Paolo Mottana 09 Febbraio 2020
Mi piacerebbe provare ad attirare l’attenzione di chi governa le sorti dei nostri
processi educativi su alcuni aspetti che mi stanno particolarmente a cuore e che
credo dovrebbero essere al centro di qualsiasi politica più che di innovazione
educativa, di considerazione educativa, di attenzione nei confronti dei problemi
dell’educazione.
La felicità di bambini e ragazzi
La prima questione, quella centrale, è che credo sia venuta l’ora, quando si
parla di educazione, di educazione dei bambini e dei ragazzi, di avere in
mente loro, innanzitutto, e non la loro destinazione professionale nel
mondo del lavoro. Credo che chiunque si occupi di educazione o si
preoccupi di educazione, anche semplicemente come genitore, come fratello,
come persona umana di fronte a un cucciolo d’uomo, la prima questione che
si dovrebbe porre è come renderlo felice di essere qua. Temo che le politiche
educative che da sempre – perché non è certo una novità – sono state
apprestate per i nostri cuccioli d’uomo, abbiano a cuore tutto, tranne che la
loro felicità. Almeno durante quella stagione. Si preoccupano di un’ipotetica
felicità futura, che spesso fanno coincidere con l’idea di essere inseriti
all’interno del mondo del lavoro, come se questa – e noi tutti lo sappiamo
bene – fosse veramente la realizzazione di se stessi.

Sarebbe bello ogni tanto – anche solo nelle premesse che spesso si sentono
utilizzare riguardo ai temi dell’educazione – che si potesse parlare
guardando i bambini e i ragazzi, avendoli nella mente, nel cuore, nella
pancia, riuscendo in qualche modo a immaginare di essere nei loro panni,
come lo siamo stati. Noi eravamo anche più «educastrati» di loro, ma
sicuramente in quegli anni abbiamo tutti patito molto. Abbiamo patito nel
corpo, nelle emozioni, nell’immaginazione, nella creatività, come continua
purtroppo ad accadere anche in una società che si dice progredita. Ma questa
è una considerazione puramente generale. Sarebbe bello ogni tanto leggere
in un programma politico che la prima preoccupazione è quella di far
trascorrere ai nostri cuccioli d’uomo alcuni anni in cui vivano intensamente la
loro infanzia, la loro adolescenza, non costretti a rimanere rinchiusi in luoghi che
conosciamo bene, che sono tutt’altro che ospitali, non sotto la minaccia di
sanzioni, di punizioni e di valutazioni, non condizionati da un sistema normativo
che certo loro non hanno scelto, non avendo nemmeno scelto di essere al mondo.
Ma questa è una premessa di carattere filosofico generale.

L’apprendimento nasce dall’esperienza
La seconda questione che voglio porre alla vostra attenzione è più inerente e,
ai miei occhi almeno, da tanti anni banale, ma che purtroppo ha poco
riscontro nelle politiche educative: il fatto che, se vogliamo parlare
seriamente di formazione e di apprendimento, forse dovremmo porci il
problema di quella cosa che si chiama esperienza. Ora, tutto c’è nelle
nostre scuole tranne che esperienza.
Le nostre scuole sono costruite in maniera tale da scindere le diverse
parti della persona, sia quella del docente ma, molto peggio, quella del
discente, e di far prevalere – in una maniera direi unilaterale – la sua testa, il
suo cervello su tutto il resto della sua persona fisica, ma anche di quella
psichica. Sappiamo tutti che un’esperienza è qualcosa nella quale siamo
coinvolti integralmente. L’esperienza non è quella cosa di cui parlano a volte
certi pedagogisti che corrisponde al «learning by doing» (una locuzione che è
andata molto di moda in certi anni), non è legata necessariamente al fare; si
possono avere meravigliose esperienze anche stando immobili e non facendo
nulla, per esempio ascoltando un brano di musica, meditando, oppure
semplicemente riposandosi. Esperienza significa essere lì, interamente, in
quello che sta accadendo. Mi chiedo come mai tante teste abbiano pensato
di educazione e di formazione, ma ancora oggi l’educazione che noi
proponiamo a livello pubblico sia così largamente mancante di esperienze e,
anzi, facciamo di tutto per evitare che si trasformi in esperienze. Quindi non
dobbiamo stupirci che l’apprendimento, che solo dall’esperienza arriva,
sia così scarso e fallimentare. Nessuno impara qualcosa di cui non fa
esperienza, a cui non partecipa integralmente con il suo corpo, la sua
mente, le sue emozioni, le sue intuizioni, la sua immaginazione. Invece costringiamo i nostri bambini e i nostri ragazzi a stare in luoghi dove
sono costretti (e già la costrizione è un ottimo elemento per fugare la
possibilità di un’autentica esperienza) a fare cose che non li interessa
(seconda condizione che nella maggior parte dei casi fuga la possibilità di
un’esperienza) e che non li coinvolge partecipativamente (terza
condizione che determina la fuga dell’esperienza).
Credo che dovremmo cominciare a immaginare un’educazione e una
formazione che metta al centro il concetto di esperienza, e su questo mi
piacerebbe poter dare una serie idee (che qui non è possibile approfondire).

Se il luogo dell’esperienza è il mondo
La terza questione, ma tutte queste questioni ovviamente sono collegate fra
di loro, è che credo sia venuto il momento – perdonatemi se uso ancora una
volta questa espressione: per me sempre sarebbe dovuto venire questo
momento, ma purtroppo non accade – di pensare forse ad accogliere
nuovamente nel corpo della vita sociale una parte della popolazione che
abbiamo deciso di escludere da essa: i bambini e gli adolescenti. Come
sapete, siamo una delle poche popolazioni, da quando esiste questo
pianeta, che ha deciso di mettere i bambini e i ragazzi fuori dalla sua
comunità. Li abbiamo internati dentro questi luoghi separati dalla vita
sociale, che sono le scuole e, di fatto, non viviamo mai insieme a loro. Gli
unici privilegiati che lo possono fare sono gli insegnanti e gli educatori.
Molto spesso neppure le famiglie condividono molto tempo con i loro figli,
perché ovviamente gli uni stanno al lavoro e gli altri stanno a scuola. Ora
credo, e ho cercato di esprimerlo in diverse pubblicazioni in questi ultimi
anni, che sia venuto il momento che la società riaccolga nel suo tessuto
vivente bambini e ragazzi, perché, ciascuno secondo le sue capacità,
all’interno di quel tessuto vivente impari, ovvero quello della realtà,
quello dei quartieri, del territorio. Molto dipende da noi, perché siamo noi
che abbiamo organizzato una società che non è in grado di ospitare
neppure il movimento autonomo dei bambini e dei ragazzi nel suo seno:
di questo dovremmo scandalizzarci! Dobbiamo ricostruire le condizioni
perché i bambini e i ragazzi tornino ad abitare il mondo. In primo luogo
perché ne hanno bisogno; hanno bisogno di essere liberati da questa
prigionia così duratura e così massiccia nella quale versano per lunghissimi
anni, per poter di nuovo vivere all’aria aperta, innanzitutto, e a contatto
con situazioni vere, reali, non situazioni artificiose come quelle che
costruisce la scuola su curricoli del tutto improbabili rispetto alle loro
aspettative e alle loro potenzialità. Hanno bisogno di partecipare alla vita,
di essere visti, di essere riconosciuti, di avere un loro punto di vista, di
poter sperimentare la realtà nelle sue infinite sfaccettature e a noi adulti
spetta il compito di organizzare la realtà in maniera tale che sia nelle
condizioni di poterli ospitare. Se qualcuno fosse interessato, ci sono le pubblicazioni e ci sono anch’io che
posso rispondere su tutti i dettagli di questa operazione che stiamo cercando
di attivare in alcune realtà, che peraltro è un’espansione di un’idea di
didattica attiva, di una didattica all’aria aperta, nella quale questa
costrizione concentrazionaria nei luoghi dell’educazione viene meno e dove
il luogo dell’esperienza è il mondo.
La scuola, anche se io preferirei chiamarla in un altro modo, il luogo dove
ci si ritrae dopo aver fatto esperienza per elaborare l’esperienza come
in una sorta di alambicco alchemico, diventa soltanto un aspetto
subalterno rispetto alla primarietà dell’esperienza vissuta nel mondo. Vi
assicuro che bambini e ragazzi sono capaci di vivere esperienze nel
mondo, ma anche di dare un contributo al mondo. Ci siamo espropriati
della possibilità di avere il loro contributo, il loro sguardo, i loro occhi, le loro
orecchie, la loro sensibilità. I ragazzi sono molto bravi a fare un’infinità di
cose e noi li abbiamo messi nelle condizioni di non poter dare questo
contributo fino a non si sa bene quale età, sperando poi che diventino
cittadini del mondo rimanendo per anni e anni in cattività. È una cosa
piuttosto bizzarra, non vi pare?

Per rifiutare l’ossessione della produzione
In conclusione, mi aspetterei, davvero con un grande desiderio e una grande
ansia, che chi si occupa di educazione, posto che abbia una vaga idea di che
cosa si tratti, si ponga queste domande, si ponga la domanda di chi sono i
bambini e i ragazzi, che tipo di soggetti sono e che cosa davvero noi che li
abbiamo messi al mondo dobbiamo corrispondere loro affinché diventino
cittadini del nostro mondo, di cui abbiamo tutte le responsabilità peraltro. In
secondo luogo, che cosa sia l’apprendimento, perché continuiamo a ruotare
intorno a questa questione dell’apprendimento e poi apprestiamo luoghi
totalmente inadatti a una qualsiasi esperienza di apprendimento: sono i più
inadatti assoluto. Meglio lasciarli liberi, piuttosto che chiuderli lì dentro,
perché almeno un’esperienza incidentale – come dicono autorevoli studiosi –
potrà forse creare le condizioni di un apprendimento un po’ più significativo
di quello che vivono in luoghi dove sono costretti a stare. In terzo luogo, la
necessità che hanno di vivere accanto a noi, non separati da noi, dentro la
società, non separati dalla società, all’aperto e non al chiuso, così come
noi abbiamo l’esigenza di averli con noi. Pensate a quanto perdiamo in
termini di bellezza, di spontaneità, di calore, di sguardo attento e ancora
non preso dall’ansia del produrre che solo bambini e ragazzi possono
avere e possono aiutarci a ritrovare, se solo li riammettessimo
all’interno delle nostre comunità.
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