Quale architettura per l’educazione diffusa?
Dopo sette anni dalla nascita dell’idea dell’educazione diffusa e della città educante con il manifesto pubblicato nel luglio del 2017 e dopo un lungo periodo di studi e ricerche sull’edilizia scolastica, sulla città e sulla possibilità di un radicale mutamento dei luoghi dell’apprendere e della cultura, propongo, come conclusione aperta, una sintesi dell’argomento anche per consolidare quella parte del progetto essenziale ma un po’ trascurata o sottovalutata sia dal mondo dell’architettura che da quello della pedagogia. Se si è ormai disquisito molto sul chi, come e perché dell’educazione diffusa, ancora poco lo si è fatto sul dove e quando. La sinergia tra attori dell’educazione e della città è indissolubile e ineluttabile e va provata sul campo. Dove si diffonde e si profonde l’educazione? Nella vita. E quali sono i luoghi collettivi della vita?

La marcia di avvicinamento all’idea concreta di una città educante ha preso le mosse nella nostra esperienza fin dagli anni ’70 quando riflettevamo sulla necessità di aprire i luoghi del sapere verso l’esterno, verso l’intorno urbano e territoriale. Molti esperimenti architettonici concreti ci hanno aiutato: progetti di scuole, di musei,di biblioteche, di teatri, di centri culturali, di quartieri, di parti intere di città. Ora è indispensabile integrare fattivamente ed in profondità le competenze di architetti, amministratori locali, pedagogisti, dirigenti scolastici, insegnanti, cittadini dei quartieri e dei territori. Non basta abbellire un reclusorio scolastico, riempirlo di vegetali, di arredi alla moda oppure aprirlo timidamente all’esterno, flessibilizzarne gli spazi. Per l’educazione diffusa l’insieme di piccoli accorgimenti palliativi ormai in campo da decenni non basta perché non agisce sulla città (intesa come insieme di luoghi e territori) per renderla educante. Superare l’edilizia scolastica è la parola d’ordine che ci guida proprio dagli anni ’70 e credo che la fase di gradualità non debba essere troppo lunga. Superare l’edilizia scolastica comporta inevitabilmente trasformazioni parallele anche nella città, nei suoi luoghi e nei suoi usi. Non è impossibile se in qualche rara virtuosa esperienza si trovano già utili spunti. Anche una scuola tradizionale si può ridurre a quello che noi chiamiamo portale o base, agendo sul tempo e sullo spazio contemporaneamente. Gli architetti e gli educatori dovrebbero esplorare i testi di Ebebezer Howard, Giancarlo De Carlo, Aldo Rossi, Colin Ward ed altri per imboccare la strada della individuazione di luoghi per l’educazione diffusa e integrare alle letture della “ sacra trimurti” dell’educazione diffusa anche quella sulla “città educante”oltre che partecipare alle iniziative di formazione ad hoc in cantiere. La teoria di saggi, testi e proposte sul tema ci ha condotto all’ultima trattazione, decisamente più operativa, dentro il volume di Paolo Mottana “Il Sistema dell’educazione diffusa” dove si precisa e concretizza l’idea più volte accennata negli scritti precedenti e si danno utili indicazioni ad uso di amministrazioni locali, associazioni, scuole, quartieri:
I luoghi e le architetture dell’educazione diffusa.
Da “Il Sistema dell’educazione diffusa” Dissensi Edizioni 2023
Il luogo di base
di Paolo Mottana
Si deve ripensare radicalmente sia l’ubicazione degli spazi educativi, sia la loro forma sia l’organizzazione dei gruppi di allievi e dei loro educatori.
Anzitutto occorre pensare a gruppi di massimo quindici allievi/e, non più di 15 allievi. che avranno un luogo (base, tana, covo, portale) ove ritrovarsi la cui struttura dovrà essere più simile a una casa che a un’aula.
La base dovrà essere dotata di una sala per riunioni, studio, convivialità, una seconda sala per gioco e riposo, bagno e cucina. Questo luogo sarà ristrutturato a propria immagine da ogni gruppo durante la propria permanenza (quinquennale o biennale) e poi rimesso a disposizione nelle condizioni iniziali per un nuovo gruppo.
Raccomandabile la presenza di dispositivi musicali, video, digitali e di un pavimento morbido per attività fisiche al coperto.
Dobbiamo immaginare un sistema di piccole sedi molto diverso dagli attuali edifici scolastici e che siano più simili a abitazioni, anche collocate all’interno di edifici normalmente abitati, sia per facilitare la maggiore integrazione con la popolazione sia per rendere il “luogo di base” uno spazio famigliare e destituito dello stile ascetico e disciplinare che finora ha sempre contraddistinto le scuole, fatta eccezione per qualche singola struttura che ha proceduto a significative innovazioni (soprattutto nelle scuole dell’infanzia e nella primaria).
Immaginiamo dunque un pulviscolo di luoghi, che a volte possono anche accorparsi, sfruttando strutture più ampie ma che possono e devono essere pensati anche individualmente e dunque con un’ampia differenziazione: villette, appartamenti condominiali, edifici rurali, loft e così via.
La struttura del luogo dovrà essere assolutamente non assimilabile a ciò che fino ad oggi è stato il contenitore della vita educativa e cioè la scuola con le sue aule, i suoi corridoi, le sue palestre, i suoi uffici. In casi eccezionali si potrà prevedere anche il riutilizzo di locali scolastici, purché non deprimenti o vetusti come la maggior parte e ristrutturatisecondo le linee enunciate, anche con l’eventuale riunione di più gruppi nello stesso edificio, cercando tuttavia di assicurare ad ogni gruppo gli elementi di base che abbiamo evidenziato. Come si può immaginare tutto ciò richiederà investimenti di base o grande collaborazione tra più soggetti. Tenendo conto che ogni gruppo resterà tendenzialmente per cinque anni nello stesso luogo, per un quinquennio a pieno ritmo occorreranno, poniamo per cinque gruppi che si susseguono nel tempo cinque luoghi e così via. Non ci si può nascondere la difficoltà e tuttavia occorrerà adoperarsi per garantire quanto più possibile questo fondamentale elemento di base. Naturalmente il recupero di edifici demaniali, di cascine o di altre strutture potrebbe essere una soluzione. Altrimenti, come detto, si potrebbe ristrutturare le scuole in condizioni accettabili facendo in modo che un’aula diventi un piccolo appartamento con gli elementi sopra citati, oppure accorpando due aule. Per l’arredamento, a parte gli elementi essenziali di tipo sanitario, la cucina, un frigorifero e un lavello, l’arredamento potrà essere curato dal gruppo nel tempo, con l’aiuto di tutti coloro che vorranno cooperare (genitori, parenti, educatori stessi, altri soggetti volonterosi).
Non si pretende che il mondo dell’educazione così com’è cambi dall’oggi al domani ma che alcune differenze fondamentali dalla vita scolastica siano assicurate. Ovviamente ogni soluzione dovrà essere presa in considerazione: per esempio anche che un genitore abbia la disponibilità di un appartamentoda concedere in uso per il periodo in cui i figli lo frequenteranno, ogni opportunità deve essere vagliata, naturalmente accompagnandosi a tutte le verifiche di sicurezza previste. Come detto, la base è solo un luogo di partenza, di rielaborazione e di rifugio quando il tempo non rende possibile stare all’aperto. Di tutto questo gli educatori devono tenere conto anche nella programmazione, restando però flessibili proprio perché la priorità data all’esterno a volte impatta contro condizioni imprevedibili. Si tenga comunque presente che il cosiddetto brutto tempo è un concetto molto elastico e che ci si può muovere tranquillamente anche sotto la pioggia o con la neve. Magari è meglio evitare di andare a fare yoga o danza tribale al parco sotto il temporale.
Su questo punto occorre essere chiari: i genitori devono firmare una liberatoria molto precisa e dettagliata intorno a rischi o comunque possibilità che i ragazzi o i bambini si muovano autonomamente o accompagnati, e sull’esenzione di responsabilità troppo stringenti per gli educatori. In mancanza di questo accordo preliminare l’educazione diffusa diventa impossibile. Ovviamente tutti i luoghi al chiuso ma anche all’aperto dovranno sempre essere selezionati dall’équipe con grande attenzione a elementi di sicurezza minima ma ovviamente con dei margini molto differenti da quelli oggi in adozione nelle nostre scuole. Non è possibile assicurare assoluta sicurezza se si va a fare un trekking né se si vuole progressivamente permettere i movimenti autonomi dei bambini o dei ragazzi. E’ chiaro che il movimento autonomo di essi può essere consentito solo in presenza di competenze relative allacircolazione stradale nel territorio adeguate. Non si manda nessuno allo sbaraglio. In tal senso, specie per i più piccoli l’accompagnamento dovrà essere per molto tempo la norma.
L’educazione diffusa rimette la vita reale al suo posto, non la sua miserabile contraffazione in nome di una prevenzione che fa comodo solo agli adulti. La vita va vissuta, non simulata.

La base,il portale,la casa,la città,il territorio.
Giuseppe Campagnoli
Per entrare più nel dettaglio delle possibili tipologie del cosiddetto portale, della base e delle loroconnessioni con il territorio delle esperienze è utile precisare che la connotazione architettonica della base non potrà essere a senso unico e non obbligatoriamente riprodurre il tipo edilizio “domestico” ma comunque, nel caso di una progettazione ex novo o di un riadattamento,rilevare una forte connotazione ergonomica e prossemica per caratterizzare spazi confortevoli e aggreganti, aperti e flessibili, multifunzionali e comunque dotati dei servizi che introducono ad esperienze d’uso che già di per sé costituiscono fattori di apprendimento. La base, o il portale che dir su voglia quindipotrebbe anche essere un unico spazio per diversi segmenti di età escluso quello della differenziazione. Dovrà essere articolato in diversi ambiti polifunzionali e anche flessibili con pochi spazi “tecnici” indispensabili: la cucina, i bagni e gli spazi comuni anche verticali e tantissimi corners attivi: musica ,palestrine ,mini laboratori mobili…
L’abaco possibile di forme per una base:
1. Una planimetria aperta che alterna spazi coperti a spazi liberi e pieni di verde che penetra per espansione da giardini campagne e orti mai più recintati, mai più separati
2. Una serie concatenata e flessibile di ambienti per riunioni, per laboratori, per multimedia, per riflettere da soli, in pochi o in tanti, per programmare,coordinare,pensare, litigare, scrivere, disegnare, dipingere, cantare.
3. Arredi utilizzabili alla bisogna, mobili, componibili e flessibili tali da consentire l’auto disegno e la mutazione degli spazi in tempo reale, anche inventati insieme con la guida di esperti esterni, genitori competenti etc….
La piazza, le vie e i cortili potrebbero costituire, oltre alla tipologia distributiva domestica, i riferimenti comuni che ispirano il disegno del nostro portale e ne fanno l’esatto contrario di una teoria di aule, corridoi, laboratori chiusi e ordinati. Anche nel caso della riorganizzazione di uno spazio scolastico convenzionale. La sensazione finale deve essere quella di un luogo che annuncia e prepara a percorrere e vivere una città e un territorio attraverso le loro parti e nel frattempo apprendere, ritenere, fare, condividere, dialogare, trasformare… Da qui emergerebbe anche una fisionomia nuova per la città e il territorio di cui le basi fungono da portali e che allora sarà in grado realmente di educare, tirando fuori, attraverso l’esperienza nei diversi luoghi non indifferenti ma protagonisti, da ognuno, che sia bambino, ragazzo o adulto, la propria memoria, i propri bisogni, le proprie curiosità. Solo un significativo abbecedario di forme familiari e storicamente consolidate ma non stereotipatecostituirà il repertorio formidabile di pezzi per la costruzione di questi nuovi spazi rispettosi della città o di un ambiente confortevole ed amico. Chi dovesse, scegliere, progettare, riprogettare le basi e gli interconnessi spazi dovrà farlo in modalità estremamente partecipata coinvolgendo tutti gli attori come protagonisti, da architetti volontari, a genitori esperti, laboratori disponibili e anche in modalità di recupero e ristrutturazione di spazi esistenti, abbandonati messi a disposizione dalla comunità. Dalla città stessa si potrebbero prendere spunti interessanti per la pianta, la distribuzione e la flessibilità, la bellezza architettonica che non guasta, la prossimità con la natura di eventuali giardini, parchi, campagne, fiumi; i materiali sostenibili e anche di riuso tecnologicamente avanzato con un occhio alla tradizione che ancora vale.
Assolutamente da abolire il concetto anche solo prossimo alle aule, alle aule speciali, ai laboratori separati, chiusi e collegati da corridoi veri o finti. La prima cosa da far, se si dovesse partire da un vecchio edificio scolastico o da un appartamento,ammesso che sia staticamente possibile, è ridurre le pareti e sostituirle con arredi mobili e flessibili in modo da eliminare contemporaneamente disimpegni e piazzole e configurare uno spazio aperto e articolato con angoli e quinte dove gruppi e gruppetti si radunano per programmare, discutere e fare il bilancio di attività svolte, seduti, appollaiati, in circolo, in piccole folle indistinte anche se autoordinate o radunate intorno a piani di lavoro mobili, piccoli teatri e soggiorni. Il ridisegno potrebbe essere fatto e realizzato anche scomponendo e ricomponendole forme da realizzare come flessibili e autogestibili.
Mi pare che, in genere, una configurazione centrale ma articolata e incline per forma alla scoperta,possa evitare rigide gerarchie di spazi per età e classi anche per favorire momenti di esperienza trasversale e mista. Spesso infatti anche la tipologia della casa come della scuola possono rappresentare reclusori e stereotipi di costrizione e dominio. Ecco perché le parti della base come le parti della città e del territorio non debbono essere definite e separate da funzioni immobili e perpetue. Le parti hanno una loro fisionomia importante, ricca di luoghi e spazi che dialogano, di connessioni che pulsano, di materia viva e inerte che si compensano e si integrano a vicenda. Sono i luoghi estesi della città educante che contengono i piccoli luoghi dove vagare, apprendere, fare, cercare ancora così come per le basi ed i portali. Le unepossono essere definite sono luoghi di partenza e ritorno, gli altri di ingresso o passaggio.
L’architettura di una città educante comprende infatti nel suo disegno complessivo anche le basi e le concepisce non come monumenti istituzionali ma come ambiti amicali e familiari nel senso ampio del termine che ricomprende tante aggregazioni sociali. Per disegnare una città educante cominciando da una sua piccola parte(la base, l’insula ,il quartiere )in un piccolo progetto sperimentale di educazione diffusa si individuerà una rete di posti adatti e compatibili con una mobilità leggera a partire da quel luogo che sappiamo fungere da luogo di raccolta e autorganizzazione delle attività, dei tempi, delle mete giornaliere, dei gruppi e delle loro guide.
Mettere in pratica seppure in via sperimentale principi di educazione diffusa comporta di certoanche una serie di interventi progressivi sulla città e sul territorio in termini di recupero, riuso, trasformazione anche in progettazione e costruzione collettiva e partecipata a partire in via provvisoria da case e casolari, da luoghi da recuperare, da vecchie «scuole» o da centri culturali da trasformare o riadattare con rigore di apertura. Il luogo non è e non può essere indifferente alle attività che vi si svolgono e secondo degli studi consolidati può arrivare ad incidere fino all’80% sul benessere e sui risultati di apprendimento
Sintesi dei suggerimenti utili per lo sviluppo del progetto di un insieme di luoghi legati al nuovo percorso educativo (dicasi “curricolo”)anche utilizzando e trasformando quelli esistenti.
□ Pensare all’inizio, ma non solo, di disegnare perfino un kit di strumenti per l’educazione diffusa da custodire nella “base” di partenza (un sedile, un piano portatile di lavoro, contenitori e borse leggeri e adatti a tutte le età) come la formidabile invenzione degli impressionisti che dagli atelier chiusi si diffondevano “en plein air” con in spalla il loro geniale trabiccolo mobile.
□ Aprire e unire le aule tradizionali ancora presentiin spazi aperti e contigui a cortili o corti aperti o trasparenti facendovi penetrare il verde in forma di orti, giardini, prati e cespugli. Con l’aiuto di genitori, artigiani, architetti-mentori volontari.
□ Cominciare ad eliminare le gerarchie di corridoi e disimpegni, di arredi emblematici come banchi, cattedre etc per ripensare e ricostruire ambiti non fatti per stare immobili ma per passare, partire, tornare, radunarsi in piccoli gruppi, concertare e preparare le attività da fare altrove, diffusamente.
□ Abbattere pareti e sostituirle con arredi mobili e postazioni di transito o breve raduno. Pensare spazi articolati con angoli e quinte mobili collegati a piccoli teatri, piani di lavoro aggregabili, piccoli soggiorni per discutere, organizzare, fare resoconti e bilanci delle differenti e diffuse attività. Una pianta ultraflessibile ed ultra mobile da costruire rapidamente di volta in volta.
□ Usare il colore, il verde, gli open spaces e gli interventi decorativi e mutanti di bambini e ragazzi guidati da artisti per accompagnare il passaggio dalla “scuola chiusa” o dall’appartamento, dal laboratorio e dal casale verso il portale, e la base. Molte suppellettili e sussidi fissi possono già da ora essere sostituiti da arredi flessibili anche inventati oppure dal virtuoso uso di un digitale autogestitoche limita gli armadi, le librerie e simili allo stretto necessario. Una base di nuova progettazione potrebbe costituire, a seconda dei casi, la sintesi in un unico spazio di almeno 5 o 6 vecchi reclusori scolastici, oppure un unico edificio scolastico trasformato radicalmente ovvero, forse meglio, una serie diepisodi destinati a piccoli gruppi (unità abitative, aule vaganti o simili) diffusi nel quartiere o nella città.
In una cittadina o in un quartiere se ne potrebbero realizzare o utilizzare diversi, collegati a tanti luoghi educanti, ribadendo il concetto della differenza architettonica e di ubicazione tra le basi o i portalidel percorso educativo della scoperta e della esplorazione, per forza più flessibili, polifunzionali e connessi, rispetto a quelli del percorso cosiddetto della differenziazione che è più legato ad itinerarivocazionali e avrebbe bisogno di luoghi diversamente pensati, forse più funzionali especialistici seppure ancora flessibili. Indispensabile comunque che il luogo di ritrovo sia ben caratterizzato e personalizzato esteticamente e funzionalmente dal gruppo o dai gruppi che lo abitano sia che si connoti per piccole o grandi dimensioni, sia che copra l’area di un isolato o di un quartiere come contesto di prime relazioni urbane.
Come già detto è essenziale che non faccia percepire come incombente, anche solo psicologicamente, una dimensione domestica così come, ovviamente scolastica ,entrambe simboli,storicamente consolidati, anche spaziali ed architettonici di poteri e controllori diversi. Lo spazio fisico in definitiva potrà essere quello di un appartamento o di un ambiente diverso, pubblico oppure privato, disponibile come di un edificio scolastico trasformato. Entrambi non mostreranno più la connotazione tipologica ed estetica che li farebbe troppo riconoscere come “casa”,”scuola” etc..”
Per concludere credo sia utile una fraseologia cronologica del viaggio dall’edilizia scolastica e dai manufatti monofunzionali verso una intera città e un territorio educanti.






1969 – È veramente necessario che nella società
contemporanea le attività educative siano organizzate in
una stabile e codificata istituzione?
– Le attività educative debbono per forza essere collocate
in edifici progettati e costruiti appositamente per quello
scopo?
– Esiste una diretta e reciproca relazione tra le attività
educative e la qualità degli edifici (o dei luoghi) dove si
svolgono?”
1973 “Una parte di città “universitaria”: “L’architettura è una elaborazione collettiva nella storia ed il luogo di tale elaborazione altro non è se non la città capace di formarsi e trasformarsi rileggendo continuamente sé stessa”
1977” Il problema pedagogico-didattico rientra nella concezione della scuola che si proietta verso l’esterno ad evitare anche che il tempo pieno finisca per aumentare la segregazione già in atto nella scuola rispetto alla collettività. Al processo educativo deve partecipare tutta la società nelle sue componenti ad estendere ed integrare l’attività propriamente didattica.. E’ il caso a questo punto di fare riferimento alle esperienze educative di Paulo Freire ed Ivan Illich che già hanno ribaltato il concetto di educazione e parlano di descolarizzazione anche ne l senso di rendere continuo l’apprendimento nello spazio sociale ed attraverso esso”
1997 ” Le scelte di progetto nascono da queste considerazioni sulla storia del quartiere, degli edifici, della scuola per generare una occasione di recupero dell’area in sintonia con altri interventi nella residenza, nelle botteghe, nell’area pubblica a ridosso del “Mengaroni”, il piazzale, le corti interne…” “…riconnettere le parti alla parte di città generando occasioni di vitalità tra contenuti residenziali, culturali e di servizio riconsiderando vuoti e pieni come se fossero tutti pieni”
2007. “ La città dice come e dove fare la scuola…il rapporto con la città, per l’edificio scolastico è anche una forma di estensione della sua operatività perché occorre considerare che la funzione dell’insegnamento ed il diritto all’apprendere si esplicano anche in altri luoghi che non debbono essere considerati occasionali. Essi sono parte integrante del momento pedagogico ed educativo superando così anche i luoghi comuni sociologici della scuola aperta con una idea più avanzata di total scuola o meglio global scuola dove l’edificio è solo il luogo di partenza e di ritorno, sinesi di tanti momenti educativi svolti in molti luoghi significativi della città e del territorio”. “La staticità della conoscenza costretta in un banco, in un corridoio, nelle aule o nelle sale di un museo non apre le menti e fornisce idee distorte della realtà che invece è sempre in movimento.”
2009.L’aula vagante. “Uno spazio aperto dentro e fuori non indifferente alla città in cui si muove ed alla vecchia scuola che gli fa da base. Ci si muove verso un futuro concetto di “scuola diffusa” (spread school) dalla città, alla campagna, al mare, al cielo…
2014 “Le scuole, come tutti i civici e sociali monumenti, a parte le banali considerazioni logistiche e di comfort non debbono essere periferizzate ma debbono essere integrate con le aree residenziali e con quelle culturali e dei servizi principali delle città. Per questo abbiamo parlato di “scuola diffusa” per definire la non obbligata collocazione dei luoghi di una scuola in un unico corpus architettonico e in un unico sito della città. “Alla fine della storia non sarà il caso di tornare alla scuola “diffusa” nella città e nel territorio come per i musei? Un sistema già felicemente in uso nell’antichità dove la “schola” era una teoria di luoghi significativi e legati alle diverse attività di apprendimento: la scienza, le lettere, l’arte…
2015. “La città e tutti i suoi luoghi si svegliano all’alba. Ogni spazio è pronto a far apprendere e in ogni angolo ci sono maestri e allievi in simultanea (la scuola e la bottega) e in differita (la storia e la cultura). Attraverso la “porta” dell’edificio comune che non ha aule nè luoghi chiusi per studiare ma solo un auditorium, una biblioteca,i servizi, arrivano e partono gruppi di bimbi da diverse direzioni accompagnati e non. Sanno dove andare. Il piccolo bus elettrico lascia un gruppetto al museo dove trascorrerà la giornata a visitare, a parlare di storia ad imparare facendo nei laboratori annessi. Un altro gruppetto, a piedi, con i suoi maestri raggiunge la mediateca per effettuare ricerche di matematica, storia, scienze sui libri, sulle riviste, in rete. Lo stesso tragitto è già scuola e se ne parla con i maestri. Ogni ambito li accoglie con uno spazio collettivo dove c’è l’occorrente per sedere, condividere, leggere, scrivere, lavorare. La mobilità è la chiave di questo modo nuovo di concepire la scuola e i suoi luoghi. Ci si muove a piedi, in bicicletta, con bus elettrici, con la metro. Ci si muove verso le aule reali sparse[…]”
2017. “Perché non raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura? Come quando, un tempo, forse più di oggi, le vere aule erano il campo, il ruscello, il cortile, la strada, la piazzetta e i nostri mèntori erano tanti altri maestri oltre a quello ufficiale, formale, non scelto. Realisticamente l’edificio scolastico attuale potrebbe divenire la porta di accesso a tanti e diversi luoghi dove apprendere per ogni cittadino in fase di educazione formale o informale che sia. Ogni città potrebbe avere un “monumento” che conduce a diversi spazi culturali del territorio urbano, rurale, montano, marino, reale o virtuale, in un sistema complesso dove si applichi il motto mai superato “non scholae sed vitae discimus” . Sgombriamo il campo dall’equivoco secondo cui esistono solo spazi specializzati e funzionalmente dedicati all’apprendimento e alla cultura anche istituzionali. Ecco allora la “scuola diffusa”, intendendo per “scuola” il tempo dedicato alla scoperta, alla ricerca, al gioco, al tempo libero, alla crescita.”
2020. “Trasformare in modo leggero e senza sprechi alcuni edifici scolastici esistenti adatti allo scopo in strutture di base polivalenti e flessibili (i portali) e collegarli con luoghi e spazi della città in qualche modo predisposti, che possano diventare occasioni di educazione diffusa. Disegnare in maniera partecipata e realizzare un reticolo di portali e luoghi della città, trasformando manufatti, oggetti, edifici, botteghe, rendendoli pronti a ospitare le attività e i momenti di educazione diffusa. Il sistema si può articolare nelle varie parti di città adottando come polo una base ottenuta dal recupero o trasformazione di una biblioteca, un centro culturale, un museo, un teatro polivalente e perfino, come vedremo, una vecchia scuola. Questa trasformazione può essere anche fatta direttamente, partecipando, spostando, costruendo, aprendo, tutti insieme appassionatamente.
Scrivere e realizzare ex novo un articolato ma non rigido sistema, da replicare in varie parti di città, composto da un portale e una rete di luoghi e di aule vaganti, a esso collegati e disegnati seguendo le indicazioni dei cittadini, dei mentori, della gente di scuola e di quartiere. Anche con un reticolo di fili guidanti diffusi, come vedremo.” Come si vede dalle frasi significative scelte è ben chiaro il cammino e il punto di arrivo che consiste nel rifiuto di concepire lo spazio per l’educazione come un manufatto collettivo dedicato, chiuso, delimitato, controllato: un edificio tipologicamente definito anche oggi alla stregua di un carcere, un ospedale, un collegio, una caserma…
L’ autonomia dell’architettura di Aldo Rossi e di conseguenza la sua città analoga, al di là dei fraintendimenti di molti suoi contemporanei e dei critici postumi, era a mio avviso un rimando alla costruzione collettiva della città, delle sue parti e dei suoi manufatti lontana dal funzionalismo e dal tecnicismo, con il linguaggio comune e quasi innato degli archetipi che la storia trasmette nel tempo. La storia stessa della città innesca una partecipazione non individuale ma corale e collettiva, di memoria e non di banale intervento diretto, con un mediatore colto, un mentore esperto che è la figura dell’architetto decisamente diversa da quella che, in fondo, con modi diversi aborriscono anche De Carlo e Ward. Non ho trovato contraddizioni leggendo Rossi, De Carlo e Ward. La mia mente e la mia esperienza hanno individuato le forti connotazioni comuni seppure espresse in termini e modalità comunicative a volte estremamente diverse. Le architetture di Rossi (che sono da considerare dei manifesti e non degli oggetti compiuti,) sono da interpretare come delle poesie tese a suggerire la costruzione di una architettura leggendo la città e le sue esplicite indicazioni che si concretizzano in una lingua disegni, di forme e di situazioni moderne ma dialogiche con un passato virtuoso) e quelle di De Carlo (che sono prodotti di una partecipazione virtuosa ma un po’ demagogica e che lascia comunque più spazio al progettista intellettuale di quanto si creda sottovalutando la partecipazione “collettiva” attraverso la storia e la memoria che non è intervento di singoli o di gruppi ma dell’intera città e dei suoi luoghi) non sono poi così distanti e fanno parte di vie parallele verso un traguardo molto affine. Entrambi hanno progettato edifici scolastici e culturali. I tempi non erano proprio maturi. Credo che avessero in mente già una intera città educante.

Per chiudere, un brano dell’unico (l’unico!!!!!) articolo che fa riferimento anche all’educazione diffusa apparso in una rivista di architettura e urbanistica. Forse come diceva qualcuno è che “il coraggio uno non se lo può dare?”
Ianira Vassallo e Federica Doglio dal n. 8/2021 della rivista Ardeth del Politecnico di Torino:
“All’interno di questo fitto susseguirsi di contributi di vario tipo che Giancarlo De Carlo ha costruito intorno al dibattito sulla scuola, un riferimento ineludibile è sicuramente il pensiero di Colin Ward, architetto e autore britannico di inclinazione anarchica, capace di costruire con azioni collettive e diffuse una rete di persone, pensieri, spazi e pedagogie, con la città al centro di un processo di apprendimento continuo, sempre in una direzione di deschooling. L’azione collettiva, la rivolta,riportano l’educazione per le strade, nella città, mostrando come l’apprendimento, l’esperienza pedagogica siano necessariamente un’azione diffusa, non ascrivibile ad una struttura fisica destinata in modo esclusiva. La scuola non è un isola, direbbe De Carlo. Cosa quindi accomuna esperienza così lontane nel tempo e nello spazio? Quello che si vuole mettere in luce con questi esempi è il ruolo che gli architetti e i progetti citati hanno rivestito nel costruire un dibattito critico sul ruolo dello spazio scolastico nella città. Ripartire dalla scuola non significa quindi progettare e costruire edifici adeguati alle esigenze contemporanee ma, piuttosto, pensare allo spazio della città come contesto educativo allargato di una comunità ampia. Si tratta quindi di superare l’idea di school building per sposare l’immagine di una città educante (Mottana, Campagnoli, 2017)”



































