Audizione del Prof. Paolo Mottana alla Commissione Istruzione e Cultura.2020

Quella dell’educazione diffusa è una proposta di mutamento radicale della formazione in età scolastica, focalizzata sull’idea che la società e non gli edifici scolastici siano l’ambiente adatto per l’apprendimento, che le esperienze debbono essere ricche, intense e appassionanti e il più possibile trovare compimento nella realtà e non negli artifici del contesto scolastico. I saperi sono molto più vasti e complessi di quelli presenti nei curricoli scolastici e le esigenze formative di bambini e ragazzi sono molto più ampi – con riferimento alla corporeità, all’immaginazione, alle emozioni, alle vocazioni e ai talenti multiformi dei soggetti stessi – di quelli presi in considerazione dalla grandissima maggioranza delle istituzioni scolastiche. E infine, orari rigidi, frammentazione dei saperi, valutazioni pervasive, normative obsolete e un generale clima di minaccia e di controllo non si ritiene giovino affatto ad un apprendimento sensato e duraturo.

Sotto questo profilo l’approccio si inscrive nel solco di una lunga tradizione di critica e ripensamento dell’educazione scolastica che ha i suoi capisaldi da un lato nella cosiddetta teoria della descolarizzazione (Illich 2010, Schérer 2006, Fourier 1966) e dall’altro nell’educazione esperienziale (Dewey 2014, Montessori 2008, FreinetE e C 1976)). Si ricollega a suo modo anche al filone della pedagogia di comunità (Tramma 2009) e della liberazione (Vigilante-Vittoria 2011, Capitini 1967-68, Freire 2002). Sotto il profilo delle pratiche ha anche molto in comune con le pedagogie libertarie (Trasatti 2014, Codello 2016) e le sperimentazioni di “scuola-quartiere” degli anni 60 e 70.

Per tutte queste ragioni e altre, l’educazione diffusa intende ridurre il ruolo della scuola nella formazione e farne una sorta di base o di “portale” (Mottana, Campagnoli 2017, 38) da cui partire e a cui tornare dopo aver vissuto esperienze complesse, multidisciplinari e concrete nel tessuto sociale esterno all’ambiente scolastico e progressivamente più ampio (con il progressivo autonomizzarsi dei ragazzi). L’educazione diffusa avviene nella società, a contatto con situazioni reali, nella multiformità inesauribile delle occasioni di apprendere che possono essere preparate, organizzate e anche semplicemente incontrate, secondo un approccio di tipo “incidentale” (Trasatti 2014, Ward 2018), nella vita del mondo nelle sue infinite sfaccettature. I ragazzi possono imparare, contribuire, collaborare, ideare e partecipare, e a loro volta creare vere e proprie occasioni di apprendimento aperto e collettivo.

L’educazione diffusa dunque vuole che i bambini e i ragazzi imparino dentro la società, da considerarsi nel suo insieme un reticolo di opportunità formative. Si tratta di una rivoluzione culturale e sociale che vuole riportare adultie giovani a vivere insieme e a crescere in un mondo un po’ meno separato e, in questo senso, a realizzare la piena cittadinanza di ragazzi e ragazze, e dove la scuola, intesa come sistema articolato di apprendimenti ed esperienze venga a configurarsi più come “base” che come edificio-sistema definito e delimitato.

Si tratta di un modo di fare scuola basato sull’apprendimento attraverso l’esperienza perlopiù svolta fuori dalle mura scolastiche, nel territorio. Il presupposto di base è che l’apprendimento autentico si attiva e si interiorizza solo se mobilitato da un’ “attrazione appassionata” (Fourier 1966), da un desiderio, dall’interesse, dalla curiosità e dunque è molto più efficace e ricco quando avviene attraverso esperienze reali (e non fittizie) e attraverso la progettazione condivisa con ragazzi e ragazze.

L’esperienza

Il modello dell’educazione diffusa pone al centro il valore dell’esperienza, delle esperienze effettive, intense, qualitative. Occorre mettere i ragazzi nella condizione di vivere appieno l’esperienza e di potersi esprimere nella realtà poiché è solo da qui che può nascere un apprendimento autentico.

Esperienza nel senso pieno di questa espressione, ossia vivere il più possibile in modo completo, con il coinvolgimento di tutte le dimensioni di personalità del soggetto come sensibilità, emozioni, intuizioni, immaginazione intelligenza ecc., delle situazioni stimolanti. Che poi queste situazioni stimolanti portino alla fine ad unrisultato osservabile o no, non è così rilevante. Ciò che è importante è il coinvolgimento appassionato generato da quell’esperienza che non può che comportare introiezione di saperi e di capacità ben integrati grazie al vissuto positivo in cui l’accostamento a queste conoscenze si è dato.

L’apprendimento attraverso l’esperienza viene interpretato perlopiù in una prospettiva di tipo pragmatico e comportamentale mentre invece apprendere dall’esperienza è anche un’espressione che è stata coniata in ambitopsicoanalitico per indicare l’introiezione profonda di certi contenuti in virtù dell’essere inseriti in un contesto emotivamente positivo, legato al desiderio e alla partecipazione affettiva profonda (Bion 1990, Mottana 1993). Apprendere attraverso l’esperienza significa fare un’esperienza interiore di ciò con cui si entra in rapporto, non tanto e non solo eseguire una serie di operazioni di problem solving. Si tratta dunque di un apprendimento processuale, che può iniziare con un certo grado di coinvolgimento per poi gradualmente diventare sempre più intenso.

Il sapere

Mentre si vive una forte esperienza di coinvolgimento in quello che si fa, e anche in virtù di momenti di riflessione su ciò che accade in tempo reale, si presume che i bambini e i ragazzi imparino anche a conoscere meglio se stessi, i loro desideri, passioni, attitudini e verso i quali potranno rivolgersi per approfondire e sviluppare i propri talenti. Avranno imparato inoltre, a confrontarsi con i vari contesti e realtà sociali fuori dalla scuola, accrescendo il loro senso di appartenenza e cittadinanza. Avendo acquisito maggiore consapevolezza di sé e del “mondo” sapranno dunque meglio orientarsi rispetto allescelte che gli si prospettano nell’immediato guadagnando abilità progettuali, sensibilità pragmatica, percezione del contesto e delle sue opportunità.

Fatte salve le competenze di base, nel confronto con un percorso tradizionale, con questa sperimentazionevengono privilegiati lo sviluppo e il consolidamento delle metacompetenze rispetto alle competenze più tecniche e specifiche delle singole discipline; eventuali carenze in quest’ultime riteniamo possano essere compensate dalle capacità di ricerca e approfondimento in modo critico e autonomo che i ragazzi avranno avuto occasione di maturare. Inoltre il fatto di essersi sperimentati in molteplici direzioni, avrà portato i ragazzi a maturare sapere in molti ambiti di operatività e di ricerca non tradizionalmente percorsi dalla scuola, in particolare nella espressività simbolica, nella corporeità nel senso più vasto, nel lavoro, nell’ambiente urbano, nei servizi, nella natura.

Spazio e tempo

L’aula, il più possibile personalizzata e senza la necessità di cattedra, banchi e sedie ma di un ambiente piùaccogliente, caldo, colorato e adatto ai corpi dinamici dei bambini e degli adolescenti (es. con divanetti o cuscinoni a terra), non è più il luogo dell’apprendimento ma una base dove riunirsi per partire, in piccole squadre, e poi rivedersi per condividere, rielaborare e approfondire.

Gli spazi dovranno essere ripensati e organizzati dai soggetti stessi, in modo da corrispondere alle loro necessità di conforto e di sintonia estetica, oltre che funzionale. Una parte del lavoro iniziale dell’educazione diffusaconsiste anche nell’appropriazione dello spazio come di uno spazio proprio da cui partire e a cui ritornare con piacere e con affetto. I luoghi per apprendere veri e propri sono tuttavia per lo più all’esterno della scuola, nel territorio, con eccezione per i laboratori specifici.

La gestione e la fruizione dello “spazio fuori” è dunque un tema importante che viene negoziato con enti pubblici e privati per l’individuazione di luoghi di apprendimento ma anche di semplici luoghi-presidio che fungano da punti di riferimento per i ragazzi e ragazze e di percorsi dedicati a forme di viabilità leggera (piste ciclabili, zonepedonali, ecc.), affinché possano muoversi nel loro territorio in sicurezza e raggiungere sempre più autonomia. L’obiettivo è anche che il confine tra il tempo dentro e quello fuori la cornice scolastica sia sempre meno percepito, configurandosi tutto come tempo di vita piena. L’orario complessivo settimanale viene rispettato (30 o 40 ore) ma in situazioni particolari in accordo con le famiglie, gli orari di frequenza possono essere rivisti in base alle esigenze dei progetti e delle attività.

Mèntori

Le figure di insegnamento diverranno più complesse, assumendo funzioni di guida, di accompagnamento (solo dove necessario), di progettisti, di esperti e consulenti, di conduttori di gruppi di approfondimento o di acquisizionedi specifiche capacità e conoscenze, di ascolto e di elaborazione delle negatività, di incoraggiamento, supporto ecc A una o più figure di coordinamento e guida generale il compito di organizzare e negoziare i percorsi, di monitorarli, di fungere da riferimento stabili per i gruppi e i singoli in azione nel territorio, da interlocutori per tutti i soggetti esterni che collaboreranno. Tali figure, che potranno essere chiamate “mèntori” (cfr. Mottana, 1996, 2010), avranno la responsabilità dicoordinare un gruppo, banda, stormo di non più di 20 persone. Essi negozieranno i luoghi dove fare esperienze e faranno sopralluoghi, inizieranno le attività con i ragazzi ogni giorno e le concluderanno insieme, li seguiranno individualmente e saranno sempre reperibili. Discuteranno con loro, li ascolteranno e cercheranno di cogliere le loro attitudini e di intercettare le aspettative, aiutandoli a soddisfarle e leggere i talenti, indirizzandoli sul come svilupparli. Si metteranno in ascolto e aiuteranno gli altri educatori e insegnanti a mantenere la sintonìa e l’armonia con il progetto. Si tratterà di figure di prevalente indole educativa, più che didattica, dotate di amore per i ragazzi, di sensibilità, di intuizione, di energia e di creatività. Figure da selezionare e formare ad hoc, figure chiave per far avanzare il progetto e per custodirlo,rivederlo, aggiustarlo secondo i problemi emergenti e le opportunità che si presenteranno.

Tutti gli altri operatori contribuiranno secondo le loro capacità, chi con ruoli più didattici, chi diaccompagnamento, chi di monitoraggio e supervisione, andando nell’insieme a costruire, più che un collegio di docenti che deve solo coordinare i contenuti o le valutazioni, a comporre una vera e propria équipe, che si riunisce spesso e cerca in ogni modo di uniformare stili di comportamento, comunicazione e relazione.

Contenuti

Per quanto riguarda l’organizzazione dei campi di apprendimento nell’esperienza di educazione diffusa,occorre anche qui ripensare in maniera radicale la tradizionale forma dei curricoli disciplinari. Al posto di sequenze di obiettivi e contenuti per materie, si tratterà di passare, anche in riferimento alle opportunità che offre il territorio e alle competenze in campo, a una serie di fuochi tematici, grandi temi cheincrocino gli interessi dei ragazzi e delle ragazze, al contempo cercando di costruire un intreccio di saperi che paiano adatti a fornire loro abilità e conoscenze in riferimento alle esigenze di vita attuali e in prospettiva nel loro contesto culturale e sociale.

Quindi immaginiamo che per esempio aree come quella dell’espressività simbolica (arte, musica, danza, poesia, teatro, cinema ecc.) sia nei loro interessi e nelle loro esigenze vitali, così come un’area legata alla conoscenza e all’esercizio corporeo (arti marziali, yoga, meditazione, massaggio, sport, sessualità ecc.), un’area per la relazione con la natura (animali, piante, paesaggio, ecologia ecc.), un’area affettiva e dei sentimenti (esplorazione dei sentimenti, delle paure, della rabbia, dell’amore ecc.), un’area creativa e operativa (progettazione, costruzione,materiali, disegno, fisica, tecnica, chimica ecc.), un’area per i temi legati al dolore, la malattia, la morte, i deficit, un’area dei servizi sociali (assistere bisognosi, fare piccoli lavori di cura, accompagnare soggetti disabili ecc.), un’area del lavoro con visite a luoghi di lavoro, partecipazione a piccole imprese, messa in opera di mercatini, di chioschi ecc.

Insomma occorre immaginare delle grandi zone di esperienza, che a loro volta possano poi intersecarsi, daelaborare educativamente attraverso attività il più possibile coinvolgenti da svolgere nella realtà (visite e esplorazioni, interviste e osservazioni, videoreportage e inchieste, progetti e costruzioni, erogazione di piccoli servizi, partecipazione a momenti decisionali e consultivi, seminari, creazione di opere simboliche, di spettacoli, di feste, di manifestazioni ecc.). Qui le possibilità sono inesauribili e dipendono in larga misura dalla disponibilità del territorio. In un secondo momento occorre anche pensare a momenti di appprofondimento, di riflessione, di esercizio critico, di studio, di acquisizioni tecniche in luoghi protetti (la scuola stessa), di alimentazione culturale e preparazione cognitiva. Occorrerà pensare anche a forme di registrazione e osservazione critica permanenti (diario di bordo, discussioni e momenti di confronto di gruppo, autovalutazione e riprogettazione e così via) che sostituiranno sempredi più le comuni valutazioni. Queste ultime saranno sempre più legate al compimento di attività, di progetti, di compiti reali che semmai andranno rivisti nel processo e nelle singole operazioni per migliorarli e perfezionarli.

La singole acquisizioni, competenze, abilità, conoscenze, potranno essere ricavate solo in parte a priori (una prima tavola analitica dei contenuti e delle abilità necessarie a porre in essere determinati compiti) ma poi soprattuttoa posteriori, mediante la ricognizione delle attività effettuate e degli apprendimenti ottenuti.

Mutamento sociale

L’educazione diffusa comporta non solo un cambiamento radicale dell’esperienza educativa degli allievi maun mutamento radicale nella professione di insegnamento e soprattutto un guadagno enorme per la vita sociale che vedrà di nuovo al suo interno, la partecipazione dei più piccoli e dei più giovani come soggetti a pieno titolo e non più minori in attesa di giudizio.

Soggetti che osservano, che contribuiscono, che partecipano, che offrono la loro creatività, la loro intelligenza e la loro fantasia per migliorare la vita sociale, che la colorano, la impregnano della loro viviacità e del loro colore, della loro sensibilità e della loro freschezza e spontaneità. Una vera e propria rivoluzione non solo dell’educazione ma della società nel suo insieme, non più scissa traadulti e minori ma aperta a tutti, costretta a ripensarsi in toto alla luce di questo reingresso, obbligata a interrogarsi sui suoi ritmi, sulle sue relazioni e ad assumere in maniera diffusa il piacere di contribuire a sua volta, a responsabilizzarsi nell’educazione dei giovani e a fargli spazio quotidianamente. Nella direzione di un mondo più armonico, più ricco, più variegato e finalmente davvero più democratico. E’ a partire dalla rinnovata presenza di bambini e ragazzi nel nostro spazio comune, non più rinchiusi e emarginati in luoghi fittizi e separati, che il mondo diverrà di nuovo organico, affettivo, a misura di tutti.

BIBLIOGRAFIA:

Bion W.R. (1990). Apprendere dall’esperienza, trad.it. Armando, Roma

Capitini A. (1967-1968). Educazione aperta. voll. I & II. Firenze, La Nuova Italia.

Codello F. Né obbedire né comandare. Lessico libertario, Eleuthera, Milano

Dewey J. (2014), Esperienza e educazione, trad.it. Cortina, Milano

Freinet E, Freinet C. Nascita di un’educazione popolare, trad.it La Nuova Italia,

Firenze Fourier C. (1966), Oeuvres complètes, Anthropos, Paris

Freire P. (2002). La pedagogia degli oppressi, trad.it. Torino, EGA. Illich I. (2010),Descolarizzare la società, trad.it Mimesis, Milano

Montessori M. (2008), Educare alla libertà, Mondadori, Milano

Mottana P. (1993), Formazione e affetti. Il contributo della psicoanalisi allo studio e all’elaborazione dei processi di apprendimento, Armando, Roma

Mottana P. (2015), Cattivi maestri. La controeducazione di Schérer, Vaneigem, Bey, Castelvecchi, Roma

Mottana P, Campagnoli G (2017). La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa. Come oltre passare la scuola, Asterios, Trieste

Dissensi, Roma Schérer R., Vers une enfance majeure, La Fabrique, Paris

Tramma S. (2009). Pedagogia della comunità. Criticità e prospettive educative. Milano, Franco Angeli.

Vigilante A., Vittoria P. (Ed.) (2011). Pedagogia della liberazione. Freire, Boal, Capitini, Dolci. Foggia, Edizioni del Rosone.

Ward C. (2018). L’educazione incidentale, trad.it. Eleuthera, Milano

L’educazione diffusa: un’occasione mancata? Giuseppe Campagnoli 2020

L’educazione diffusa: un’occasione mancata? Giuseppe Campagnoli 2020

La bulimia mediatica sulla scuola in tempo di emergenza sembra aver sopraffatto la giusta e doverosa riflessione ciò che si poteva e forse si può ancora fare.

Nella paranoia di notizie, interventi, prese di posizione che da marzo in poi ha imperversato dovunque come mai prima sulla scuola, non solo in Italia per la verità, generando confusione, protagonismi, manifesti a iosa, sottoscrizioni ed appelli, la “scuola” è ricominciata peggio di prima soprattutto sulla spinta decisiva non confessata del mondo del lavoro e del ruolo di badante non del tutto nascosto dell’istituzione scolastica. Come utile provocazione cito qui una frase emblematica del mio collega e coideatore del progetto di educazione diffusa Paolo Mottana1: “cambiare, il primo passo è FARE FUORI LA SCUOLA (ndr: così come è intesa ormai da qualche secolo) reimmettere bambini e ragazzi nel tessuto della vita reale facendo sì che questa vita reale, la nostra -DI NOI ADULTI- cambi e sia in grado di accoglierli e accompagnarli. Che il disegno dei nostri territori cambi, in modo da poterli ospitare mentre crescono verso la LORO AUTONOMIA, e non assorbendo il sapere che alcuni ritengono utile per loro per inserirsi al più presto nel mondo del lavoro. Per assicurargli, con L’EDUCAZIONE DIFFUSA che alcuni veri rivoluzionari della CONTROEDUCAZIONE hanno messo a punto, di individuare i LORO TALENTI, i LORO DESIDERI, e dare forma alla LORO VITA.” Reimmettere bambini e ragazzi nel tessuto sociale significa gradualmente uscire dai reclusori scolastici, nel recente passato anche domestici, intesi fisicamente ma anche idealmente. Significa altresì smontare lentamente il paradigma educativo attuale unificando quelle educazioni che ancora si tengono rigorosamente distinte per preservare il potere di controllo esterno sulla formazione dei cittadini: l’educazione formale, non formale e informale. Non c’è stato momento migliore di quello attuale dove un male così imprevisto e pericoloso, con un po’ di coraggio, organizzazione e volontà di fare, avrebbe potuto non nuocere del tutto in tanti campi, compresa l’educazione.

A proposito di educazione diffusa, che è la chiave che avrebbe potuto far avverare ciò che ho appena scritto, approfittando di questo triste periodo di emergenza, ho trovato un interessante dossier linguistico e filosofico proposto dalla rivista Le Telemaque 2edita dall’Università di Caen in merito ai significati del termine “ educazione diffusa” che, coniugati con l’idea base del nostro Manifesto della educazione diffusa 3e con le prime prove sul campo, possono ben rappresentare l’idea dell’oltrepassare la scuola attuale con una rivoluzione sottile e dal basso. Una rivoluzione oltre le istituzioni ma principalmente attraverso di esse. Nella presentazione del Dossier denominato proprio “L’educazione diffusa”, dotto e interessante dal punto di vista teorico, scritto da Didier Moreau, 4si disquisisce sui concetti di educazione formale, non formale ed informale citando perfino Cicerone e Platone, evocando un primo utilizzo en passant del termine da parte dell’UNESCO, si giunge alla determinazione che l’educazione diffusa è quella che provoca gli choc emotivi e li rende fonti di apprendimento. Si afferma inoltre che non è solo la struttura formale rende possibili i saperi e alimenta i ricordi e la memoria in funzione educativa: “L’esperienza forma e rende attenti e partecipi a tutto ciò che forma.” Questa è l’educazione incidentale per aree di esperienza, direi.

Famiglia e scuola sono sempre stati considerati i luoghi per eccellenza dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze, acquisiscono un’educazione. Nella idea di educazione diffusa si decide invece di esplorare un particolare aspetto dell’educazione che prescinde da queste istituzioni: l’incidentalità guidata. Ecco allora che le strade urbane, i prati, i boschi, gli spazi destinati al gioco,gli ateliers artistici, i musei e i teatri, gli scuolabus, i negozi e le botteghe artigiane si trasformano in luoghi vitali capaci di offrire opportunità educative straordinarie. Questa istruzione informale, non formale e incidentale, in una unica parola e idea, “diffusa”, volta alla creatività e all’intraprendenza, rappresenta una concreta alternativa a un apprendimento strutturato, programmato e chiuso in genere tra quattro mura che risponde più alle esigenze dell’istituzione e del docente che alle necessità del cosiddetto discente. Si configura così un approccio al tempo stesso nuovo e antico alle conoscenze in grado di fornire un’efficace risposta a quella curiosità, a quel naturale e spontaneo bisogno di apprendere, che sono alla base di un’educazione autenticamente libera ed autonoma, seppure guidata per i saperi da figure come i mentori e gli esperti (trasformazione virtuosa dei maestri e degli insegnanti affiancati da chi nel territorio possiede e usa saperi diversi e complessi che non si apprendono senza esperienza).

Mi piace citare il Prof. Giuseppe Paschetto, che riferendosi alle idee dell’educazione diffusa aveva suggerito qualche mese fa al ministero di provare, in fase di riavvio delle attività educative, ad uscire dai recinti consueti e sperimentare diffusamente nuove modalità educative: la proposta operativa prevedeva la creazione a partire da settembre di una rete di scuole tra tutte le Regioni che si impegnassero per un triennio su questi temi:

La valorizzazione dei talenti e il potenziamento dell’inclusione;

L’adozione di una didattica interdisciplinare e per campi d’esperienza che vada oltre la suddivisione artificiosa in discipline;

La pratica dell’educazione diffusa e della scuola all’aperto;

La sperimentazione di forme di valutazione formativa che permettano il superamento della pratica dei voti numerici;

L’eliminazione dei compiti a casa obbligatori.

 

All’inizio dell’emergenza alcuni punti di questa proposta avrebbero potuto essere studiati, organizzati, promossi e sperimentati in quasi tutte le scuole italiane tramite appositi accordi e intese con gli enti locali, le associazioni dei territori, laboratori, musei, teatri…

Siamo intervenuti in tanti seminari, e incontri, anche a distanza, per sollecitare a considerare l’idea di approfittare della pausa forzata per progettare e realizzare nei tempi possibili esperimenti nel territorio che avrebbero potuto risolvere anche tante problematiche concrete di tutela dai rischi possibili del forzato assembramento in luoghi chiusi e affollati. Il dibattito invece, come molti hanno potuto osservare, è stato pletorico a volte persino forsennato e per mancanza di coesione, sinergia e sintesi tra le diverse proposte, ha portato, tranne qualche rara eccezione, a ricominciare prevalentemente al chiuso con gli accorgimenti al limite della paranoia o del grottesco che sono sotto gli occhi di tutti.

La scuola: sorvegliare e punire.

Tutto il mondo è paese.

Gabriel Attal (primo ministro francese) e l’éducation

Edwige Chirouter (Docente di filosofia dell’educazione all’università di Nantes) su Libération.Traduzione Giuseppe Campagnoli

Gli annunci sulla scuola del  Primo Ministro segnalano il ritorno a un’istruzione umiliante e devastante. Un nuovo schiaffo per tutti.

Come nel caso dei diritti delle donne o delle minoranze, i bambini hanno acquisito nel corso del XX secolo un reale riconoscimento del loro status di persone a pieno titolo, pienamente degne di ascolto e rispetto. I bambini sono esseri umani con pari considerazione e soggetti di diritti (ma non di doveri) e poiché sono ancora vulnerabili, le politiche pubbliche hanno la responsabilità di offrire loro spazi protettivi affinché possano crescere serenamente e acquisire le risorse intellettuali e psicologiche della loro emancipazione.

NUVOLE SCURE SULLA TESTA DEI NOSTRI FIGLI

La dichiarazione dei diritti del bambino, il progresso della pediatria, la divulgazione in campo etico degli apporti della psicologia e della psicoanalisi, lo sviluppo di pedagogie più cooperative e di un’educazione meno repressiva hanno permesso ai bambini di acquisire un posto finalmente degno nelle nostre società contemporanee. La rappresentazione del bambino ha così subito una rivoluzione copernicana nella nostra cultura occidentale: a lungo disprezzata e invisibile (Montaigne scrive nei suoi Saggi di aver perso “due o tre bambini non senza rimpianti, ma senza rabbia”), la nostra modernità è ormai impegnata a prendersi cura del loro benessere e offrire loro un’educazione ambiziosa e aperta. Lo sviluppo della letteratura per l’infanzia, ad esempio, che affronta le principali questioni filosofiche senza sentimentalismi con grande sottigliezza e anche poesia, mostra questo impegno per l’intelligenza e la sensibilità infantile. Claude Ponti (scrittore e illustratore per l’infanzia) ha sostituito Martine in molte biblioteche!

 

Ma questo era prima? Sfortunatamente, come per i diritti delle donne e delle minoranze, nuvole scure sembrano incombere sulle teste dei nostri figli. Ad esempio, sono sempre più numerosi i luoghi da cui i bambini sono completamente allontanati perché interferiscono con la tranquillità degli adulti che hanno i mezzi per pagare questi spazi di discriminazione nei confronti dei più deboli… Cosa più grave, si sente sempre di più un’eco  reazionaria  che ci riporta a tempi che credevamo (quasi) dimenticati, i tempi del martinet (frustino) e di un’educazione umiliante e devastante. Uniformi e gruppi di livello fanno già parte di questa reazione conservatrice.

Non meno allarmanti sono gli annunci di Gabriel Attal sul “ritorno dell’autorità a scuola” che  segnano la “fine della ricreazione” per il progresso dei diritti dei bambini e dell’umanesimo: alzarsi quando l’insegnante entra in classe, confinamento nello spazio scolastico ridefinito come luogo punitivo (Foucault si rigira qui dieci volte nella tomba), marchiando sul fronte amministrativo gli studenti “dirompenti” per il loro rifiuto di sottomettersi a una situazione scolastica che può relegarli a un futuro disgustoso. Nessun buonismo, ovviamente i bambini possono fare cose stupide e possono essere crudeli. Ma è ovviamente attraverso una comprensione approfondita e un rispetto per il loro status di minori vulnerabili che dobbiamo risolvere un problema che ci riguarda collettivamente.

DISPREZZO E DEMOLIZIONE DEL SERVIZIO PUBBLICO

La nostra società sta diventando sempre più profondamente diseguale e ingiusta. Questa deriva è il frutto di una politica liberale scelta e assunta dalla destra, che distrugge i servizi pubblici, fa la guerra ai poveri e impedisce alle scuole di funzionare normalmente e di essere una vera oasi di fraternità e di gioia di apprendere e di crescere insieme. Molti di noi oggi sono molto arrabbiati non solo perché il governo non tiene conto dei risultati della ricerca universitaria, ma perché si fa beffe dei valori fondamentali per i quali abbiamo scelto di svolgere la nostra professione di insegnanti dalla scuola materna all’università. Non abbiamo scelto questa professione per classificare, stigmatizzare, monitorare e punire i nostri studenti.

Il prossimo passo rischia di essere l’arrivo al potere dell’estrema destra. (ndr. ma va?) Tutto nella politica del governo ci prepara a questo: disprezzo e disgregazione dei servizi pubblici, umiliazione dei più deboli e poveri, discorso reazionario e conservatore. Il peggio non è inevitabile, ma è responsabilità di tutti gli uomini e le donne liberi di unirsi per riconquistare la battaglia culturale e politica, a partire dalla difesa dei più vulnerabili tra noi: i bambini.”

Forse occorre  abbattere un paradigma educativo non riformabile considerando la strada dell’educazione diffusa come una ottima soluzione? Anche i nostri cugini critici dovrebbero provare ad uscire da quel  recinto scolastico simile al nostro comprendendo una volta per tutte che non è affatto sanabile.

 

 

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