L’educazione diffusa?

Recensioni

Il terzo volume che tratta in maniera articolata e concreta dell’idea dell’educazione diffusa scritto da Paolo Mottana per Dissensi Edizioni e pubblicato nel marzo del 2023 ha potuto giovarsi delle ospitalità per le presentazioni di alcune biblioteche e librerie in poche città italiane pur essendo la declinazione di un vero e proprio sistema educativo alternativo che senza eccessiva difficoltà magari con una operazione di scuci e cuci potrebbe sperimentarsi efficacemente nella scuola pubblica ormai preda di un revanscismo neogentiliano palese e pericolosamente peggiorato da risvolti di echi bottaiani che vanno dall’orientamento professionale, alle divisioni classiste di fatto dei percorsi, alla selezione meritocratica fino all’introduzione subdola o palese di insegnamenti della cultura militare e di quella identitaria.

L’idea di superare ed oltrepassare il consueto paradigma scolastico costruito anche attraverso le successive riforme inutili e dannose, che poco hanno cambiato il sistema di base, non ha mai avuto credito in un panorama fatto di commistioni di conservatorismo e pretestuose ma limitate ed effimere innovazioni in un corpus sostanzialmente mai mutato. Il libro di cui scriviamo in questo articolo non risulta abbia goduto di recensioni pubblicate “in patria”, neppure en passant su qualche rivista generica, figuriamoci nelle riviste accademiche o di settore. Poco interesse anche da parte di chi evocava scritti più concreti e operativi rispetto alla teoria del Manifesto dell’educazione diffusa che, a dire il vero, aveva avuto anche le sue “Istruzioni per l’uso” (Educazione diffusa. Istruzioni per l’uso, Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli Terra Nuova Edizioni Firenze 2020). Solo una rivista accademica d’oltralpe, che aveva pubblicato un primo saggio sull’educazione diffusa nel 2021, ha ospitato una “Chronique Morale” intitolata “Un système pour l’éducation diffuse” pubblicato in gennaio 2026 nel n°67 de le Télémaque edito dalle Presse Universitaries de Caen. Il testo integra una recensione del volume con riferimenti al “curricolo” prospettato, alle sue articolazioni ed alle modalità di realizzazione anche in via transitoria per successive integrazioni e sostituzioni rispetto al rigido percorso attuale ed alle cosiddette “Indicazioni Nazionali” che sono già sulla strada di obblighi e indirizzi prescritti sempre più cogenti. Nell’articolo in questione sono contenuti in sequenza i diversi aspetti di “una rivoluzione in educazione per la scuola pubblica tra teorie, strumenti ed esperienze”. I riferimenti pedagogici e le affinità elettive sono nell’esordio dello scritto per arrivare alla descrizione sintetica della “Tipologia e delle finalità” dell’intero libro fino a trattare in termini di recensione i vari risvolti che traspaiono dalla trattazione della nuova idea di sistema attraverso delle consunte parole e frasi chiave : La dispersione scolastica, la classificazione e la valutazione, il rapporto scuola- lavoro, la disciplina e le discipline, la “scuola, l’aula, il corridoio”, la programmazione, la scuola di cosa?

Segue una descrizione del percorso e delle sue fasi, un cenno alla necessaria lunga fase transitoria e riferimenti alla controeducazione, alla descolarizzazione, all’ultraarchitettura in una città educante verso un sistema educativo esperienziale, sciolto, aperto e diffuso per un’intera società educante. Alcuni cenni alle rare ma buone prove sul campo in atto, in progetto o in mente dei, concludono lo scritto insieme ad un appello ad agire e cambiare i comportamenti individuali e sociali attraverso: La rottura dell’isolamento scolare, L’apprendimento come esperienza continua, Lo sviluppo di competenze trasversali, La risposta alle diversità, Le sfide pratiche per un’idea di autovalutazione continua, L’impatto sul benessere e sulla motivazione, L’educazione al senso di comunità, collettività e cittadinanza.

Concludiamo per pura curiosità con una definizione “enciclopedica” emblematica tratta dal web dell’IA e del Text Mining:

Educazione diffusa – definizione

L’educazione diffusa è un paradigma pedagogico che concepisce i processi educativi come distribuiti nello spazio sociale, non circoscritti alle istituzioni scolastiche e formative, ma radicati nell’insieme dei contesti di vita individuali e collettivi. Essa riconosce che l’apprendimento si realizza attraverso interazioni formali, non formali e informali, lungo l’intero arco dell’esistenza.

In questa prospettiva, il territorio, le comunità locali, le pratiche culturali, le reti sociali e i media diventano dispositivi educativi capaci di produrre conoscenze, competenze e forme di soggettivazione. L’educazione diffusa si fonda su una visione ecologica e sistemica dell’educazione, in cui scuola, istituzioni culturali, società civile e cittadini concorrono alla co-costruzione dei saperi.

Elementi teorici qualificanti

  • Decentramento dell’azione educativa rispetto alla scuola come unico luogo legittimo di apprendimento.
  • Continuità educativa lungo tutto l’arco della vita (lifelong learning).
  • Dimensione comunitaria e territoriale dei processi formativi.
  • Valorizzazione dell’apprendimento informale e delle pratiche sociali.
  • Responsabilità educativa condivisa tra istituzioni e società.

Sintesi concettuale

L’educazione diffusa configura l’educazione come bene comune e processo sociale, orientato non solo alle conoscenze, ma alla formazione critica dei soggetti e alla partecipazione democratica.

Non è un’idea astratta, ma una pratica che scardina la logica del controllo, delle gerarchie, della standardizzazione, della burocrazia, delle classificazioni meritocratiche che governano la scuola tradizionale. Un sistema che fa apprendere davvero attraverso la vita reale, libero e autonomo, toglie potere a ministeri, istituzioni e corporazioni che lucrano sulla formazione. È più comodo bollare tutto come “utopia” piuttosto che ammettere che il modello attuale è obsoleto, inefficace e ingiusto. Per questo l’educazione diffusa viene ostentatamente ignorata: non perché non funzioni, ma perché rischia di funzionare troppo bene.

E sarebbe l’unico modo per costruire un’educazione libera ed autonoma che supererebbe virtuosamente le artificiose divisioni tra istruzione, formazione, educazione formale, informale, non formale.

“Con l’educazione diffusa ognuno viene riconosciuto come persona umana nelle sue caratteristiche costitutive di unicità, irripetibilità, inesauribilità e reciprocità. L’educazione non deve fabbricare individui conformisti, ma risvegliare persone capaci di vivere ed impegnarsi:deve essere totale non totalitaria, vincendo una falsa idea di neutralità scolastica, indifferenza educativa, e disimpegno.L’educazione diffusa promuove l’apprendistato della libertà contro ogni monopolio (statale, scolastico, familiare, religioso, aziendale).” Da Il Manifesto dell’Educazione Diffusa. Roma 2018.

Molto probabilmente la rivista italiana Pedagogika, come fece per il precedente saggio potrebbe ospitare prossimamente una versione italiana della recensione.

Solo l’educazione diffusa ci salverà da questa scuola in mano alla reazione.

Ora i piagnistei e le indignazioni ipocrite per le nuove « indicazioni nazionali » del ministero. Ora i tentativi penosi e grotteschi di salvare l’insalvabile dei nuovi qualunquisti obbedienti.

Cosa vi aspettavate cari pedagoghi, bricolagisti “sto coi frati e zappo l’orto”, cari pseudoinnovatori e carissimi falsi rivoluzionari dell’educazione? Dentro questa misera scuola che sopravvive da oltre un secolo tutto è possibile. La nostra strada per fortuna è un’altra. Decisamente e ostinatamente opposta a tutti i dogmi e le giaculatorie neogentiliane e neobottaiane come a quelle massimaliste, benemerite e paraprogressiste. L’abbiamo presa la nostra strada che sarà dura e lunga, da carbonari educativi, irta di ostacoli e pregiudizi anche dalla finta sinistra come minimo masochista. Osserviamo però che tra chi ci segue e in quelle poche prove sul campo emergono segni confortanti per infiltrare utili semi di mutazione radicale.

Sicuramente torneranno come sempre a giro e rigiro i soliti nomi pontificanti su palchi, tribune, palinsesti, libri, riviste, simposi liberal-bobos. Torneranno a dire e ridire su una scuola solo da cambiare magari con trovate originali e rimandi pretestuosi a veri rivoluzionari pedagogici del passato strumentalizzati e distorti. Propaganderanno un’idea di scuola da modernizzare ma non da oltrepassare e abolire come sarebbe da fare. Saremo di nuovo difronte ad una sorta di liberalesimo educativo con qualche timida progressione verso digeribili cambiamenti, con estremo juicio per non offendere stato e mercato contrabbandando una finta resistenza alla reazione. In questa intellighentia oggi più che mai sbracciante ci sono molti fautori di un’ idea di educazione decisamente conservatrice utile sponda a quella brutale e grottesca imposta dall’attuale apparato ministeriale.
L’interesse, che pure c’è, verso l’educazione diffusa è comunque un buon segno contrario a queste brutte tendenze. I segnali non erano già da prima affatto confortanti. La scuola pubblica ora è in mano alla reazione di estrema destra che oltre a mettere paletti antidemocratici su diritti e libertà di insegnamento, tenta anche di precludere l’autonomia e la libertà di sperimentare in campo educativo e rafforzare i legami con la vita , i territori e la politica che è anch’essa un diritto in educazione. In tempo reale giunge la notizia terrifica dell’istituzione del Ministero dell’Istruzione e del Merito: addestrare e classificare, dividere per censo, fortuna e dispari opportunità. Punire e reprimere. Il timore si fa grottesca e pericolosa realtà anche per quel che riguarda i contenuti delle imminenti imposte indicazioni nazionali sovraniste, nazionaliste, bigotte e grottescamente reazionarie. Le indicazioni del gruppo di “esperti” che comprende il talebano Ernesto Galli della Loggia, campione di una nota orribile ideologia scolastica si muovono tra la Bibbia (si spera nelle discipline mitologiche)Pascoli, improbabili radici occidentali, grottesche saghe nordiche e difesa dei confini italici! Neppure Moratti e Gelmini con Bertagna furono capaci di tanta oscenità.

Le nostalgie subliminali del Ministero dell’Istruzione e della Miseria

Cosa potremmo fare allora noi dell’educazione diffusa e della città educante ora che abbiamo uno strumento associativo per contrastare nel nostro piccolo questa terribile deriva educativa? Un’idea, che solo a prima vista parrebbe un po’ utopistica, potrebbe essere quella di costruire percorsi autonomi, dal basso (un esempio sarebbe quello dell’Officina del fare e del sapere di Gubbio) in forma di vera cooperazione.

Una società educante

Tutto ciò che si prefigura nel progetto di educazione diffusa, nell’ipotesi di una ulteriore involuzione drammatica (il peggio non è mai morto!) del pubblico, si realizzerebbe allora, da una parte, nella società senza alcuna implicazione statale ma con una forte connotazione collettiva e partecipativa. Niente di privato ma un pubblico autogestito. I costi in una accezione di mutuo soccorso non sarebbero poi tanto superiori a quelli che ahinoi le famiglie comunque sopportano nella scuola pubblica (trasporti, contributi, libri e sussidi, attrezzature…) mentre una rete di luoghi scelti ad hoc, insieme a tempi e modi radicalmente diversi, potrebbe anche distribuire e ridurre i costi che oggi gravano sull’edilizia scolastica.

Occorre solo ridefinire e contestualizzare l’idea di educazione diffusa in questa eventualità concentrandola nel segmento di età tra i 3 e i 14 anni applicando il Sistema dell’educazione diffusa (Paolo Mottana, Edizioni Dissensi) Insegnanti, mentori, esperti e risorse materiali sarebbero ben assorbibili in un’ampia accezione cooperativa.

Parallelamente, dall’altra parte, continuerebbe la formazione destinata a docenti della scuola pubblica, associazioni, amministratori locali, comitati di quartiere… per un’azione di virtuosa infiltrazione tesa anche a realizzare ove possibile esperimenti estemporanei o sperimentazioni formali negli ambiti educativi pubblici che verrebbero comunque tentati grazie a famiglie, dirigenti e docenti illuminati, amministrazioni locali disponibili e associazioni interessate.

Praticando infatti gli spazi ancora liberi dell’autonomia scolastica con l’organico funzionale, le reti tra scuole e soggetti del territorio, la flessibilità di orari calendari, le compresenze, le flessibilità delle indicazioni nazionali, i patti di corresponsabilità (la Scuola Elica Interetnica di Cagliari è un esempio) e i protocolli d’intesa, si possono moltiplicare le sperimentazioni educative e didattiche e anche, seppure più difficili e ostacolate, di ordinamento, per una sorta di riempimento dall’interno, come nel già citato “scuci e cuci” , dei principi del sistema dell’educazione diffusa da non imporre dall’alto ma da condividere in una costruzione collettiva e partecipata. L’educazione diffusa cooperativa sarebbe, d’altro canto, nei casi di impossibilità ad operare nell’ambito pubblico, il rimedio ad una eventuale preclusione o boicottaggio di fatto a qualsiasi radicale innovazione invece quanto mai urgente. È la storia ironica e didascalica della Commedia della città educante che potrebbe farsi realtà unendo, integrando e coordinando per affinità anche tutte quelle esperienze impegnate nella stessa direzione oggi separate, autoreferenziali e sparpagliate anche idealmente. In tempi migliori si potrà pensare di far rientrare nel pubblico statale anche il percorso autonomo sperimentalmente collaudato e provato sul campo in una rete di cooperative impegnate in questa sottile rivoluzione in campo educativo. Una strada lunga ma forse, anche se si sperava di no, obbligata. L’Associazione sarà il viatico fondamentale e oggi insostituibile con i nostri rari e spurii compagni di viaggio e sponsors sociali e politici. In uscita la seconda puntata di un saggio sulla rivista accademica francese Le Télémaque. Qui il primo articolo: https://shs.cairn.info/article/TELE_060_0161

L’infanzia a Cattolica. L’educazione diffusa c’è!

“Con l’educazione diffusa ognuno viene riconosciuto come persona umana nelle sue caratteristiche costitutive di unicità, irripetibilità, inesauribilità e reciprocità. L’educazione non deve fabbricare individui conformisti, ma risvegliare persone capaci di vivere ed impegnarsi: deve essere totale non totalitaria, vincendo una falsa idea di neutralità scolastica, indifferenza educativa, e disimpegno. L’educazione diffusa promuove l’apprendistato della libertà contro ogni monopolio (statale, scolastico, familiare, religioso, aziendale).

Dal Manifesto dell’educazione diffusa” AAVV Roma 2018

L’IDEA E LA PRATICA DELL’EDUCAZIONE DIFFUSA IN UNA CITTÀ EDUCANTE

Il Manifesto dell’educazione diffusa pubblicato nel 2018 con numerosissime adesioni attive di personalità del mondo pedagogico e della ricerca, di maestri, insegnanti associazioni, insieme al contemporaneo volume di presentazione dell’idea dell’educazione diffusa “La città educante: Manifesto dell’educazione diffusa”, si concretizzano, dopo un lungo periodo di seminari, interventi, esperimenti e prove sul campo, nella proposta di una vero e proprio neoparadigma educativo, contenuta nel testo Il Sistema dell’educazione diffusa del Prof. Paolo Mottana. Il significato di Città educante fa parte del corpus della proposta come insieme di luoghi, architetture ed occasioni di educazione incidentale ed esperienziale e teatro delle prime sperimentazioni già messe in campo in vista di graduali ma radicali cambiamenti in campo educativo. L’idea dell’educazione diffusa trae origine dal concetto di controeducazione che, interpolata con l’esigenza di non lasciare tutto al caso, si traduce nell’ educazione “guidata” da mentori e maestri, soprattutto in una istituzione pubblica autonoma e libera.La sottile rivoluzione contempla la destrutturazione, avviata nella fase transitoria, utilizzando gli spazi dell’autonomia scolastica, del sistema di istruzione verso un’alternativa educativa che propone aree di esperienza, diversi luoghi per esplorare ed apprendere vivendo, nella città e nel territorio, tanti insegnanti ed esperti e il superamento delle materie, dei voti, dei compiti, degli esami, delle “didattiche”, della misurazione, classificazione e selezione così come la conosciamo. La controeducazione quindi è la linea guida del progetto insieme all’ultra architettura che costituisce un insieme di interventi collettivi nel territorio, di recupero di centri storici e periferie, di valorizzazione dell’esistente per attribuire un’accezione educante a città e territori.

Le esperienze in atto dimostrano che è possibile costruire un’idea attiva di educazione diffusa in un territorio educante che valorizzi il pensiero critico e i saperi non dedotti e non meramente “solfeggiati” ma indotti e resi solidi dalle molteplici esperienze. Le cosiddette aree esperienziali hanno, per iniziare, come percorso fondamentale, appositamente rivisitato, quello tra l’attuale scuola dell’infanzia, la primaria e la secondaria di primo grado in cui l’esperienza coniugata con la conoscenza diventa prevalente rispetto all’attuale dominante acquisizione di contenuti teorici in un luogo unico ed ex cathedra. Vi sono diverse esperienze in atto ed in progetto nella scuola pubblica e non solo di cui si racconta la storia.

In estrema sintesi ,per avviarsi subito sulla strada dell’educazione diffusa senza coinvolgimenti ministeriali e nell’ambito dell’autonomia scolastica occorrono come minimo:

-Una istituzione scolastica e un’amministrazione oppure, meglio, una rete di soggetti del territorio: scuole, amministrazioni locali, teatri, associazioni botteghe

-Un patto di corresponsabilità tra famiglie, territorio e istituzioni scolastiche

-Un progetto di ridefinizione del percorso scolastico, come indicato nel saggio di Paolo Mottana Il Sistema dell’educazione diffusa di un gruppo, di una classe, un insieme di classi in termini di flessibilità di tempi e orari, di declinazione degli apprendimenti in aree esperienziali, di modalità di valutazione etc..

-La disponibilità di luoghi, attività, centri culturali, biblioteche, laboratori artistici, botteghe, piccole aziende, campagne..

-La ridefinizione in via transitoria di spazi di edilizia scolastica in ambiti flessibili e multifunzione più in accezione di base e portale di partenza e arrivo che di luogo di stazionamento fisso. Nei casi più fortunati individuazione o progettazione e realizzazione di piccoli manufatti, spazi e ambienti nei quartieri e nella città in generale da destinare ai piccoli gruppi di bambini e ragazzi che si dedicano all’educazione diffusa guidati dalle loro guide ed esperti

È più facile d quanto sembri e in virtù delle prime prove sul campo estremamente efficace.

Intelligenze o intelligenza?

Educazione: smettiamola di parlare di intelligenze multiple.

Popolare tra gli insegnanti, questa “teoria” non ha validità scientifica e le sue applicazioni pedagogiche non hanno dato prova di sé.

Di Franck Ramus

28/09/2024 L’Éxpress

Nessun approccio di categorizzazione degli studenti in “tipi di intelligenza” o “stili di apprendimento”, né alcuna altra applicazione educativa delle intelligenze multiple ha mai dimostrato la sua validità o efficacia.

La teoria delle intelligenze multiple è tra i miti più popolari e resistenti alla confutazione. Sebbene figuri in buona posizione nella lista delle “leggende pedagogiche” compilata dal filosofo Normand Baillargeon, così come nella serie dei “neuromiti” contati dalla fondazione La Main non finisce mai di essere invocata e di tornare, soprattutto nel mondo dell’istruzione e anche di certo mondo accademico.

Questa teoria è stata inventata dal professore di psicologia Howard Gardner nel 1983 e poi sviluppata in diversi libri successivi. Postulava che esistessero sette forme distinte di intelligenza: logico-matematica, linguistica, musicale, spaziale, corporale-cinestetica, interpersonale e intrapersonnel. Immaginava inoltre che queste intelligenze fossero “largamente indipendenti” le une dalle altre e mirava ad opporsi alla teoria dominante dell'”intelligenza generale”, definita come la parte comune a tutte le capacità cognitive. Ha anche cercato di denunciare i test d’intelligenza come troppo restrittivi.

Un abuso di linguaggio

È vero che i test d’intelligenza usuali non sondano tutte le abilità umane, trascurando per esempio di misurare le competenze sociali o artistiche. Purtroppo, Gardner non ha mai colmato questa lacuna proponendo test che permettessero di misurare queste diverse intelligenze. Non solo non ha migliorato la misura dell’intelligenza, ma non ha nemmeno fornito alcun modo per testare empiricamente la sua teoria. Altri ricercatori hanno fatto lo stesso, e hanno scoperto che le prestazioni nei vari campi distinti da Gardner erano tutte correlate, in conformità con la teoria dell’intelligenza generale.

È certo indiscutibile che l’essere umano possiede molteplici funzioni cognitive, e può dispiegare i suoi talenti in molti campi. Chiamare ogni capacità “un’intelligenza” non porta nulla, se non confusione sulla nozione di intelligenza. Ci si può d’altronde chiedere perché fermarsi a sette, e non nominare “intelligenze” le decine di funzioni cognitive conosciute? In effetti, lo stesso Gardner si è lasciato andare fino a dieci, e altri ne hanno proposti molti di più, senza che mai un principio chiaro distinguesse le funzioni cognitive che avrebbero diritto al titolo d’intelligenza da quelle che dovrebbero rimanere semplici capacità.

Quindi, non si tratta tanto di una teoria scientifica quanto di un abuso del linguaggio che consiste nel nominare “intelligenze” quelle capacità cognitive già conosciute. Questa “teoria” non spiega niente di più che la teoria dell’intelligenza generale, e non predice nessun fatto nuovo. Per queste ragioni, comincia a non godere più di alcun credito nella ricerca in psicologia.

Diversi profili cognitivi

Ha invece avuto più successo con il grande pubblico, che forse apprezza l’idea leggermente demagogica secondo cui “ognuno è intelligente a modo suo”. Agli insegnanti, può suggerire che è importante identificare in ogni bambino “il suo tipo di intelligenza” per rafforzarlo meglio. Non sarebbe invece necessario sviluppare le intelligenze nelle quali è più debole?

Nel complesso, nessun approccio di categorizzazione degli studenti in “tipi di intelligenza” o “stili di apprendimento”, né altre applicazioni educative delle intelligenze multiple ha mai dimostrato la sua validità o efficacia. Howard Gardner stesso ha finito per prendere le distanze dalla maggior parte di loro.

Secondo me, ciò che gli insegnanti possono imparare da questo è piuttosto che i profili cognitivi dei loro studenti sono diversi. Per coloro che hanno difficoltà con il linguaggio e la matematica, che sono le abilità più richieste a scuola, può essere utile individuare e valorizzare le loro altre competenze. Questo eviterebbe che questi studenti (specialmente quelli con un disturbo dell’apprendimento) si sentano stupidi, incompetenti, scartati e cadano nella profezia autorealizzatrice del fallimento. (Il fallimento, non sempre e non proprio un male e comunque appartenente in pieno ad una specie di teoria della relatività) Molti insegnanti sono già attenti. Per questo, non c’è bisogno di rivendicare una teoria scientifica screditata, né di commettere l’abuso del linguaggio nel chiamare ogni capacità un’intelligenza.”

Se poi leggeste e studiaste dell’educazione diffusa avreste tutt’altra opposta concezione di intelligenza, apprendimento, capacità, esperienza.

LE NUOVE DATE DEL SEMINARIO DI RIMINI A SUO TEMPO RINVIATO A CAUSA DELL’EMERGENZA METEO

D(o)uce France ha

Noi non lo facemmo, loro lo stanno progettando. Ciò che sta accadendo in Italia dove i ministeri del Minculpop e del Merito stanno peggiorando, palesemente o subdolamente il quadro di una “scuola” già di per sé opprimente, classista, classificatoria e nella migliore delle ipotesi falsamente innovativa e “bricolagista” in Francia i nostri cugini stanno mettendo in campo una specie di piano in extremis in vista dell’arrivo dei postfascisti dell’esagono. Se avessero la nostra educazione diffusa, che pure hanno timidamente apprezzato in una delle loro riviste educative più note, avrebbero in mano uno strumento eccezionale di rivoluzione anche sottile ed efficace dall’interno.Un antidoto alle “scuole” tutte, liberiste, liberali e anche post fasciste. Un antidoto alla “scuola” tout court.

Qui i brani significativi di un articolo di oggi tradotto e adattato da Libération scritto da Cécile Bourgneuf

Éducation: Les cadres étudient les moyens derésister

Istruzione:  i dirigenti studiano i modi per resistere

Alti funzionari, presidi, ispettori… Anticipando un arrivo della destra estrema e del suo programma reazionario, l’amministrazione scolastica affronta il classico dilemma tra l’abbandono o la resistenza dall’interno. Fin d’ora si stanno creando legami tra coloro che intendono tenere duro.

Divise

Dobbiamo restare o andare? Lottare dall’interno o esprimere il proprio disaccordo dimettendosi? Questo dilemma, che sembra per molti irrisolvibile, agita buona parte dei dirigenti dell’istruzione nazionale francese in caso di vittoria dell’estrema destra alle elezioni anticipate, seguita dall’arrivo di un ministro Rassemblement national. Tutti pensano alle dimissioni ma con l’inconveniente di fare da soli  la pulizia che sogna la destra estrema.. Si dovrebbero lasciare gli insegnanti e i capi di istituto soli sul campo, cosa che può essere vista come una prova di coraggio o, al contrario, come un grande tradimento, operare sotto il controllo del ministro di destra per accompagnare le nuove politiche pubbliche? Se si resta, la gente dirà “ah, sono venduti, sono pronti a fare voltagabbana per soldi”».Un alto funzionario cambia idea «dodici volte al giorno» su cosa farà se la RN vince. «Rispettate il mio anonimato eh», precisa, a causa del suo dovere di riservatezza. Il ministero dell’Istruzione nazionale ha d’altronde ricordato ai suoi funzionari della funzione pubblica, in una circolare inviata per posta il 14 giugno, di rispettare tale obbligo, in particolare «in periodo elettorale».

La crisi democratica, istituzionale e politica scatenata da Emmanuel Macron con la dissoluzione dell’Assemblea nazionale dispera la dozzina di quadri e alti quadri dell’educazione nazionale sentiti da Libération. Si dicono molto preoccupati e sbalorditi. Sono tutti disgustati dalla decisione di Macron che ha abbandonato la sua amministrazione…Se il ministero e il suo apparato diventano fascisti non sarà sopportabile.

Il futuro ministro dell’istruzione nazionale può cambiare tutto il sistema o gran parte dell’apparato educativo con circolari, dice allarmata un’altra ispettrice generale.L’istruzione nazionale è molto plastica. La RN può cambiare facilmente i programmi, l’orario scolastico, la pedagogia, l’autonomia degli istituti e anche tutto l’extra scuola..» Gabriel Attal ha fatto della scuola uno strumento politico e l’RN ne farà sicuramente uno strumento di propaganda, afferma un alto funzionario di rue de Grenelle.”Attal è già andato incontro  alla linea dell’avversario legittimando le idee più conservatrici che erano anche nel campo dell’estrema destra.»

Disobbedire agli ordini palesemente illegali

Una sola cosa è possibile fare per contrastare in anticipo queste terribili premonizioni secondo l’ex consigliere dell’ex ministro dell’istruzione Jean-Michel Blanquer: basarsi sull’articolo L121-10 del codice generale della funzione pubblica che prevede che ogni funzionario  «deve conformarsi alle istruzioni del suo superiore gerarchico, salvo nel caso in cui l’ordine dato sia manifestamente illegale o tale da compromettere gravemente un interesse pubblico».

Il 14 giugno è stata redatta una petizione firmata da oltre 2.830 capi di istituto e ispettori generali per affermare che disobbediranno a un eventuale governo RN. L’obbiettivo è di sensibilizzare i colleghi per dire loro che si può utilizzare questo diritto alla disobbedienza civile, cosa rarissima nella storia dell’educazione nazionale, e che non contravviene al principio di lealtà né ad altri doveri.Infatti le idee della destra estrema sono contrarie al principio di uguaglianza in quanto difendono una scuola che gerarchizza, esclude e classifica gli alunni a scapito dei più svantaggiati.  Se i firmatari accettano di esporsi, poiché la petizione è nominativa, è perché esprimono la loro lealtà al principio di educazione per il quale sono servitori dello Stato sia sotto governi di destra, di sinistra, di centro. Ora, per l’estrema destra, la scuola è uno spazio di battaglia ideologica, che viola il principio della scuola e quindi della Repubblica, e non si sarà i valletti di una tale politica.»

Collettivi discreti

La RN vuole far tacere ogni opposizione per far regnare il terrore. Fa paura, ma a un certo punto ognuno dovrà assumersi le proprie responsabilità»,spiega uno dei 170  direttori accademici incaricati di applicare la politica ministeriale a livello dipartimentale. Da due settimane c’è questo dibattito tra tutti i colleghi di Francia per sapere se si debba agire secondo il  dovere o secondo la coscienza. Oggi quello che è più condiviso dagli ispettori e dai capi di istituto è: non voglio applicare misure di discriminazione.

Tristi déjà vu che potrebbero rinascere in chiave moderna

Se l’RN arriva al potere, può anche cambiare tutte le nomine : rettori, provveditori, amministrazione centrale. «Alcuni ministeri hanno attraversato alternanze con una certa continuità, cosa che non è il caso dell’educazione nazionale, dove le guerre scolastiche sono vive o conflittuali all’interno dell’amministrazione stessa», riferisce un’ispettrice generale. Nominati in Consiglio dei ministri dal Presidente, su proposta del ministro dell’Istruzione, i rettori rappresentano quest’ultimo nelle loro accademie o regioni, 30 in totale, e sono incaricati di far applicare le riforme, di gestire il quotidiano degli istituti. Della decina di rettori e rettrici contattati, nessuno ha voluto rispondere a Libération. Solo una piccola manciata sta considerando le dimissioni se l’RN passa. È poi c’è il ballo dei “falsi culi”, quei rettori che vogliono rimanere dicendo che saranno forse più utili agendo dall’interno. Ma a un certo punto bisogna agire quando non si è d’accordo.

«Ciò che farà male se non ci si sveglia»

Anche se alcune persone prendono in anticipo posizioni di resistenza, temo non siano rappresentative della maggioranza. Mi aspetto che siano la rassegnazione e la passività a prevalere, predice l’ex rettore e storico Jean-François Chanet. I poteri trovano sempre i loro servitori. “Le rivoluzioni nazionali, diceva Erich Maria Nota, liberano la feccia che brulica sotto l’immobilità delle pietre.” Si trovano sempre” nobili formule per mascherare l’abiezione.”

In questi due anni di governo reazionario in Italia nella cosiddetta “scuola” cosa è successo? Molto alla luce e di più sottotraccia. La minaccia di classi differenziali, le nomine ad hoc dei direttori regionali e ministeriali, la commissione per la revisione delle linee guida ministeriali in fatto di contenuti, la disciplina  e le discipline irrigidite, i divieti di far politica, i militari a scuola…Leggete gli articoli in proposito in questo sito e anche su http://comune-info.net  e capirete.

Ma soprattutto riflettete sul fatto che comunque sia questa scuola va oltrepassata con urgenza ed una delle chiavi per una innovazione radicale che scongiuri il vero pensiero unico imposto dai governi autoritari palesi od occulti in favore della libertà, dell’autonomia e della assoluta mancanza di discriminazione è proprio l’educazione diffusa dove: ” ognuno viene riconosciuto come persona umana nelle sue caratteristiche costitutive di unicità, irripetibilità, inesauribilità e reciprocità. L’educazione non deve fabbricare individui conformisti, ma risvegliare persone capaci di vivere ed impegnarsi: deve essere totale non totalitaria, vincendo una falsa idea di neutralità scolastica, indifferenza educativa, e disimpegno. L’educazione diffusa promuove l’apprendistato della libertà contro ogni monopolio (statale, scolastico, familiare, religioso, aziendale)”. 

Manifesto dell’educazione diffusa

 

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