana, la lippa, le biglie… L’importante è che non siano occasionali ma, se possibile, integrati con nuove invenzioni in una accezione di spazi riappropriati tra esperienze e chocs educativi, giochicooperativi senza competizioni, creatività di strada.

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[PM] La strada è un vettore di comunicazione sociale, un tracciato per congiungere paesi, persone, luoghi. Non può essere solo la lacerazione del territorio, capace a volte di scindere quartieri, villaggi e città, a fini di commercio abitata dal tumulto dei mezzi di trasporto sempre più grossi e rumorosi. Occorre tornare nella strada, come diceva Gaber, per restituirla alla sua funzione vitale di spazio di incontro, conversazione, gioco, ristorazione all’aperto, in modo da rivendicarne il carattere di cuore sociale e affettivo della comunità.

Il piacere di giocare, di creare, di stare da soli ma anche con gli altri è legato alla possibilità di abitare ogni giorno piazze, cortili, strade, porticati, spiagge, boschi, parchi ma anche botteghe, mercati, bar, officine… Quale educazione diffusa occorre promuovere in tanti modi diversi in questo tempo difficile?

[GC] Occorre promuovere quella educazione che noi chiamiamo diffusa, e che è una sola e totale, ben rappresentata per esempio anche in un gioco di personaggi e di situazioni nella Commedia della città educante dove la storia di un’idea contrastata racconta semplicemente anche che cosa si potrebbe fare, come, dove e con chi, magari oltrepassando le burocrazie, le ambiguità di finte innovazioni e la confusione attuale di troppe proposte spurie in campo educativo. Non solo boschi, prati e radure, non solo all’aperto. Tutta la città e il territorio sono luoghi di per sé educanti. Pochi adattamenti volendo, solo volendo, garantirebbero libertà, esperienze efficaci e apprendimenti diffusi oltre che la tutela della salute di tutti, lavorando per piccolissimi gruppi in luoghi significativi, educanti aperti o protetti ma ampi. Non vi è un momento storico migliore di questo per sperimentare e mettere alla prova opportunità che si possono rinvenire anche nelle pieghe dell’autonomia scolastica, troppo parzialmente praticata nelle sue chances innovative. Abbiamo spesso detto e scritto come si potrebbe fare, abbiamo seguito esperimenti che si sono rivelati virtuosamente efficaci. L’ultima fatica, del mio amico Paolo Mottana rappresenteràconcretamente l’idea di un sistema dell’educazione diffusa da promuovere e sperimentare perché ricomprende tutto ciò che è sul tappeto: il gioco, la città e i suoi luoghi e passaggi, le persone, i tempi, in una accezione di società educante. Una città educante, che comprende senza meno il gioco in tutte le sue aree d’esperienza, potrebbe concretizzarsi con esperimenti in contesti pubblici e privati, anche un po’ da carbonari. Così si comincerebbe a superare la separazione che la città ha subìto dopo il medioevo, soprattutto a partire dall’industrializzazione quando ha recintato, non solo idealmente, aree funzionali separate per il lavoro, la cura, la residenza e l’istruzione. Tale separazione potrà essere risolta riunendo vari ambiti e magari integrandoli nell’”abitare”, ogni giorno, mischiandosi, tutti i luoghi possibili.

[PM] Per me l’educazione diffusa è l’unico modo di ripensare seriamente l’educazione avendo in vista la vita dei bambini e dei ragazzi e non mete sociali spesso manipolate dagli interessi dei gruppi di potere che governano la nostra società. Occorre restituire ai bambini e ai ragazzi il piacere e il gusto di crescere insieme a tutti gli altri, in un reticolo di esperienze intense che solo la realtà concreta della vita sociale può offrire. Bambini che si muovono liberi nel territorio, adolescenti che offrono servizi, che lavorano per assaporare l’esperienza di rendersi utili e di produrre qualcosa che a loro interessi, bambini e ragazzi che abitano il mondo con il loro sguardo acuto, attento, sensibile, in grado di prendersi cura dei luoghi pubblici, della natura, che si esprimano in situazioni sociali con i loro talenti, facendo e fruendo di teatro, musica, danza, arte. Dobbiamo riaccogliere questo popolo bello, vivo, pieno di energia perché ci aiuti a ritrovare il senso di abitare poeticamente il mondo ma anche il gusto di aiutarli, ognuno per come può, a individuare le loro vocazioni, le loro forme di espressione, il loro sentiero.

Per quanto sia difficile e limitato, cosa possono fare gli insegnanti per cominciare a proporre esperienze di educazione diffusa e il gioco come dimensione privilegiata di esplorazione della città?

 

[GC] Molti insegnanti lo stanno già facendo in alcune esperienze eccezionali di messa in campo di aspetti dell’educazione diffusa. Loro potrebbero raccontare cosa si può fare fin da ora soprattutto in relazione con la città e il territorio. Da Cagliari, a Pisa a Gubbio arrivano le testimonianze di come la città riprenderebbe lentamente la sua vita attraverso le esperienze di educazione diffusa impregnate di gioco, di movimento, di corpi, di apprendimento incidentale e non solo. Il gioco dà l’impulso a trasformazioni di grande impatto rispetto alla mera istruzione, perché propone in ambito educativo un’ azione nell’area dell’immaginazione e della curiosità riscoprendo anche il nesso profondo a volte separato a forza tra mente, corpo e ambiente e anche tra le persone e la città non più passiva. Anche la scuola stessa attuale, in una fase transitoria per riscattarsi e trasformarsi radicalmente, potrebbe porsi come mentore complesso nelle iniziative sociali ed educative di ogni parte di città e territorio. Molti di fatto già chiamano tutto questo, a volte magari anche con una certa approssimazione, sul piano pedagogico e del disegno urbano, educazione diffusa. Anche in questa idea di educazione è importante il ruolo dell’architettura che è la scena fissa delle vicende dell’uomo, carica disentimenti, di generazioni, di eventi pubblici, di “fatti nuovi e antichi” come scriveva il mio mentore Aldo Rossi nella sua visione collettiva della città come locus di memoria, di cultura viva e, in definitiva, anche di gioco.

[PM] Gli insegnanti debbono piano piano sbarazzarsi della “scuola interna”, e cioè l’idea fallace che si impari attraverso la scuola, quella scuola fatta di saperi astratti, banchi immobili, verifiche e di valutazioni. Sconfiggere quella scuola è la cosa più difficile. Comincino a uscire, con i loro allievi, assicurandosi che i genitori accordino loro il permesso di portarli in giro senza rischiare provvedimenti troppo gravi se succede qualche piccolo incidente. Comincino a vivere insieme a loro il mondo, dimenticando le esigenze arroganti dei curricoli ma semplicemente godendo il piacere di stare insieme ai bambini e ai ragazzi nella natura, nei campi da gioco, negliatelier di pittura, in una sala da ballo, in un cortile. Progressivamente intuendo e praticando possibili esperienze da fare con le persone che vivono nel mondo e insieme ai più piccoli, chiamandoli anche a partecipare e collaborare, dall’artigiano, dal panettiere, dal giostraio, al circo, nel laboratorio di riparazioni delle biciclette, istituendo squadre di pulizia dei giardini e delle strade, partecipando alla vita di una fattoria, allestendo piccole fioriere, coltivando orti, suonando e cantando e ballando per strada, coinvolgendo in giochi, in cacce al tesoro, semplicemente consentendo ai bambini e ai ragazzi di sprigionare la loro energia e il loro affetto versogli altri. Tutto questo richiede tempo, energia, programmazione, organizzazione, quella appunto contenuta nei diversi testi dedicati all’educazione diffusa da Giuseppe Campagnoli e da me. Non è per niente difficile ed è incredibilmente rigenerante, specie se si è stufi di fare i vigilanti della disciplina in classe. Ma la prima cosa da fare è mettere in discussione quell’idea malsana, per sé e per i bambini, che la scuola in quella forma possa essere la soluzione per crescere e divenire, se possibile, ciò che si è. L’educazione avviene fuori, a contatto con l’immenso repertorio di persone, di luoghi, di esperienze, di attività, belle e brutte, buone e cattive, che il mondo offre per crescere, accompagnati ovviamente da qualcuno che sappia comprendere, proteggere, sostenere e incoraggiare questa grande avventura.

Ordinanze sul decoro contro il gioco libero. Giochi nei parchi tutti uguali, pensati per le paure degli adulti. Ma anche giochi dominati da tecnologie, deliri di competitività e profitti… Cosa possono fare genitori, educatori, amministratori locali, dirigenti scolastici… per cambiare l’ordine delle cose?

 

[GC] Se il gioco è e deve essere un’attività scelta in modo libero da bambini, ragazzi come anche adulti e non viziata dal dominio del mercato, della tecnocrazia o dalle paranoie di una burocrazia securitaria, è necessaria un’alleanza sempre più stretta, senza dispersioni o competizioni esibizioniste, verso una società educante, tra tutti gli attori possibili in una alleanza dove la creatività e l’attitudine critica siano i mezzi e i fini fondamentali dentro una scena che è sempre la città tutta e i suoi territori. Ribellarsi affinché la città e le sue parti non diventino altrettanti recinti è fondamentale, considerato anche che la città stessa può mettersi in giococome entità vivente che suggerisce, a saperla leggere, ai suoi abitanti come trasformarsi e crescere magari non ad libitum, per non divenire il famigerato feticcio urbano di Mitscherlich che è una sommatoria di monumenti, di luoghi per recludere, speculare, sfruttare e istigare alla violenza. L’unica strada è pertanto ribellarsi agendo per mettere in pratica prove ed esperimenti nei territori urbani o rurali che siano. Si può partire dai condomini, dalle insulae, dai quartieri e insieme alle istituzioni volonterose e coraggiose, fondare gruppi di progettazione, trasformazione e gestione degli spazi per il gioco totale, dalle piazze, ai giardini, ai parchi, alle strade,alle corti. Se ne possono adottare il più possibile, di spazi pubblici e privati, in forma di cooperativa sana o di gruppi di volontariato, per costruire una rete di eduluoghi e di ludoluoghi connessi dalle linee sostenibili di vie riservate al camminare, al pedalare, al muoversi in modo compatibile. Ricordo con nostalgia un esperimento cui partecipai quando in una unica occasione da “uno e trino “ (preside, assessore e architetto) nell’ambito di un progetto denominato Ascanio, alla fine degli anni Novanta, spingemmo bambini, maestri, studenti di un istituto d’arte e amministrazione comunale a progettare, realizzare e gestire uno spazioverde polifunzionale, un giardino per giochi e non solo che da una scuola materna sfondò i recinti verso la città. Purtroppo spesso quando cambiano i governi, anche delle città e dei paesi, è difficile difendere e mantenere anche quello che di virtuoso si è costruito. Quanto ai ludoluoghi virtuali degli schermi e degli screen, dove il gioco spesso è alienante quando non aberrante, occorrerebbe uno sforzo tra insegnanti, politica, educatori e famiglie per ricondurre le trajet virtuel che ormai sta permeando tutta la nostra vita in modo quasi esclusivo, al trajet rèel, il viaggio e lo spazio non solo immaginario ma anche fisico e sensuale per giocarecon le persone e le cose usando tutti i sensi, magari insieme, per una volta. Con l’educazione diffusa questo potrebbe avverarsi.

[Intervista di Gianluca Carmosino]

L’educazione diffusa: un’occasione mancata? Giuseppe Campagnoli 2020

L’educazione diffusa: un’occasione mancata? Giuseppe Campagnoli 2020

La bulimia mediatica sulla scuola in tempo di emergenza sembra aver sopraffatto la giusta e doverosa riflessione ciò che si poteva e forse si può ancora fare.

Nella paranoia di notizie, interventi, prese di posizione che da marzo in poi ha imperversato dovunque come mai prima sulla scuola, non solo in Italia per la verità, generando confusione, protagonismi, manifesti a iosa, sottoscrizioni ed appelli, la “scuola” è ricominciata peggio di prima soprattutto sulla spinta decisiva non confessata del mondo del lavoro e del ruolo di badante non del tutto nascosto dell’istituzione scolastica. Come utile provocazione cito qui una frase emblematica del mio collega e coideatore del progetto di educazione diffusa Paolo Mottana1: “cambiare, il primo passo è FARE FUORI LA SCUOLA (ndr: così come è intesa ormai da qualche secolo) reimmettere bambini e ragazzi nel tessuto della vita reale facendo sì che questa vita reale, la nostra -DI NOI ADULTI- cambi e sia in grado di accoglierli e accompagnarli. Che il disegno dei nostri territori cambi, in modo da poterli ospitare mentre crescono verso la LORO AUTONOMIA, e non assorbendo il sapere che alcuni ritengono utile per loro per inserirsi al più presto nel mondo del lavoro. Per assicurargli, con L’EDUCAZIONE DIFFUSA che alcuni veri rivoluzionari della CONTROEDUCAZIONE hanno messo a punto, di individuare i LORO TALENTI, i LORO DESIDERI, e dare forma alla LORO VITA.” Reimmettere bambini e ragazzi nel tessuto sociale significa gradualmente uscire dai reclusori scolastici, nel recente passato anche domestici, intesi fisicamente ma anche idealmente. Significa altresì smontare lentamente il paradigma educativo attuale unificando quelle educazioni che ancora si tengono rigorosamente distinte per preservare il potere di controllo esterno sulla formazione dei cittadini: l’educazione formale, non formale e informale. Non c’è stato momento migliore di quello attuale dove un male così imprevisto e pericoloso, con un po’ di coraggio, organizzazione e volontà di fare, avrebbe potuto non nuocere del tutto in tanti campi, compresa l’educazione.

A proposito di educazione diffusa, che è la chiave che avrebbe potuto far avverare ciò che ho appena scritto, approfittando di questo triste periodo di emergenza, ho trovato un interessante dossier linguistico e filosofico proposto dalla rivista Le Telemaque 2edita dall’Università di Caen in merito ai significati del termine “ educazione diffusa” che, coniugati con l’idea base del nostro Manifesto della educazione diffusa 3e con le prime prove sul campo, possono ben rappresentare l’idea dell’oltrepassare la scuola attuale con una rivoluzione sottile e dal basso. Una rivoluzione oltre le istituzioni ma principalmente attraverso di esse. Nella presentazione del Dossier denominato proprio “L’educazione diffusa”, dotto e interessante dal punto di vista teorico, scritto da Didier Moreau, 4si disquisisce sui concetti di educazione formale, non formale ed informale citando perfino Cicerone e Platone, evocando un primo utilizzo en passant del termine da parte dell’UNESCO, si giunge alla determinazione che l’educazione diffusa è quella che provoca gli choc emotivi e li rende fonti di apprendimento. Si afferma inoltre che non è solo la struttura formale rende possibili i saperi e alimenta i ricordi e la memoria in funzione educativa: “L’esperienza forma e rende attenti e partecipi a tutto ciò che forma.” Questa è l’educazione incidentale per aree di esperienza, direi.

Famiglia e scuola sono sempre stati considerati i luoghi per eccellenza dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze, acquisiscono un’educazione. Nella idea di educazione diffusa si decide invece di esplorare un particolare aspetto dell’educazione che prescinde da queste istituzioni: l’incidentalità guidata. Ecco allora che le strade urbane, i prati, i boschi, gli spazi destinati al gioco,gli ateliers artistici, i musei e i teatri, gli scuolabus, i negozi e le botteghe artigiane si trasformano in luoghi vitali capaci di offrire opportunità educative straordinarie. Questa istruzione informale, non formale e incidentale, in una unica parola e idea, “diffusa”, volta alla creatività e all’intraprendenza, rappresenta una concreta alternativa a un apprendimento strutturato, programmato e chiuso in genere tra quattro mura che risponde più alle esigenze dell’istituzione e del docente che alle necessità del cosiddetto discente. Si configura così un approccio al tempo stesso nuovo e antico alle conoscenze in grado di fornire un’efficace risposta a quella curiosità, a quel naturale e spontaneo bisogno di apprendere, che sono alla base di un’educazione autenticamente libera ed autonoma, seppure guidata per i saperi da figure come i mentori e gli esperti (trasformazione virtuosa dei maestri e degli insegnanti affiancati da chi nel territorio possiede e usa saperi diversi e complessi che non si apprendono senza esperienza).

Mi piace citare il Prof. Giuseppe Paschetto, che riferendosi alle idee dell’educazione diffusa aveva suggerito qualche mese fa al ministero di provare, in fase di riavvio delle attività educative, ad uscire dai recinti consueti e sperimentare diffusamente nuove modalità educative: la proposta operativa prevedeva la creazione a partire da settembre di una rete di scuole tra tutte le Regioni che si impegnassero per un triennio su questi temi:

La valorizzazione dei talenti e il potenziamento dell’inclusione;

L’adozione di una didattica interdisciplinare e per campi d’esperienza che vada oltre la suddivisione artificiosa in discipline;

La pratica dell’educazione diffusa e della scuola all’aperto;

La sperimentazione di forme di valutazione formativa che permettano il superamento della pratica dei voti numerici;

L’eliminazione dei compiti a casa obbligatori.

 

All’inizio dell’emergenza alcuni punti di questa proposta avrebbero potuto essere studiati, organizzati, promossi e sperimentati in quasi tutte le scuole italiane tramite appositi accordi e intese con gli enti locali, le associazioni dei territori, laboratori, musei, teatri…

Siamo intervenuti in tanti seminari, e incontri, anche a distanza, per sollecitare a considerare l’idea di approfittare della pausa forzata per progettare e realizzare nei tempi possibili esperimenti nel territorio che avrebbero potuto risolvere anche tante problematiche concrete di tutela dai rischi possibili del forzato assembramento in luoghi chiusi e affollati. Il dibattito invece, come molti hanno potuto osservare, è stato pletorico a volte persino forsennato e per mancanza di coesione, sinergia e sintesi tra le diverse proposte, ha portato, tranne qualche rara eccezione, a ricominciare prevalentemente al chiuso con gli accorgimenti al limite della paranoia o del grottesco che sono sotto gli occhi di tutti.

Aule aperte al mondo.Giuseppe Campagnoli 2019

Giuseppe Campagnoli 2019


Il luogo dell’educazione non è assolutamente indifferente all’educazione stessa e non ha alcun senso pensare di realizzare l’educazione diffusa negli stessi luoghi chiusi e gerarchici della scuola tradizionale o anche solo timidamente innovativa, ma neppure solamente nei boschi o nelle radure delle cosiddette scuole libertarie e naturaliste per l’effetto settario e un po’ elitario di talune esperienze.
Bisogna infatti superare l’edificio scolastico o anche solo il bosco per un territorio complesso dell’apprendimento: la città e la natura insieme con il loro complesso di luoghi, persone, attività, atmosfere e spazi. Una provocazione che potrebbe diventare un modello di ricerca per la futura scolarizzazione. Un’aula unica aperta al mondo e composta da mille stanze diverse e dedicate, dall’universo fisico fino anche a quello virtuale del web, che metta in relazione continua bambini, ragazzi, adulti, anziani, gente che lavora, che usa il tempo libero, che amministra, aiuta, fa politica, produce e al tempo stesso insegna e impara.

Oggi si fatica a tollerare la scuola in un unico edificio o recinto. La realtà scolastica non è statica ma, quasi per etimologia, dinamica nello spazio, oltre che nel tempo. Le modalità di fruizione delle informazioni, di apprendimento e di applicazione pratica mal sopportano i muri e i limiti di un unico luogo deputato ai saperi e alla conoscenza.
L’errore sta nel pensare ad edifici dedicati e separati, a luoghi privilegiati o a campus frikkettoni in città o nei boschi, nel far coincidere la scuola con un manufatto o comunque con un recinto reale o virtuale che sia. Le aule,
i laboratori, le palestre sono già nel territorio: basta adattarli, collegarli e utilizzarli per raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura. Da queste premesse si potrebbe iniziare a progettare un prototipo flessibile di intervento sperimentale che possa fornire dati attendibili sulla fattibilità dell’idea e sulla sua esportabilità in contesti diversi, più ampi e magari di grandi aree metropolitane.


La scuola non è un ghetto. Prenderà invece le mosse da un portale “educante” in periferia, come in centro, in campagna o in montagna che in una realtà urbana complessa. Non è un luogo chiuso da muri e comparti o da confini reali o virtuali, non è un edificio unico e monolitico o un bosco di specie rare: la scuola è diffusa ed en plein air nel senso totale del termine. Nel volume La città giardino del domani di Ebenezer Howard si fa riferimento a due splendide utopie viste come un’unica realtà: la Garden City e la Città Educante. Per trasformare il contesto urbano e la campagna in città educante, occorre intervenire anzitutto nei luoghi su cui posare una nuova organizzazione di quella che una volta chiamavamo scuola, perché non sia più distinta e separata dalla vita quotidiana e dai suoi personaggi e perché sia quel motore della conoscenza e della crescita che alla città manca da tempo. La stessa cosa, mutatis mutandis, pensava Colin Ward nei suoi interventi sull’architettura e l’educazione libertarie. Si sono fatti e si fanno esperimenti di educazione diversa, a volte anche timidamente diffusa, si è scritto molto e da tempo di controeducazione ma, fino a oggi nulla o quasi è stato ancora prospettato per una nuova architettura della città per superare muri, aule e luoghi chiusi e ambienti concentrati dedicati all’apprendimento. Perfino nei tanto osannati paesi del nord Europa non si è ancora superato il concetto di school building se non nelle forme variegate, ipertecnologiche ed ecologiche di una edilizia scolastica d’avanguardia. Non vi può essere una nuova educazione e una città educante senza rivoluzionare gli spazi e chiudere, finanche troppo tardi, con le tradizionali tipologie dell’edilizia scolastica seppure avanzate e d’avanguardia. La città nuova non distinguerebbe più tra spazi dedicati a qualcosa e luoghi dedicati a qualcos’altro. Cercherebbe di integrare significati e funzioni così come in una casa si mangia, si dorme, si apprende, si lavora, si gioca, si coltiva l’orto e il giardino senza soluzione di continuità. Le cose da apprendere, l’educazione e la crescita non sono indifferenti ai luoghi in cui avvengono.


La marcia di avvicinamento a un nuovo modello di scuola, si potrebbe integrare mirabilmente in una sperimentazione breve che facesse tesoro delle eventuali buone pratiche nel territorio, sfruttando ad usum delphini, in questa fase transitoria, l’insieme dei progetti, dei tempi e dei luoghi-scuola che è riuscita a garantire la recente riforma scolastica. Utopie? Non tanto e non proprio se queste esperienze hanno già coinvolto studenti, scolari, insegnanti, presidi veramente innovativi e qualche rara e coraggiosa amministrazione pubblica in alcune realtà presenti nel nostro territorio. Immaginiamo e proviamo uno scenario di città educante, in una
realtà urbana reale.
Il “Manifesto dell’educazione diffusa” lo spiega bene e in modo convincente nella teoria. Ora nella pratica occorrerebbe qualche suggerimento e qualche strumento. Stiamo vivendo in uno scenario economico e sociale che si avvia giocoforza a un profondo mutamento spinto dalle migrazioni ineluttabili, dalla povertà da combattere con decisione solo assestando colpi efficaci alla morente protervia della ricchezza che ha generato ignoranza, mediocrazia, miseria e
violenza. Educarsi e rieducarsi per tutta la vita e in ogni luogo con l’aiuto di mentori, maestri ed esperti è la chiave per superare tutto ciò e per avviare il cammino verso la coscienza e la consapevolezza di tutti, dai bambini agli anziani, recuperando anche quelle generazioni perdute nell’analfabetismo di ritorno, della lingua, della scienza, delle emozioni, della solidarietà e dell’umanità. Occorre farlo con l’esperienza diretta negli spazi e nei contesti reali che una città trasformata dovrebbe offrire. Stiamo mettendo a punto proprio per questo e per rendere agibile a tutti il Manifesto della educazione diffusa, gli utensili concreti e flessibili suggerendo il chi, che cosa, come, quando e dove di questa nuova educazione. Questa potrebbe essere una anteprima essere di spunti relativi ai luoghi, già in parte provati dalle tante esperienze, più o meno valide, in atto nei territori italiani e non solo.


Qui alcune frasi chiave e pensieri sparsi per quello che potrebbe essere e che forse presto sarà, nero su bianco, un “breviario ed una mappa dei luoghi dell’educazione diffusa:
-La finalità fondamentale di una fase transitoria è innanzitutto quella di far perdere la percezione della scuola come monumento e luogo delle istituzioni dedicato, chiuso, organizzato e controllato.
-Trasformare in modo leggero e in economia alcuni edifici scolastici esistenti adatti allo scopo in strutture di base polivalenti e flessibili (i portali) e collegarli con luoghi e spazi della città in qualche modo predisposti e che possano diventare occasioni di educazione diffusa
-Progettare in modo partecipato e realizzare un sistema integrato di portali e luoghi della città trasformando manufatti pronti ad ospitare le attività e i momenti di educazione diffusa. Il sistema si può articolare nelle varie parti di città adottando come polo una base ottenuta dal recupero o trasformazione di una biblioteca, un centro culturale, un museo, un teatro polivalente..
-Progettare ex novo un articolato ma non rigido sistema da replicare in varie parti di città e del territorio composto da un portale e una rete di luoghi e di aule vaganti ad esso collegati e disegnati seguendo le indicazioni della città, dei cittadini, dei mentori, della gente di scuola e di quartiere.
-Il portale è una base dove riunirsi per partire, in piccole squadre, e poi rivedersi per condividere, rielaborare e approfondire. I luoghi per apprendere sono per lo più all’esterno della scuola, nel territorio, con eccezione per i laboratori specifici.


In una sperimentazione di transizione basterà, come già accennato, partendo anche da un edificio scolastico vecchia maniera adattabile o da un polo culturale esistente, prefigurare una mini rete di luoghi, accessibili con una mobilità sostenibile, in accordo con privati (botteghe, librerie , caffè e laboratori, giardini e ville, centri commerciali acquisiti dal pubblico e assolutamente trasformati) e pubblico (piccole o grandi biblioteche, giardini, parchi e teatri, spazi sportivi..) che possano essere fruibili in modo permanente e che abbiano già ambiti adatti a raggrupparsi, a stare, a fare attività diverse teoriche o pratiche che siano. Proviamo a costruire una rete di luoghi urbani ed extraurbani, pubblici o privati che siano, per la nostra città educante, da collegare con i portali e le basi o ad essi adiacenti. La prima cosa da fare è una specie di censimento, classificazione ed una mappatura geografica dei luoghi e degli spazi possibili, con funzioni molteplici e flessibili e stabilirne la potenzialità d’uso e la collegabilità.
Le tre parti del coinvolgimento educativo, la famiglia o il gruppo e associazione, chi amministra la cosa pubblica e la scuola questa volta progetteranno e lavoreranno in sinergia per tutto il tempo. Prima, durante e dopo. La città progetta sé stessa in tutte le sue parti perché vi partecipano tutti i cittadini non sempre in forma demagogicamente diretta o plebiscitaria ma interpretati saggiamente e fedelmente o anche criticamente nei loro bisogni e desideri dalle figure di guide e intermediari che poi saranno gli stessi del percorso educativo incidentale e del disegno dei luoghi ad esso dedicati: architetti, educatori, mentori, esperti.


Fuori dalla scuola murata.GiuseppeCampagnoli 2018

Giuseppe Campagnoli 2018

La lettura de L’educazione incidentale raccolta di scritti di Colin Ward a cura

di Francesco Codello per Elèuthera di Milano (2018) e ancor prima de

L’architettura del dissenso dello stesso autore e casa editrice (2016) mi

conducono a recensirli entrambi o meglio a rileggerli e commentarli con la

lente del concetto di città educante. Le intuizioni pedagogiche e

architettoniche di due secoli sono state spesso connotate da forti affinità

soprattutto nella spinta palesemente o sommessamente libertaria a

considerare oppressivi e ipergovernati l’educazione, i suoi luoghi e

quelli della città e del territorio, nel mondo occidentale e non solo.

Che ogni angolo della città potesse essere un’aula scolastica era noto fin dal

tempo della Grecia classica ma anche della Roma antica e del medioevo più

autentico ma con delle connotazioni un po’ elitarie. La pulsione autoritaria a

voler costruire tutto e tutti ex cathedra è storicamente nota. In campo

pedagogico e anche architettonico il massimo si è raggiunto con la

costituzione degli stati che ha portato con sé le regole e i codici del costruire

con gli stili del potere e del mercato come anche quelli dell’educare con i

paradigmi ad uso dell’istituzione, del potere e della produzione. Colin Ward

rappresenta un po’ una felice coniugazione ricca di spunti e di speranze

tra l’architettura e l’educazione spontanee, libere, entrambe appunto

“incidentali”. Sentire insieme i riferimenti di Morris, Howard, Munford,

Illich e del più prossimo De Carlo con suggestioni sulla città che si

autocostruisce, che ho trovato in forme diverse e forse meno rivoluzionarie

pure nel mio maestro Aldo Rossi, mi riappacifica con l’idea che la pedagogia

e l’architettura siano ancora un po’ distanti tra umanità e tecnologia,

psicologismi e mercato, materiali inerti, rigide organizzazioni e vita fluente.

Appare invece lampante che si possano riavvicinare e addirittura integrare

in un sol corpo per merito di quell’anarchia possibile che libera l’uomo dalla

guida imposta e onnipresente di uno stato esterno, opprimente e tutto

sommato indifferente allo scorrere spontaneo e naturale della realtà. Ad ogni

passo del libro trovo sinestesie con il pensiero della città educante come tra

racconti ci fosse una specie di telepatia nel tempo e ritrovo perfino

formulazioni e scenari quasi identici alla narrazione immaginaria che con

Paolo Mottana abbiamo “girato” come un film alla fine della descrizione

della nostra città educante: un viaggio, come ho già detto altrove, di una

coppia da Divina Comoedia alla ricerca dell’educazione perduta (leggi Una

scuola oltre le mura).

Annota Colin Ward:

“In quanto osservatore di come i bambini sappiano colonizzare un

ambiente, sono stato attratto dalla tesi di Geoffrey Haslam sulle

«tane». Egli ricordava le sue tane, i suoi nascondigli e accampamenti, costruiti con qualsiasi materiale fosse a portata di mano”.

Il dissenso in architettura e in educazione conducono a concepire certamente la città come educante in una libertà raramente provata: “La libertà è l’abolizione del dovere di rispettare le regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio”.

Oltre che ad un apprendimento diverso, più sicuro e stabile, più profondo perché derivante dall’experiri.

Che dire degli orti urbani e rurali e delle loro meravigliose doti di cultura architettonica libera e autonoma e di piccola grande aula all’aperto che dal primo libro di Ward sull’architettura rimandano direttamente a quello sull’educazione incidentale?

“Troppe persone hanno un’impressione sbagliata degli orti. Il movimento non è totalmente dipendente per il suo benessere dal sostegno che riceve da governo ed enti locali (…). Gli orti hanno la loro origine nel self-help, non nella beneficenza, e anche adesso il concetto di self-help è fondamentale

“(…). Nell’intero corso della sua storia, il movimento degli orti ha

sempre avuto come forza motrice il self-help. L’esempio è dato dai

lavoratori giunti dalla campagna durante le crisi periodiche

nell’andamento del ciclo economico dell’epoca vittoriana, i quali,

essendo costretti a cercare un impiego in città (spesso lavorando 55

ore settimanali, con mansioni orribili), cercavano impazientemente

un’attività alternativa al lavoro in fabbrica ed erano quindi

felicissimi di lavorare la terra quando ne avevano la possibilità (…).

È sorprendente che in così tanti abbiano trovato la forza, la

determinazione e l’autentica passione per il giardinaggio che erano

necessarie per accudire i loro orti: sono segni di un sentimento

profondo”.

Il discorso dell’orto urbano o rurale come luogo dell’apprendere, non

solo ai fini di un mestiere agricolo, si ritrova nell’educazione incidentale

tra le tante possibilità di pensare ad una teoria di spazi per crescere al

di fuori delle rigidezze istituzionali e per superarle nel tempo. Anche l’idea

delle aree tematiche trasversali è già sfiorata nelle descrizioni di Colin Ward

e fa intendere comunque una “discreta organizzazione” collettiva dei

contenuti, dell’insegnamento e degli ambiti in cui opera senza obblighi

particolari o classificati.

Illuminante è la presentazione del volume di Ward fatta da Elèutheria anche

alla luce delle nostre idee di educazione diffusa :

“Famiglia e scuola sono sempre stati considerati i luoghi per

eccellenza dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze, acquisiscono

un’educazione. Colin Ward decide invece di esplorare un

particolare aspetto dell’educazione che prescinde da queste

istituzioni: l’incidentalità. Ecco allora che le strade urbane, i prati,

i boschi, gli spazi destinati al gioco, gli scuolabus, i bagni

scolastici, i negozi e le botteghe artigiane si trasformano in

luoghi vitali capaci di offrire opportunità educative

straordinarie. Questa istruzione informale, volta alla creatività e

all’intraprendenza, rappresenta pertanto una concreta alternativa a

un apprendimento strutturato e programmato che risponde più alle

esigenze dell’istituzione e del docente che alle necessità del

cosiddetto discente. Si configura così un approccio al tempo stesso

nuovo e antico alla trasmissione delle conoscenze in grado di

fornire un’efficace risposta a quella curiosità, a quel naturale e

spontaneo bisogno di apprendere, che sono alla base di

un’educazione autenticamente libertaria”.

Il susseguirsi dei capitoli, già in alcuni titoli e nelle note del curatore

Francesco Codello, prefigura un’idea mirabilmente affine a quella della città

educante e del suo ridisegno:

La libertà della strada: “la scuola decentrata ordinariamente in una pluralità di luoghi, spazi e tempi adatti all’apprendimento più incidentale”.

La città come risorsa: “rivisitandola dal punto di vista del disegno urbano,della storia, dell’arte, dell’edilizia, in funzione socializzante”.

Adattare l’ambiente imposto: “superare la convinzione degli adulti a controllare, dirigere e limitare il libero fluire della vita” organizzando spazi ad hoc e a senso unico senza alcun grado di libertà.

Il gioco come protesta ed esplorazione: “ Il fatto che i bambini scelgano ostinatamente come spazi per il gioco proprio i luoghi che ci appaiono più provocatori…” è un segno che il gioco è spesso protesta ed esplorazione insieme.

Luoghi di apprendimento: ”Il bisogno naturale ad imparare va scemando man mano che viene organizzato e rinchiuso in luoghi strutturati e

delimitati”. E qui fervono le citazioni di Friedrich Froebel, Pestalozzi, Rousseau,la Summerhill School, Steiner, Illich, Goodman…

Educare all’intraprendenza:

”Esiste un luogo nel quale tutti possiamo ritornare ad essere bambini, svincolati da vuoti formalismi e pericolose forme di competitività…”.

Gli anarchici e la scuola: “La tradizione libertaria in educazione, con sensibilità a volte notevolmente diverse, propone un cambiamento radicale della società attraverso un profondo mutamento delle relazioni umane”.

Nel Manifesto della educazione diffusa,quasi alla fine dello stesso periodo di

ricerche ed esternazioni, ritroviamo in alcune frasi la summa dell’idea di città, di

educazione e dei suoi luoghi, dell’esperienza e della libertà di apprendere fuori

dalla “scuola murata”: “Mai più aule tra i muri e studenti che volgono lo sguardo teso alla fuga al di là dei vetri chiusi”.

La scuola dove ridursi a una base, un portale ove organizzare attività

che devono poi realizzarsi nei mondi aperti del reale.

I ragazzi e i bambini nel mondo costituiranno una nuova linfa da troppo

tempo emarginata e costringeranno la società e il lavoro a ripensarsi, a

rallentare e a interrogarsi.

L’educazione diffusa trasforma il territorio in una grande risorsa di

apprendimento, di scambio, di legame, di cimento, di invenzione

societaria, di sperimentazione, al di fuori di ogni logica di mercato, di

adattamento passivo, di competizione o di guadagno monetario.

L’educazione diffusa promuove l’apprendistato della libertà contro ogni

monopolio (statale, scolastico, familiare, religioso, aziendale).

L’educazione diffusa trasforma gli spazi individuati della città

educante (edifici storici, botteghe, teatri, biblioteche, musei, piazze,

parchi…) in luoghi di apprendimento (privilegiando l’autocostruzione e il

coinvolgimento dei territori)

La nostra educazione, non solo la scuola, ha bisogno di essere ripensata.Paolo Mottana 2018

Paolo Mottana 2018

Occorre demistificare alcune idee di base che si sono troppo a lungo cristallizzate nel modo in cui si pensa la vita di bambini e bambine, di ragazze e ragazzi. Quella parte di popolazione non è incapace, non è priva di risorse, non è composta di soggetti mancanti. E’ una parte di popolazione cui la nostra società ha deciso di riservare un destino ben severo. Perché?

Perché bambini e ragazzi sono stati posti al bando dalla nostra società? Chiusi dentro luoghi da cui non possono scappare, sotto la sorveglianza di adulti spesso poco sensibili per vivere esperienze umane di discutibile qualità?

Come è successo che a un certo punto il nostro mondo ha fatto sparire dalla scena sociale questo universo straordinario, poliedrico, vivace e colorato?

Io credo, insieme a Giuseppe Campagnoli e tanti altri che i bambini e i ragazzi debbano tornare nella società, con un buon grado di autonomia e libertà. Che la società debba porre in atto tutte le misure necessarie affinché al proprio interno e non in prigionia in luoghi rigidi e oscuri, essi compiano il loro percorso di conoscenza, di esperienza e di formazione. Noi tutti abbiamo bisogno di loro, perché essi possono offrirci un contributo insostituibile, non in termini di lavoro, giacché abbiamo la triste abitudine di misurare il contributo della popolazione solo in termini di produzioni lavorative, ma in termini di presenza, presenza viva, curiosa, osservatrice, interrogante e certo anche creatrice, operatrice, immaginatrice.

L’educazione diffusa vuole che i bambini e i ragazzi imparino dentro la società, nel suo complesso reticolo di opportunità, tutte da adattare naturalmente alla loro presenza ma che proprio per questo potrebbero mutare il volto del nostro mondo, rendendolo vivo, affettivamente denso e ricco, improvvisamente colorato, fresco, spontaneo.

Loro meritano di crescerci a fianco, accompagnandoci e trovando il loro spazio, spazio dove imparare ma anche semplicemente dove vivere la loro età, al riparo dalla persecuzione di continue prove, normative tiranniche e orari privi di ogni giustificazione fisiologica e psicologica.

I bambini e i ragazzi hanno bisogno di vivere, non di espiare una pena, di partecipare, non di essere totalmente fuori gioco, di dire la loro, di intervenire, di essere finalmente considerati soggetti a pieno titolo e non soggetti difettosi e in rodaggio.

L’esperienza di imparare può essere ricca, piacevole, gratificante se condotta a contatto con la realtà, con la sensazione di non essere solo spettatori ma artefici, di poter offrire il proprio contributo, nei servizi, nella manutenzione, nella pulizia, nella cura del territorio, nell’aiuto, nella festa e nel gioco, negli eventi di spettacolo, di musica, di danza, nella creazione di zone di interscambio, di convivialità, di integrazione con tutte le generazioni e tutte le culture.

Occorre finirla con il reclusorio scolastico e con la piccolezza della vita domestica: occorre reimparare a ospitarli, affinché siano essi a reinsegnarci a vivere, a stare insieme, con i loro ritmi, la loro fantasia, la loro energiaancora non anestetizzati dall’imperativo del lavoro, della produzione, del profitto o della sopravvivenza.

Una gaia educazione, che si possa finalmente realizzare nel tessuto vivo della società, deve riscattare il corpo di questa età che ha tanto bisogno di viverlo e sperimentarlo in tante e tante espressioni, deve riscattarne l’immaginazione, deve riscattarne la sensibilità, deve suscitarne la creatività non in astratto ma in opere concrete, tangibili, godibili. Deve assecondarne i desideri e le vocazioni, creando tutte le opportunità perché si rivelino e si compiano.

Venire al mondo non deve più accadere come un tirocinio né come un apprendistato all’obbedienza e alla schiavitù, deve diventare un’occasione per esserci da subito con lo sguardo e l’intensità che proprio chi ancora non è stato soffocato o addomesticato può offrire.

La scommessa che ci attende sotto questo profilo è straordinaria e la sua posta immensa: una realtà che sappia commisurarsi, che sappia ospitare soggetti tanto aperti, delicati e sensibili non può che essere una realtà infinitamente più vivibile di quella nella quale ahinoi purtroppo sopravviviamo sempre più tristi e grigi. Accogliamo dunque il loro fervore, la loro intensità, la loro inesauribile differenza!

Di questo vuole che si discuta la proposta dell’educazione diffusa che trova nella gaia educazione e nel suo orientamento al meglio dell’esperienza di vivere il suo fondamento.

Concretamente si tratta di ridurre l’idea di scuola come edificio a una base, una tana, un punto di partenza e di ritorno, dove riunirsi per partire, in piccole squadre, e poi rivedersi per condividere, discutere e arricchire;

si tratta di coinvolgere direzioni didattiche pubbliche perché offrano la loro disponibilità a porre in atto una o più sperimentazioni di educazione diffusa;

si tratta di creare gruppi capitanati da un educatore-mèntore che guidi, sostenga, segua e organizzi i percorsi dei ragazzi, rendendosi disponibile per tutto il tempo educativo per loro (non più di 10-15 bambini o ragazzi);

si tratta di formare équipe di insegnanti e educatori, coordinati dall’educatore-mèntore, che sviluppino programmi di educazione diffusa nel territorio, incrociando contenuti e attività pratiche, percorsi e abilità e conoscenza acquisite facendoli, e che poi li attuino individualizzandoli sempre di più;

si tratta di predisporre un reticolo di offerte di esperienze nel territorio che facciano capo a associazioni, centri culturali e sociali, biblioteche, musei, fattorie, officine, servizi commerciali, dove bambini e ragazzi possano osservare, contribuire, esprimersi;

si tratta di negoziare spazi, tempi e situazioni con enti pubblici e privati, di chiedere luoghi, forme di viabilità leggera, perché bambini e ragazzi possano muoversi nel loro territorio e poi man mano sempre più lontano, per coltivare le loro passioni, per partecipare, cooperare, rendersi utili, occuparsi di curare la natura, gli arredi e l’estetica dei luoghi, mercatini, spazi di gioco e di spettacolo, chioschi ecc. ecc.;

si tratta di riconfigurare la rete degli apprendimenti secondo aree di contenuto vicine alla vita delle giovani generazioni e in modo che essi possano trovarvi gli stimoli per organizzarvi sempre più articolate attività e opere (dalla espressività simbolica (arte, teatro, danza, poesia, musica, fotografia ecc.) all’amore e alla sessualità, al mondo della natura e degli animali, alle tecnologie, ai temi della violenza, della droga, del dolore e della felicità, dalla salute alla politica, dalle culture diverse alla gastronomia, ai viaggi, agli spettacoli ecc. ecc.); sapendo anche valorizzare l’enorme quantità di apprendimenti “incidentali” che l’attività nella società concreta comporta;

si tratta di sensibilizzare la popolazione e ogni soggetto (pubblico o privato) coinvolgibile, intorno alla responsabilità comune per la formazione delle giovani generazioni, affinché offrano le loro competenze e la loro disponibilità al servizio gratuito per sostenerli, insegnargli, condividere con loro le proprie esperienze e possibilità;

si tratta di coinvolgere gli attori pubblici e sociali perché facilitino la mobilità e la sicurezza di bambini e ragazzi in movimento sul territorio, con politiche di ciclopedonalizzazione sicura, di trasporto leggero e gratuito, con corsie per risciò, biciclette, monopattini e altri servizi (per esempio spazi, giardini, edifici e zone dove possano riunirsi o organizzare eventi) che consentano a bambini e ragazzi di essere nuovamente ospitati nel territorio, anche senza l’accompagnamento degli adulti;

si tratta insomma di fare una rivoluzione culturale e sociale che riporti adulti e giovani a vivere insieme e a crescere in un mondo un po’ meno separato, gerarchico e punitivo, affinché i bambini e i ragazzi possano finalmente sviluppare -senza stare in “cattività” e sotto la minaccia di valutazioni gratuite-, autonomia, creatività, cittadinanza autentica, saperi e abilità nel vivo della vita della comunità contemporanea.

Educazione diffusa.Paolo Mottana 2016

Paolo Mottana. 2016

Ora io non vorrei fare l’archeologia dell’internamento dell’infanzia e poi

della gioventù nelle strutture di disciplinamento e di istruzione. È

relativamente cosa nota, certo complessa, ma ormai nota. Per i processi di

creazione e privatizzazione dell’infanzia come stagione storicamente definita

e separata, si veda Aries ma anche lo splendido Emilio pervertito di René

Schérer. Non c’è molto altro da aggiungere.

Mi interessa ora però parlare dell’adesso. Dell’internamento dell’infanzia

adesso, della loro messa fuori gioco, del loro mondo a parte. Perché i

bambini fanno tanto problema? Perché lo fanno gli adolescenti?

Alcune risposte banali:

1) Uomini e donne devono produrre, dunque i bambini bisogna metterli da

qualche parte (banale e superficiale, nel senso che poi resta necessario

discutere su quale tipo di occupazione dell’infanzia predisporre).

2) La civiltà protegge bambini e adolescenti dallo sfruttamento (già meno

banale ma parziale: per esempio il loro inserimento sociale dobbiamo per

forza immaginarlo sotto la voce dello sfruttamento? Il che peraltro,

implicitamente avvalorerebbe l’idea che appena fuori dalle protezioni

dell’infanzia e dell’adolescenza tutti siano vittime dello sfruttamento, il che

in effetti è tutt’altro che banale).

3) I bambini e gli adolescenti devono attraversare un lungo percorso di

formazione in luoghi adatti (qui la risposta è semplicemente interrotta

perché allora si può facilmente ribattere che l’internamento scolare non è

affatto la risposta adatta per la loro formazione: e si vedano i moltissimi che

lo sostengono da molto più di un secolo a questa parte, da Fourier a Papini a

Gray, per citare figure non necessariamente pedagogiche).

4) Occorre affidarli ad adulti qualificati per insegnare (viziosa, perché in

primo luogo occorrerebbe chiarire assai meglio in che modo gli adulti

possono essere dichiarati qualificati, e sappiamo quanto questo sia

complesso. In secondo luogo, anche concesso che debbano essere affidati a

tali adulti, resta il problema del dove e del come, su cui si può molto

discutere).

5) Il movimento sociale di bambini e ragazzi in un territorio pensato sempre

di più per l’esclusivo moto accelerato delle merci e per le attività di

produzione e consumo, diventa ostacolante e pericoloso (è l’unica risposta

sensata, che spiega perché i bambini e i ragazzi debbano essere rinchiusi

dentro grossi edifici obitoriali e possano uscirne solo ad orari prestabiliti e

sotto custodia).

Divenire adulti, in altri termini, significa avere gli strumenti per potersi

orientare in uno spazio tempo assediato dal mercato delle merci e dalle sue

prescrizioni e saper sopravvivere al suo ritmo e al suo moto veloce e

pericoloso.

Io credo che noi dobbiamo porci con grande serietà e radicalità il

problema di come reimmettere bambini e ragazzi – e perdonatemi se

non inserisco ogni volta la specifica femminile, bambine e ragazze, che

dò per implicita – nel circuito della vita sociale, a pieno titolo.

Una delle mie similitudini preferite è: se un animale cresciuto in cattività ha

scarse possibilità di essere reinserito nel suo habitat, perché lo dovrebbe

avere un bambino o un adolescente, ugualmente cresciuto in cattività?

E non solo la cattività delle istituzioni ma anche quella degli spazi domestici,

dove si consuma, oltre che la sua domesticazione, anche la sua definitiva

privatizzazione.

La società ha deciso di rinunciare a una fetta molto cospicua di contributo

sociale, quello dei suoi “minori”. Noi consideriamo “minore”, per una

convenzione molto discutibile, gli esseri umani al di sotto dell’età anagrafica

dei diciotto anni. E adatti per attività lavorative solo chi ha superato i 15 anni

(il 15 per cento circa della popolazione).

Encomiabile certamente ma non rischiamo di sottovalutare il potenziale

di energia vitale che potrebbe essere espresso da questa cospicua fascia

di popolazione?

Intendiamoci, nessuna idea di pompaggio di risorse o di “capitale umano” a

fini produttivi, espressioni che aborro, ma piuttosto diffusione di sensibilità,

di creatività, di ludicità, di immaginazione, intuizione ed emozione di cui

questa età è ricca e che invece viene fatta marcire dentro i muri deprimenti e

castranti delle nostre scuole.

Bambini e ragazzi reimmessi nella vita del mondo, riammessi a

partecipare, a cooperare, a discutere e a decidere, ma soprattutto a

esprimere, nel loro linguaggio, un volto del mondo che è stato

completamente posto a tacere (con gravissimo nocumento per tutti noi). Di

questo hanno bisogno loro e abbiamo bisogno noi.

Io non ho difficoltà a immaginare bambini e ragazzi che circolano nel

mondo con i loro tempi, con i loro veicoli e altri che si potrebbe facilmente

predisporre (piccoli bus elettrici, ferrovie urbane simili a quelle dei parchi

naturali, risciò, oltre naturalmente a biciclette pattini e ogni altro mezzo

compatibile). Non ho difficoltà a immaginarne la partecipazione, ad

occuparsi non solo di quello che riguarda loro ma anche di quello che

riguarda noi, animando la vita delle città e dei paesi, occupandosi di

manutenzione e abbellimento, di cura, di servizi per le persone, di presenza,

di attenzione, di ricerca, di esplorazione, di un apprendimento che prende

occasione da grandi e piccole cose, da ambienti predisposti e ambienti reali,

da maestri qualificati e maestri di strada e di bottega, di officina e di studio,

di istituto e di impresa.

Ragazzi e bambini sparsi nel mondo sarebbero un modo per ringiovanirlo,

per costringerlo ad altri ritmi, ad altre esigenze, a prendere in

considerazione il lato giovane, nuovo, possibile degli esseri umani, la

debolezza necessaria, la creatività ancora non addomesticata, i desideri

ancora non castrati per ripensarsi e ricrearsi, abbattendo finalmente i muri,

non solo quelli degli istituti di internamento ma anche quelli tra età, tra

generi, tra professioni, tra discipline, tra luoghi e specializzazioni, tra ruoli e

persone e così via.

Non sarà forse questa la rivoluzione autentica dei bambini? Non un posto a

loro dedicato, un nuovo ghetto, per quanto dorato, come tante

esperienze anche belle ma fuori dal mondo spesso ci mostrano ma la

loro reimmissione nel tessuto sociale, accanto ai grandi, ai loro prossimi

per età un poco più avanti e un poco più dietro (non indietro, solo dietro per

classe anagrafica), accanto ai vecchi, per colorare, intensificare, scuotere

una vita sempre più omologata, accelerata, priva d’anima e di bellezza,

priva di stupore e di freschezza che loro ci possono aiutare a ritrovare a

patto che non li si imbalsami ancora dentro le maglie di procedure, regole,

normative e sanzioni che ne soffochino l’immenso potenziale.

Questa sarebbe un pezzo di ciò che io chiamo “educazione diffusa” e che

con l’amico Giuseppe Campagnoli (a cui ho anche rubato l’immagine),

proverò a sostenere, anche con l’imminente pubblicazione di un libro a

doppia firma e poi anche di un altro, d’ora in avanti. Perché credo che sia ora

di finirla, una volta resa la dovuta gratitudine ai benefici sempre più remoti

che la scuola ha anche apportato, di tenere ragazze e bambine (valga la

premura reciproca di ampliare i generi), – le loro speranze, i loro corpi, le

loro menti fervide, la loro creatività e i loro desideri -, fuori gioco, tappati

dentro aule muffose dove tutta questa ricchezza si intristisce e si spegne,

senza poter dare frutto (con buona pace degli amici insegnanti che

potrebbero fare molto meglio in luoghi più adatti e vivificanti).

La scuola diffusa:provocazione o utopia? Giuseppe Campagnoli 2012

 

Giuseppe Campagnoli 2012

Negli scritti in cui ho affrontato in termini più poetici che prosaici il tema dell’edilizia scolastica, rifuggendo intenzionalmente dalle dissertazioni di moda sulla bioarchitettura, sulle nuove tecnologie e sul post-moderno imperante, che, con i tempi che corrono e la globalizzazione che sta minacciando il mondo, è già morto prima di nascere, ho accennato a quella speranza di concepire uno spazio scolastico veramente innovativo che, per analogia con il tema del “museo diffuso”, ho chiamato la “scuola diffusa”. Non si tratta di una novità in assoluto, perché, sostanzialmente, allo stesso concetto si ispirava la scuola del Medioevo, quella del palazzo e del monastero, della biblioteca e del chiostro, quella “schola” che raramente coincideva con un unico luogo fisico. In realtà, luogo dell’apprendere potrebbe essere realmente la città tutta e il territorio. L’aula sarebbe aperta al mondo e composta da mille stanze diverse e “dedicate”, dall’universo fisico a quello virtuale del web. Oggi si fatica a tollerare la scuola in un unico edificio. La scuola non è statica ma, quasi per etimologia, dinamica nello spazio, oltre che nel tempo. Le modalità di fruizione delle informazioni, di apprendimento e di applicazione pratica mal sopportano i muri e i limiti di un unico luogo deputato. L’architettura educativa dovrebbe adeguarsi alle nuove esigenze della conoscenza e della crescita delle persone: non può essere la stessa nei secoli. Aldo Rossi, con i suoi insegnamenti, mi convinse che l’architettura disgiunge, nel tempo, la forma dalla funzione: non c’è miglior modo di concepire gli spazi per eccellenza, quelli dell’imparare. Da una idea di architettura e di scuola che coincidono, nasce forse una utopia che potrebbe, nel tempo, diventare una splendida realtà. L’esperienza recente di un workshop internazionale mi ha fornito un modello da imitare per prospettare la scuola del futuro. I discenti si muovevano da un luogo all’altro, a seconda delle esigenze di apprendimento: una biblioteca, una chiesa, un laboratorio, un auditorium, situati in diverse parti della città (il centro, il mare, il parco…) e legati per funzione ai differenti “learning objects”. Nel caso di studenti adulti, la mobilità da un luogo all’altro durante la giornata non costituiva un problema; come avviene un po’ per l’università. Per le scuole di livello base o intermedio, sarebbe sufficiente concepire quotidianamente un “orario di prossimità”, con un sistema di trasporto integrato che consentisse di trasferire gli alunni, anche in continuità verticale (negli stessi luoghi e laboratori studenti dalle elementari alle superiori, a volte anche insieme!), ogni giorno in un posto diverso a seconda delle necessità di apprendimento e di applicazione. Naturalmente la scuola andrebbe riorganizzata in modo estremamente flessibile, per superare tutte le rigidità dovute anche a una normativa disforica sulla sicurezza, che assimila, “tout court”, i luoghi per l’apprendimento ai luoghi di lavoro, con tutte le limitazioni del caso. Riuscendo a concepire un insieme di regole ad hoc, e adattando i diversi spazi della città alla frequentazione di classi e gruppi di scolari e studenti, si muterebbe l’idea di scuola attuale, tutto sommato ancora fissa negli spazi e nei tempi.

 

 

Ogni luogo pubblico della città (municipio, biblioteca, mediateca, laboratori, università) avrebbe spazi dedicati e attrezzati per “fare scuola”, e consentirebbe a gruppi di discenti di non fossilizzarsi per ore nello stesso ambito, sempre di fronte alla medesima lavagna, allo stesso panorama. Sarebbe sufficiente solo un edificio-base, che fungesse da manufatto simbolico, una specie di “portale” di ridotte dimensioni, ubicato in una parte significativa e centrale della città, con servizi amministrativi e luoghi di riunione non specializzati; esso potrebbe rappresentare la “stazione” di partenza verso le “aule” virtuali e reali sparse nel territorio, un luogo di “rendezvous” all’inizio della giornata di studio. Credo si possa cominciare a ragionare su questa idea e aprire un dibattito tra il popolo della scuola e pedagogisti, amministratori, progettisti. Si supererebbe, forse, la rincorsa inutile a mettere a norma edifici scolastici che saranno fuori norma al prossimo aggiornamento di legge, per fruire, invece, di spazi già in regola, in cui inserire ambiti adatti all’insegnamento, utilizzando tecnologie didattiche compatibili con il nuovo sistema. Si farebbe tesoro delle esperienze dei campus e delle “cittadelle scolastiche”, per quella loro preziosa valenza di territorialità e di invito alla ricerca e alla scoperta. I problemi logistici, ovviamente presenti, andrebbero studiati e risolti nella pianificazione della città, integrando, con l’istruzione, tutti i servizi compatibili tra loro: quelli culturali, della comunicazione, della mobilità integrata, delle nuove tecnologie a basso impatto ambientale, con una forte economia di scala. Questa prima vera rete culturale, con i suoi nodi simbolici, potrebbe estendersi oltre la città, fino ad altre realtà urbane e al territorio tutto, estendendo il luogo dell’apprendere a una teoria di luoghi diversi e qualificati. Il tempo scuola dovrebbe, ovviamente, essere rimodulato con valenza plurisettimanale lungo tutto l’arco dell’anno, per superare la mortificante e rigida ripetizione di orari e attività, giorno dopo giorno, mese dopo mese. L’edificio–scuola, così come oggi concepito, lascerebbe il posto a una costruzione che fa da ingresso a una sorta di “parco della conoscenza”, sostituto innovativo delle aule tradizionali e degli spazi specializzati che, ahimè, ancora oggi altro non sono se non aule diversamente arredate e attrezzate.

BIBLIOGRAFIA • Campagnoli G., “L’architettura della scuola”, Franco Angeli, Milano, 2007. • Rossi A., “L’Architettura della Città”, Marsilio, Padova, 1966. • Parini P., “I percorsi dello sguardo. Dallo stereotipo alla creatività”, Artemisia, Catania, 2000. • Le Corbusier, “Verso una Architettura”, Longanesi, Milano, 2003. • Siola U., “Tipologia e Architettura della Scuola”, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1966. Giuseppe Campagnoli

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