L’educazione diffusa contro i poteri dell’ignoranza

Scriveva tempo fa Alain Deneault: «Non c’è stata nessuna presa della Bastiglia, niente di paragonabile all’incendio del Reichstag, e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato un solo colpo di cannone. Eppure di fatto l’assalto è avvenuto, ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere». In realtà hanno preso il potere anche quelli che io chiamo i “pejocri” e decisamente grazie a ciò che sta vincendo nel mondo intero: l’ignoranza e l’effetto Dunning Kruger. La scuola e i suoi modelli globalizzati è un complice fondamentale di tutto ciò.
Il modello scolastico attuale, purtroppo radicato più o meno in tutto il mondo, non è solo un sistema: è un paradigma culturale fissato da oltre un secolo. È considerato “normale”, “naturale” e, soprattutto, “sicuro” per il potere liberal liberista e sovranista spesso con pochi accorgimenti conservatori e reazionari in salsa gentiliana. L’educazione diffusa invece richiede un cambio di mentalità radicale: da “preparazione alla vita” a “vita che educa”: la scuola tradizionale posticipa la vita reale a “dopo” e in funzione dell’economia mercantile dominante oltre che del nuovo pensiero unico illiberale. L’educazione diffusa fa iniziare la vita subito in una accezione di libertà, autonomia, incidentalità e progressiva e sicura acquisizione di pensiero critico e decisamente più solide competenze. Il sistema attuale è costruito per standardizzare e omologare (programmi, classi, voti). L’educazione diffusa è per sua natura personalizzata e non standardizzabile. Questo cambio di paradigma è percepito dai vari poteri come minaccioso e caotico in relazione a chi è cresciuto e ha costruito la propria identità professionale sul modello precedente.
Il sistema scolastico dovunque è una macchina enorme e complessa, con leggi, regolamenti e procedure che resistono pervicacemente al cambiamento radicale e ne accettano solo di gattopardeschi o di estremamente conservatori. La scuola infatti è un potentissimo strumento di dominio e controllo sociale, di creazione del consenso e di narrazione nazionale. Un sistema libero e autonomo sfugge a questo controllo. Inoltre, per un politico, è più facile e visibile inaugurare una “nuova palestra”, un evento celebrativo, le solite manifestazioni fintamente pedagogiche e fintamente didattiche, l’ennesimo monumento a sé stesso, una bianca galera (di papiniana memoria) che finanziare un progetto diffuso e poco tangibile.
L’educazione diffusa, come radicale mutamento pedagogico, non è “boicottata” da una regia occulta, ma si scontra con un muro di inerzia sistemica. È ostacolata perché il sistema esistente è progettato per auto-conservarsi e respingere i corpi estranei troppo destabilizzanti o decisamente ed autenticamente innovativi. Tuttavia, definirla “utopica” è sbagliato. È un’utopia concreta, un bel faro che indica una direzione. Il suo valore anche nei suoi piccoli e rari semi che si spera crescano sta nell’aver seminato un critica radicale e inoppugnabile al modello di scuola-azienda, mercato, indottrinamento; ispirato non pochi insegnanti a “forzare” il sistema dall’interno, introducendo più esperienze sul campo, didattica laboratoriale, uscite didattiche significative. (cfr. le centinaia di firmatari del Manifesto dell’educazione diffusa); contribuito al dibattito su competenze ed esperienze vs. nozioni, discipline, ,materie e al dibattito tra città educante, educazione incidentale, ultarchitettura etc.. (cfr. Le Télémaque n.60/2021)

La transizione verso l’educazione diffusa non sarà certamente una rivoluzione improvvisa che cancella la scuola tradizionale da un giorno all’altro. Sarà un’evoluzione graduale, fatta di sperimentazioni, ibridazioni e di un lento, faticoso, ma inarrestabile cambio di mentalità. I suoi semi stanno germogliando, anche se non ancora come una foresta rigogliosa. Si tratta di un progetto squisitamente politico e destabilizzante per una certa concezione rigida e opprimente dell’educazione.
L’educazione diffusa viene boicottata perché fa paura. Non è un’idea astratta, ma una pratica che scardina la logica del controllo, delle gerarchie, della standardizzazione e della burocrazia che governano la scuola tradizionale. Un sistema che fa apprendere davvero attraverso la vita reale, libero e autonomo, toglie potere a ministeri, istituzioni e corporazioni che lucrano sulla formazione. È più comodo bollare tutto come “utopia” piuttosto che ammettere che il modello attuale è obsoleto, inefficace e ingiusto. Per questo l’educazione diffusa viene ostentatamente ignorata: non perché non funzioni, ma perché rischia di funzionare troppo bene.

Per questo occorre non più discutere di politica prescindendo da ciò che è alla base di tutte le idee, le azioni, i cambiamenti: l’educazione.
Una, dieci, cento, città educanti. Oltre le dubbie e “dangereuses” educazioni e città
Prendo spunto da un vecchio articolo su comune-info.net per rilanciare l’idea, soprattutto alle città con cui abbiamo abito già a che fare con esperienze di formazione, di prove sul campo etc..
“In ogni città esiste un patrimonio enorme non utilizzato di saperi ed esperienze da mettere in comune con bambini e bambine, ragazzi e ragazze. È quello di tante botteghe e laboratori, musei e piccole gallerie, teatri tradizionali o di piazza, luoghi di musica e arte, biblioteche e librerie… L’educazione diffusa può aiutare a ripensare l’idea di apprendimento, favorire la partecipazione di cittadini al bene comune, ma anche fermare l’espulsione dei cittadini dai centri storici. “Gli educatori, i politici liberi e gli architetti illuminati dovrebbero solidalmente avviare questo percorso partendo magari da piccole realtà ed esperienze per estendere l’idea alle grandi città e alle aree metropolitane…”

La città si trasforma e cambia con l’educazione. Forse in extremis ma credo che l’educazione diffusa potrà contribuire a salvare la città. Di sicuro l’educazione potrebbe trasformare una città e bloccare quella perniciosa deriva che è cominciata con la terziarizzazione dei centri storici, con l’espulsione dei suoi abitanti e delle sue nobili e diffuse attività e con la creazione di periferie sempre più insignificanti e degradate dove insistono brutte scuole, desolate aree sportive, verde incolto e abbandonato, propaggini di aree industriali e artigianali in una desolante e insalubre commistione. Riflettendo sull’invasione della nuova speculazione residenziale turistica nei centri storici ormai snaturati dalla presenza di mercanti di gadget turistici e di tipologie abitative sempre più tese a diventare dei veri e propri alberghi piuttosto che abitazioni di residenti, si può capire quanto potrebbe incidere in controtendenza una trasformazione delle parti di città in senso permanentemente educante. Si potrebbe indurre, ad esempio, la rinascita di botteghe e laboratori, musei e piccole gallerie, teatri tradizionali o di piazza e di strada, luoghi di musica e arte, biblioteche e librerie oltre che ripopolare quartieri e vie di residenti e abitanti stabili con la sola velleità di ospitare stranieri alla pari e senza fine di lucro e di accogliere per mostrare i propri luoghi ed educare attraverso di essi. È questo che di virtuoso provocherebbe e chiederebbe l’improvviso e continuo sciamare di bambini e bambine, ragazzi e ragazze, di artisti, di artigiani e anziani, di stranieri e vagabondi, desiderosi di essere finalmente utili con le loro esperienze e i loro saperi attraverso i luoghi ridisegnati e rivisitati di tutta la città fino a trasformare i centri storici e tutte le periferie in un unico centro pulsante senza soluzione di continuità ideale.

La scuola che oltrepassata, diventa educazione diffusa e trasforma la città è un sogno che potrebbe avverarsi, un sogno dove l’unico mercato sarà quello delle piccole e grandi cose utili alla vita e al desiderio di conoscenza che è innato in ognuno di noi e che non viene certo soddisfatto trascorrendo ore su un banco ad apprendere nozioni imposte altrove e che in gran parte svaniranno dopo poco tempo per non lasciare alcuna traccia. Il fatto che oggi molte città si stiano trasformando in tante disneyland infernali del turismo e del consumo ha fatto loro perdere qualsiasi valore educativo e anche quella profonda geo-significanza che avevano avuto per secoli. La cultura e il sapere oggi vengono anche fisicamente periferizzati a meno che i loro antichi luoghi non possano essere tesaurizzati nel mercato del profitto a tutti i costi. Restituiamo i centri alle case popolari, alle botteghe, agli studenti e alle studentesse, agli anziani, ai viaggiatori senza scopo di lucro e facciamo sparire le periferie cominciando da lì l’invasione benefica della campagna verso la città, dei margini verso il nucleo. Si può fare.

Si può fare usando anche con coraggio gli strumenti della pubblica utilità dei luoghi e dei beni che sono sempre di più frutto di speculazione, di accumulo, di latrocinio, di evasione fiscale. Se è stato ed è possibile per le grandi spesso inutili opere pubbliche e brutte e pericolose infrastrutture perché non si potrebbe fare per le case, per i monumenti, per gli edifici con valenza pubblica e sociale, per i manufatti abbandonati, per tutte le architetture e i luoghi finora usati per la speculazione ed il mercimonio. Una città a misura di bambino/a e di umanità è possibile anche attraverso l’educazione che cominciasse a permearla proiettandovi saperi e passioni, voglia di ricerca e di osservazione, di dialogo, di accoglienza, di sete di sapere incidentale e per questo assai più utile di quello obbligato o subdolamente indotto. Sarebbe anche l’occasione, grazie alla quale, la cultura, il turismo consapevole e attivo, il verde e l’agricoltura potrebbero rinascere a vita nuova senza l’assillo quotidiano del profitto. Tutto ciò potrebbe indurre dal basso anche l’inversione dell’attuale sistema economico basato sulle diseguaglianze, sulle nuove/antiche classi sociali, sulle guerre del mercato e del possesso che vuole egemonizzare tutto, dalla educazione alla famiglia, dall’ambiente alla cultura e al tempo libero.

Abbiamo bisogno di una nuova città per un “nuovo” medioevo – già storicamente da non leggere come così retrogrado se è vero che aveva concepito i liberi comuni e tanto altro-, la città che nasce e cresce senza più solamente architetti mercantili per concepire gli spazi liberi e ospitali oltre che aperti alla cultura.
”Una costruzione medievale non ci appare come lo sforzo solitario nel quale migliaia di schiavi svolgevano il compito assegnatogli dall’immaginazione di un solo uomo: tutta la città vi contribuiva. La torre campanaria si elevava sopra alla costruzione, grandiosa in sé, e in essa pulsava la vita della città”. (Pëtr Kropotkin)
Una città così concepita diventerebbe assolutamente inclusiva. Vi sarebbero spostamenti virtuosi dalle periferie destinate alla riqualificazione o alla sana demolizione verso i centri storici dove rinascerebbero mille piccole attività sostenibili sia dal punto di vista sociale che economico ed ecologico, dove rinascerebbero la cultura, l’educazione, il verde, e un turismo non mercantile per viaggiatori saggi e consapevoli. Gli educatori, i politici liberi e gli architetti illuminati dovrebbero solidalmente avviare questo percorso partendo magari da piccole realtà ed esperienze per estendere l’idea alle grandi città e alle aree metropolitane che si risanerebbero così ridotte e ridimensionate in una specie di “divisione” virtuosa in tante moderne new towns che moltiplicassero i centri facendo evaporare ghetti e periferie accogliendo l’invasione di prati, radure e giardini. È sempre stata solo una meschina questione economica. Sarebbe ora di cambiare e la strada è già indicata.
Ci sono delle città di piccole o medie dimensioni che per la loro vicinanza, non solo teorica, alla nostra idea urbana ed educativa potrebbero aspirare a diventare delle prove sul campo di città educante. Gubbio, Cagliari, Cattolica, Mantova, Rodigo, Parma, Rimini ne sono alcuni esempi. Proveremo a proporre dei progetti concreti.

“Una piccola città, una rete di scuole coraggiose e un sindaco anch’esso coraggioso. Associazioni, architetti, cittadini, cooperative, mercanti e artigiani tutti coraggiosi. Queste la sceneggiatura e la scenografia minime per cominciare a costruire una città educante. Non si tratta di uscire dalla scuola di tanto in tanto oppure di perpetuare la famigerata progettite, malattia contagiosa della scuola a caccia di fondi e di medaglie per iniziative e attività spesso inutili. Si tratta di stare in modo permanente nella città reale e nei suoi luoghi ad educare e ad educarsi mentre si vive. Nel frattempo che le scuole e i loro insegnanti e direttori ripensano tempi e metodi dell’educazione in modo radicale e decisamente incompatibile con lo star fermi, anche solo un’ora, in un banco davanti a un propalatore di nozioni o ad una lavagna d’ardesia o elettronica, la città si organizza e si trasforma per accogliere bambini, ragazzi, adulti ed anziani di ogni provenienza per tutto l’arco della giornata, della settimana, del mese, dell’anno. Il sindaco e la sua amministrazione decidono di investire gran parte delle risorse un tempo impiegate per l’istruzione, per l’edilizia scolastica e culturale, per la mobilità urbana, il commercio, la cultura e i servizi in genere, in rivoluzionario progetto integrato di educazione diffusa che contemporaneamente preserva, trasforma e rende più bella e viva tutta la città. Le associazioni e i gruppi di cittadini contribuiscono e collaborano in varie forme. Si fa un piano urbano flessibile girando per la città e segnalando in una mappa luoghi e spazi adatti a quella virtuosa trasformazione. In un quartiere c’era un complesso di luoghi contigui che comprendeva una biblioteca, due vecchie scuole, un museo e un parco. Diventerà un portale della educazione diffusa.” (“La città educante: immaginiamo”. 2019). L’ultra architettura in anteprima.
Basterebbe utilizzare le risorse già presenti nelle città e nei quartieri, gli spazi ancora aperti delle norme sull’autonomia scolastica e la buona volontà di associazioni e cittadini per realizzare uno o più prototipi di città educanti. Ci provammo senza successo, per gli ostacoli della burocrazia e della politica retrive e per i problemi di risorse economiche, in realtà della Lombardia, del Veneto, delle Marche e dell’Emilia Romagna fin dal lontano 2029. In questo caso perseverare non è diabolico ma rivoluzionario e decisamente non utopico visto che piccoli e limitati esemplari sono stati provati sul campo con grandi possibilità. Chissà che le città che ci hanno in qualche modo ascoltato non intravvedano con coraggio nella nostra proposta una speranza di salvare insieme l’educazione e la città. Una co-progettazione di diversi soggetti interessato e con ideali affini ci porterebbe a mettere in campo il primissimo esempio completo e duraturo di città educante. Sindaci, assessori, presidi e cittadini sveglia! Non è poi così difficile!
Giuseppe Campagnoli architetto del dissenso, 15 Settembre 2025
È tutto forse inutile?
Ormai è forse inutile dialogare, litigare, urlare, protestare e forse anche votare senza un’alfabetizzazione funzionale civile ed etica adeguata. Chi, al di là del dito delle ridicole nostalgie e delle grottesche espressioni di orribili figuri alla ribalta globale di un non pensiero dilagante, è portatore delle stesse idee di quella spinta mai tramontata alla prevaricazione, al dominio, all’ordine, alla discriminazione, ai corporativismi e all’ iniquità sociale, al razzismo e alla negazione dei diritti naturali e civili, alle guerre di sterminio, si eluderà (e si eliderà) solo con l’educazione e l’induzione in tutti delle conoscenze e del pensiero critico. Sottilmente e inesorabilmente. Ciò non esclude che, parallelamente, per contrastare le ingiustizie e le violenze, si possa e si debba resistere facendo, disobbedendo,in ogni luogo, riempiendo le piazze e le strade, le città e i territori, scrivendo, esibendosi in ogni modo possibile con le arti e le scienze.

Ciò che oggi limita la libertà di pensiero critico e di scelta però dipende prevalentemente dallo «stato presente e del passato recente dei costumi delle umane genti » sempre più preda di egoismi ed ignoranze. Il voto, dove ancora resiste, ormai preda dei manipolatori e dei poteri economici imperanti, non è più l’espressione di libertà conquistata con lotte e sacrifici ma la giustificazione e l’alibi per le oligarchie e le demodittature latenti.
L’aspetto terrificante della questione, nei nostri lidi, è che, a partire dagli anni duemila in crescendo, il 10 % degli italiani non è in grado di distinguere tra lettere e cifre e non riesce a scrivere che in uno stampatello «cuneiforme»; il 50% ha difficoltà evidenti nella lettura; il 40 % gravi difficoltà a comprendere ciò che legge. Solo il 10 % è in grado di usare la lingua e la comunicazione in modo efficace e ahinoi è in gran parte collocato nelle generazioni dagli anni ‘60. Questo si riflette in modo determinante su tutte le altre competenze, anche quelle logico-matematiche, creative o meramente operative. Nel mondo in generale è, se possibile, ancora peggio. Come farebbe la maggioranza delle persone a prendere delle decisioni sensate e a scegliere nella vita, nella politica, nel sociale, a distinguere semplicemente tra ciò che è bene o ciò che è male per sé stessi e per la collettività, senza possedere «gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea»?

Prima della politica allora viene senza alcun dubbio l’educazione ma un’educazione profondamente diversa, ribaltata, autonoma, libera e fatta di vita reale, non l’istruzione, l’addestramento, il “dressement” ad usum delphini della medesima “scuola” che insiste in tutto il mondo conosciuto.
Un’alternativa non fasulla ci sarebbe da tempo.
“Con l’educazione diffusa ognuno viene riconosciuto come persona umana nelle sue caratteristiche costitutive di unicità, irripetibilità, inesauribilità e reciprocità. L’educazione non deve fabbricare individui conformisti, ma risvegliare persone capaci di vivere ed impegnarsi: deve essere totale non totalitaria, vincendo una falsa idea di neutralità scolastica, indifferenza educativa, e disimpegno. L’educazione diffusa promuove l’apprendistato della libertà contro ogni monopolio (statale, scolastico, familiare, religioso, aziendale)”
Si tratterebbe, in definitiva, di mettere in campo una sorta di rieducazione estesa a tutte le età, fondata su una serie infinita di libere esperienze con mentori, esperti e maestri di mondo, realizzata permeando istituzioni, città, territori non necessariamente riformando con burocrazie e istituzioni ma “infiltrando”, da dentro o di fianco, i concetti e gli ambiti di istruzione, formazione, comunicazione con le idee e le pratiche già da tempo proposte e in parte anche “provate” dell’educazione diffusa. Chissà che non si riuscisse a distinguere un briciolo di realtà dalle mille verità costruite, contrapposte come strumenti di potere e di controllo economico, politico e sociale. Chissà che lentamente le persone non si rendano conto che le loro convinzioni, a volte anche quelle apparentemente trasgressive o controcorrente, non siano invece indotte dall’ignoranza costruita su mille verità manipolate, sulle bulimie mediatiche e transmediatiche di social, giornali, tv, a senso unico (il mercato che li gestisce) dai pontificatori, frullatori di pensieri e di idee, sublimi confezionatori di brodi di notizie-fiction, filosofi, scrittori, reporters pro domo sua e mezzi busti d’assalto?
Probabilmente con una educazione profondamente e radicalmente diversa il pensiero critico e creativo sarebbe prevalente e porterebbe se non altro a osservare la realtà senza schermi e schemi prefigurati e a farsi più domande ed esprimere dubbi più che certezze indotte e “guidate”. Educazione diffusa per le prossime generazioni e ri-educazione diffusa per quelle già compromesse nel pensiero critico. Educazione diffusa,autonoma, libera, esperienziale. Ci vorrà qualche tempo ma ne varrà senz’altro la pena. Noi siamo già partiti con discreti risultati. Chi vuole imporre un modello scolastico addestrativo, meritocratico, discriminatorio, gerarchico, reclusorio, non l’avrà vinta. La vera educazione pubblica verrà fuori dalle spoglie della scuola attuale.
Sarà l’unico modo per contrastare e vincere sull’attuale idea politica in fatto di vita e di società come scrivevo su Comune-info nel 2022:
“Attraverso l’educazione è possibile costruire o ricostruire l’idea della pace (e della guerra) come della salute, dell’economia, della città, della natura, della politica, della proprietà, della vita in generale. Ma la condizione fondamentale è che l’educazione avvenga principalmente attraverso l’esperienza e la vita stessa con una serie infinita di quello che in tanti chiamano lo choc educativo che avviene durante le tante esperienze e le osservazioni, le ricerche, le incidentalità, gli studi e le restituzioni e condivisioni in corpore vivi e che si esplicano attraverso un’intelligenza unica, multiforme e multisenso. Il tutto nelle varie scene dell’apprendimento che vanno dal corpo alla natura, all’immaginazione all’arte, alle storie tratte dalla realtà e dalla fantasia, dalla scienza che cerca e ricerca senza fine e senza dogmi, dalla lingua che è pensiero e delle relazioni umane che non sono separate fra di loro ma rappresentano una interconnessione continua di contatti molteplici e multiformi. Istruzione, addestramento, formazione sono invece le sovrastrutture parziali e strumentali dell’educazione che non può essere per sua natura codificata e cristallizzata in procedure, programmi, valutazioni competenze e conoscenze determinate dai vari poteri dominanti più o meno sulla base di consensi discutibili quando non indotti o obbligati palesemente o subliminalmente. Conoscere, sapere e saper usare liberamente la realtà e le storie, la creatività e l’immaginario in una accezione collettiva e cooperativa possono mitigare e orientare in senso positivo gli stimoli naturali ai conflitti e all’aggressività se il cosiddetto “mutuo appoggio” fondamentale in natura (cfr. Kropotkin) lo diventasse anche per l’animale della specie umana. L’educazione può, nel tempo salvare il mondo, purché sia libera, diffusa e integrata nei diversi momenti e luoghi della vita, quasi istintiva, sicuramente incidentale.“

È un percorso lento, difficile e pieno di ostacoli ma non vedo altre vie per sottrarre all’invasione delle destre globali quel consenso che fa ripetere l’ orribile giaculatoria: “Il popolo ci ha votato” rievocando altri tristi momenti della storia.
La metafora di Achab e Moby Dick è sempre terribilmente viva come scriveva Etel Adnan nel 2004: Le navi continueranno a solcare l’oceano, a uccidere balene, a vincere, e poi ad affondare. I carri armati conquisteranno i deserti, uccideranno e distruggeranno, e la sabbia calda si solleverà mentre le persone saranno troppo morte per rialzarsi — ma la fine resterà la stessa. Voi, Achab, e io, Moby Dick, non esistiamo più. Ma i nostri fantasmi sono tornati sulla terra per riprendere la loro follia. La gente li guarda come se fossero attori di un film horror, ma in realtà i migliori uomini d’Oriente sono massacrati, e la carneficina è ben reale, e il sangue colora i due fiumi del Paradiso, e gli autori di quest’apocalisse saranno maledetti per sempre.

C’è ancora paura?
Chi ha paura dell’educazione diffusa?
29 Giugno 2018

di Giuseppe Campagnoli*
L’educazione diffusa è educazione totale. In una città educante coinvolge bambini e adulti, anziani, pensionati, lavoratori e può essere la medicina per l’ignoranza che ci sta portando ad una società illiberale, mercantile, autoritaria ed escludente. Una medicina da prendere subito, prima che sia troppo tardi. La scuola come è ora ha costruito generazioni di analfabeti sociali e funzionali e sta costruendo nuovi pericolosi egoismi dettati dalla paura di chi non sa e non vuol sapere. Ogni luogo e ogni attività della città può diventare occasione di scambio educativo e può aiutare a superare la separazione tra generazioni, tra chi studia e chi lavora o chi ha perduto la bussola della vita per aver perduto il tempo della ricerca e della riflessione preso dalla corsa al profitto e ad un falso benessere.
Sono incoraggianti i risultati di esperienze di contaminazione tra generazioni e attività per quello che il dialogo tra mondi che finora sono stati tenuti rigorosamente e pericolosamente distinti può generare di virtuoso. I mentori e gli esperti, gli spazi diversi, trasformati e resi multiformi diventano i mediatori di una educazione permanente che non si sviluppa in verticale ma in orizzontale, o meglio in tante dimensioni contemporaneamente.

Riflettendo in questi giorni di triste realtà italiana e mondiale mi appare sempre più chiaro come una rivoluzione nell’educazione potrebbe salvarci da un futuro che si preannuncia oscuro in mano ai manipoli del cattivo senso e della cattiva coscienza. Riconosco che un’educazione veramente diffusa, senza obblighi e recinti, libera e guidata solo dalla voglia di capire e di fare, fa paura a chi detiene il potere, ieri come oggi. È proprio per questo che bisogna insistere e cominciare a spargere questo benefico virus dai quartieri, alle città, al territorio, nella consapevolezza che questo cambiamento sarà anzitutto politico come è ben chiaro nel Manifesto che lo ha prefigurato e anticipato. E sarà un cambiamento vero che non ha nulla a che fare con i falsi o negativi cambiamenti che la politica istituzionale promette da sempre ma raramente realizza o realizza malamente con l’imposizione e l’autorità. Sarà un cambiamento che potrà incidere sul pensiero dell’uomo, sulla sua vita e sul suo agire perché è dall’educazione e dai suoi luoghi diffusi che tutto ha origine: l’economia, il lavoro, l’alimentazione, la salute, il clima, la pace, la tolleranza… È un’arma non violenta che spesso ha risollevato le sorti dell’umanità in varie parti del mondo. e della sua storia.
Mettiamo insieme tutte le esperienze in atto e in progetto che operano nella stessa direzione e costruiamo un grande collettivo educante. Se ne gioveranno i bambini, le città, le campagne e le genti che le abitano. Scrive Scuola Libertaria su facebook : “Se io ho un sistema politico o pedagogico che produce effetti specifici su una comunità, sono soltanto questi effetti che devo guardare per capire di quale sostanza è fatta la natura di quel sistema, e porvi rimedio. Le discussioni, le elucubrazioni, i parapiglia che avvengono intorno alle questioni sociali non hanno alcun valore di fronte ai dati evidenti inoppugnabili.
Se il sistema educativo produce una siffatta società, è il sistema che deve essere additato ed eliminato, non chi ne è vittima, a maggior ragione quando questo sistema è stato disegnato espressamente da un’élite per riprodurre il proprio privilegio e un tipo preciso di architettura o dinamica sociale. Si parlerà allora di cambio di paradigma, non di modifica dello stesso. Questo può avvenire soltanto quando gli individui si libereranno dal dogma della scuola, dalla sua liturgia, cioè quando impareranno a voler essere se stessi e non ciò che altri hanno deciso che debbano essere.”
La trilogia della Città Educante e dell’Educazione Diffusa (2017-2023)

C’è educazione & educazione
Occorre oltrepassare del tutto la scuola attuale per cambiare la società ed educare alla libertà e al pensiero critico. Possibile che la sinistra non l’abbia ancora capito?

L’idea di educazione diffusa non ha mai trovato ospitalità nella sedicente sinistra che non si riconosce più da tempo. L‘idea di educazione obsoleta resiste a destra (terribilmente) come nella sedicente sinistra (masochisticamente). Questa è la “sinistra“ masochista quando non di fatto utile al potere. Anche il dibattito noioso e asfissiante sulle “Indicazioni nazionali”, che andrebbero buttate nella cloaca insieme a tutta, tutta la scuola, sta generando una confusione totale ed una assuefazione al fatto che è solo di questa “scuola” che bisogna parlare per “salvarla”, “migliorarla”, “riformarla”…ed altre penose amenità.
A proposito di certa sinistra in fatto di educazione scriveva poco tempo fa Paolo Mottana tra l‘altro:
“Mi capita talora di leggere qualcosa scritto da sedicenti intellettuali di sinistra in materia di educazione. Sono molti anni che in materia di educazione e soprattutto di scuola parla chiunque, scrittori (soprattutto, specie se insegnanti, dalla Mastrocola a Lodoli), psicologi (da Recalcati a Crepet), giornalisti e filosofi più o meno plenipotenziari (da Galli della Loggia a Cacciari) e così via, per lo più dicendo enormi sciocchezze. Il guaio è che, essendo vip e vippetti, fanno opinione comune, ahinoi.

Intendiamoci, non che se parlassero illustri accademici in pedagogia il dibattito farebbe grandi progressi, nella maggior parte dei casi ma almeno si potrebbe ipotizzare (non sempre con certezza) che sappiano di cosa parlano. Eppure. Intanto la scuola pubblica. Molti sono aggrappati a questa parola come se fosse l’ultimo appiglio della cultura di sinistra in Italia. Personalmente, e molto modestamente però, vorrei metterli in guardia. La scuola è certamente pubblica perché viene pagata con le tasse dei cittadini. Ma dire che si tratti di un bene comune, come sarebbe più appropriato dire, mi pare piuttosto fallace. La scuola è un dispositivo normativo e disciplinare (non cito i riferimenti per carità di patria) gestito, amministrato e governato dagli apparati di potere, che sono anche espressione dei cittadini ma che bellamente se ne impippano degli autentici interessi della popolazione, quella minorenne in particolare.
Dovremmo piuttosto esigere l’educazione come “bene comune” iniziando quanto prima a farcene carico tutti, nella società, nel disegno dei nostri territori, rendendoli accoglienti e esplorabili da bambini e ragazzi e soprattutto cooperando per farli diventare luoghi di esperienze vitali, autentiche, appassionanti.
Non ho bisogno di elencare decine e decine di volumi che hanno raso al suolo ogni fondamento educativo, umano, vitale delle nostre scuole da un punto di vista strutturale (diciamo da Foucault a Althusser, a Illich a Schérer ecc.) a una buona parte degli autori anche citati dal nostro (non tutti, non facciamo di ogni erba un fascio, don Milani non è Codignola né Mario Lodi è Maria Montessori né Dewey è poi questo straordinario riferimento se si pensa a ciò che ebbe a dirne un intellettualucolo come Max Horkheimer quando ancora si distingueva tra filosofie positiviste e pragmatiste e filosofie umaniste e per esempio marxismo (ma son dibattiti superati evidentemente).Comunque sia, i toni, la malevolenza e anche un po’ il gioco facile con cui certi nostri intellettuali sedicenti di sinistra intendono zittire tutto ciò che non è ascrivibile al loro galateo gramsciano (con tutto il rispetto non proprio più dell’ultima ora) e soprattutto in fondo gentiliano, mi fa orrore.

Rendiamoci conto che oggi genitori sensibili (alla buon’ora!) non sopportano più la clausura precoce dei propri figli né il trattamento disciplinare che ogni istituzione crudelmente normativa propone, che uscire all’aria aperta, in natura ma anche nella società, è solo un gesto per restituire bambini e ragazzi ad un’autentica vita sociale e perché no, finalmente anche politica.”
Sono ormai dieci anni, dalla data di esordio dell’idea del Manifesto dell’educazione diffusa, che ogni tanto si sottolinea la disforia e l’eclettismo centrifugo del dibattito sulla scuola da ogni parte. Ferma restando la decisa opinione sulla scuola attuale e sulle orribili mosse dei restauratori di estrema destra, ciò che ci avvilisce e ci preoccupa è anche e soprattutto, pardon per l’ossimoro, un certo conservatorismo progressista. Da quando stigmatizzammo la pletora di interventi su Micromega di qualche tempo fa (Almanacco di una scuola immobile) che provocò anche alcune reazioni stizzite e prosopopaiche(Vera Gheno, Chistian Raimo, Giovanni Bruni..) la linea ancora gramscianamente non evoluta de Il Manifesto o le prese di posizione su alcune esperienze extrapubbliche in campo educativo del prof. “agitprop” Christian Raimo (Certa sinistra in materia di educazione) ci siamo sentiti in dovere, decisamente troppo, spesso di rintuzzare tanti protagonisti di quel dibattito sull’educazione che si disperde in mille rivoli autoreferenziali buttando nei campi dell’istruzione, della formazione, dell’addestramento scolastico tutto lo scibile sociale, politico, scientifico, docimologico, psicopedaspiritologico. evitando quasi sempre di pensare che l’educazione dovrebbe essere un insieme di esperienze di vita, di choc incidentali, di lavoro, di esplorazione, di sociale e di saperi inscindibili e continui.

Si disquisisce sul voto, sulle discipline, sulle didattiche, sulle rare uscite nei boschi e nelle piazze, sul merito, sulla professione docente, sulle innovazioni tecnologiche dei “reclusori scolastici”, sulle invenzioni di scuola-lavoro, scuola-azienda, sulle TIC…Jacobin Italia è un esempio recente che ho potuto osservare con un misto di luoghi comuni massimalisti e di ovvie proposte di mutamento, seppure sempre parziali, rigorosamente dentro il recinto del modello vigente e dalle caratteristiche di riformette piuttosto che di vere, necessarie ed urgenti rivoluzioni in campo educativo. ” “Contro il feticismo del voto”, “L’incubo del ’68”,”Un attacco alla scuola democratica in nome del merito”,”La scuola delle performance (s?)”Le oasi nel deserto del sapere” rappresentano la sequenza dei titoli del N° 21 della rivista che segnala problemi di orticelli arcinoti (rappresentati anche da Mastrocola, Ricolfi, Crepet e compagnia cantando) da tempo senza guardare tutto il campo per proporne un necessario ribaltamento. Altrove si persevera pervicacemente su strade tra loro parallele (la geometria insegna che si incontreranno solo all’infinito) a tratti pienamente condivisibili ma decisamente solitari e in genere autoreferenziali e anche un po’ bobos… Nessuno ha pensato che per cominciare a cambiare qualcosa occorre essere non paralleli e a volte divergenti ma finalmente convergenti verso l’urgente obbiettivo di sostituire l’attuale pernicioso modello scolastico con una nuova e radicalmente diversa idea di scuola pubblica. Il pubblico spesso è un falso mito come la meritocrazia e spesso non è né democratico né fondato sulla libertà di apprendere. Rammento le fatidiche questioni di Giancarlo De Carlo nel lontano 1969: È veramente necessario che nella società contemporanea le attività educative siano organizzate in una stabile e codificata istituzione? Insomma, le attività educative debbono per forza essere collocate in edifici progettati e costruiti appositamente per quello scopo?
Dopo tutto questo tempo, frutto una lunga serie di studi, prove sul campo, seminari ed esperienze in atto e in progetto, è nata anche l’idea di una Sistema dell’educazione diffusa per oltrepassare gradualmente ma poi definitivamente l’attuale paradigma scolastico in blocco.
“Come realizzare un mondo in cui bambini e ragazzi e bambine e ragazze siano finalmente liberati dal giogo scolastico e ricondotti nell’alveo della vita sociale assieme a tutti gli altri, a rivitalizzare le vie del mondo e a vivere da protagonisti la propria crescita. Al posto del vecchio caravanserraglio scolastico basi, tane e portali disseminati nel territorio da cui partire per sperimentare le proprie vocazioni nella realtà in tutte le sue sfumature. Qui le istruzioni per organizzare il nuovo paesaggio educativo da suddividere in un biennio del gioco (per i più piccoli), un quinquennio della scoperta, uno dell’esplorazione e un biennio finale dell’affinamento o della differenziazione. Qui le modalità per programmare il tempo dell’educazione diffusa, gli elementi etico pedagogici fondamentali di riferimento e i caratteri delle figure educative indispensabili ad accompagnare bambini e ragazzi nei loro mondi vitali. A tutti coloro, insegnanti, educatori, genitori, amministratori pubblici, esseri umani ancora sensibili verso i più giovani e che vogliono affermare il loro diritto a diventare ciò che sono da protagonisti e non da oggetti passivi e disciplinati, una guida precisa per effettuare questa rivoluzione.” Si tratterebbe in definitiva di mettere in pratica ‘idea espressa in poche righe nell’ultimo articolo del nostro Manifesto e che ricomprende in sé implicitamente aspetti come quelli della responsabilità, del mutuo appoggio, della lotta alla violenza, alle guerre, alla distruzione delle città, dei territori, dell’ambiente, della tutela dei diritti civili e sociali, dell’eguaglianza, della libertà…”

“Con l’educazione diffusa ognuno viene riconosciuto come persona umana nelle sue caratteristiche costitutive di unicità, irripetibilità, inesauribilità e reciprocità. L’educazione non deve fabbricare individui conformisti, ma risvegliare persone capaci di vivere ed impegnarsi: deve essere totale non totalitaria, vincendo una falsa idea di neutralità scolastica, indifferenza educativa, e disimpegno. L’educazione diffusa promuove l’apprendistato della libertà contro ogni monopolio (statale, scolastico, familiare, religioso, aziendale).”
In uscita tra qualche settimana il secondo saggio “storico” con una recensione del testo del “Sistema dell’educazione diffusa” sulla rivista di Unicaen (Università della Normandia) Le Télémaque. Consigliamo la lettura per un aggiornamento della storia travagliata dell’educazione diffusa.
L’infanzia a Cattolica. L’educazione diffusa c’è!
“Con l’educazione diffusa ognuno viene riconosciuto come persona umana nelle sue caratteristiche costitutive di unicità, irripetibilità, inesauribilità e reciprocità. L’educazione non deve fabbricare individui conformisti, ma risvegliare persone capaci di vivere ed impegnarsi: deve essere totale non totalitaria, vincendo una falsa idea di neutralità scolastica, indifferenza educativa, e disimpegno. L’educazione diffusa promuove l’apprendistato della libertà contro ogni monopolio (statale, scolastico, familiare, religioso, aziendale).“
Dal Manifesto dell’educazione diffusa” AAVV Roma 2018

L’IDEA E LA PRATICA DELL’EDUCAZIONE DIFFUSA IN UNA CITTÀ EDUCANTE
“Il Manifesto dell’educazione diffusa pubblicato nel 2018 con numerosissime adesioni attive di personalità del mondo pedagogico e della ricerca, di maestri, insegnanti associazioni, insieme al contemporaneo volume di presentazione dell’idea dell’educazione diffusa “La città educante: Manifesto dell’educazione diffusa”, si concretizzano, dopo un lungo periodo di seminari, interventi, esperimenti e prove sul campo, nella proposta di una vero e proprio neoparadigma educativo, contenuta nel testo Il Sistema dell’educazione diffusa del Prof. Paolo Mottana. Il significato di Città educante fa parte del corpus della proposta come insieme di luoghi, architetture ed occasioni di educazione incidentale ed esperienziale e teatro delle prime sperimentazioni già messe in campo in vista di graduali ma radicali cambiamenti in campo educativo. L’idea dell’educazione diffusa trae origine dal concetto di controeducazione che, interpolata con l’esigenza di non lasciare tutto al caso, si traduce nell’ educazione “guidata” da mentori e maestri, soprattutto in una istituzione pubblica autonoma e libera.La sottile rivoluzione contempla la destrutturazione, avviata nella fase transitoria, utilizzando gli spazi dell’autonomia scolastica, del sistema di istruzione verso un’alternativa educativa che propone aree di esperienza, diversi luoghi per esplorare ed apprendere vivendo, nella città e nel territorio, tanti insegnanti ed esperti e il superamento delle materie, dei voti, dei compiti, degli esami, delle “didattiche”, della misurazione, classificazione e selezione così come la conosciamo. La controeducazione quindi è la linea guida del progetto insieme all’ultra architettura che costituisce un insieme di interventi collettivi nel territorio, di recupero di centri storici e periferie, di valorizzazione dell’esistente per attribuire un’accezione educante a città e territori.
Le esperienze in atto dimostrano che è possibile costruire un’idea attiva di educazione diffusa in un territorio educante che valorizzi il pensiero critico e i saperi non dedotti e non meramente “solfeggiati” ma indotti e resi solidi dalle molteplici esperienze. Le cosiddette aree esperienziali hanno, per iniziare, come percorso fondamentale, appositamente rivisitato, quello tra l’attuale scuola dell’infanzia, la primaria e la secondaria di primo grado in cui l’esperienza coniugata con la conoscenza diventa prevalente rispetto all’attuale dominante acquisizione di contenuti teorici in un luogo unico ed ex cathedra. Vi sono diverse esperienze in atto ed in progetto nella scuola pubblica e non solo di cui si racconta la storia.“
In estrema sintesi ,per avviarsi subito sulla strada dell’educazione diffusa senza coinvolgimenti ministeriali e nell’ambito dell’autonomia scolastica occorrono come minimo:
-Una istituzione scolastica e un’amministrazione oppure, meglio, una rete di soggetti del territorio: scuole, amministrazioni locali, teatri, associazioni botteghe
-Un patto di corresponsabilità tra famiglie, territorio e istituzioni scolastiche
-Un progetto di ridefinizione del percorso scolastico, come indicato nel saggio di Paolo Mottana Il Sistema dell’educazione diffusa di un gruppo, di una classe, un insieme di classi in termini di flessibilità di tempi e orari, di declinazione degli apprendimenti in aree esperienziali, di modalità di valutazione etc..
-La disponibilità di luoghi, attività, centri culturali, biblioteche, laboratori artistici, botteghe, piccole aziende, campagne..
-La ridefinizione in via transitoria di spazi di edilizia scolastica in ambiti flessibili e multifunzione più in accezione di base e portale di partenza e arrivo che di luogo di stazionamento fisso. Nei casi più fortunati individuazione o progettazione e realizzazione di piccoli manufatti, spazi e ambienti nei quartieri e nella città in generale da destinare ai piccoli gruppi di bambini e ragazzi che si dedicano all’educazione diffusa guidati dalle loro guide ed esperti
È più facile d quanto sembri e in virtù delle prime prove sul campo estremamente efficace.
Ufficio repressione e reati
È nota la nostra diatriba con un quotidiano che ha fatto parte della nostra formazione politica (che resta ancora quella di un tempo) che si dichiara comunista ma che ormai è scivolato decisamente e definitivamente per certe tematiche in un’area tenuemente socialdemocratica. Ieri c’era un pezzo di Luciana Cimino che da un po’, dopo Ciccarelli, pare si occupi di scuola sul Manifesto.

Riproponiamo l’articolo di Luciana Cimino:
” Il governo sarà anche in ambascia ma procede spedito verso la trasformazione della scuola pubblica in «ufficio repressione e reati». Il ministro all’Istruzione (e merito) Giuseppe Valditara e il partito di cui è espressione, la Lega, stanno conducendo una lotta a tutto tondo contro l’attivismo degli studenti e contro il modello di istruzione democratica che la destra legge come espressione del ‘68. L’esecutivo Meloni si è distinto fino a ora per la tendenza a inasprire le pene di fronte ad ogni fatto di cronaca e così è stato anche questa volta. Valditara, dopo aver letto di un professore pugliese aggredito nei giorni scorsi dai genitori di un alunno, ha contattato il collega alla Giustizia, Carlo Nordio, per proporgli di estendere la misura dell’arresto in flagranza di reato anche alle aggressioni nei confronti del personale scolastico. «Stiamo lavorando insieme su una norma in questa direzione, il governo e il ministro sono accanto ai docenti che devono sentire forte la presenza costante delle Istituzioni», ha dichiarato il ministro. Agli uffici tecnici dei due ministeri spetta ora capire come fare, dato che solo lo scorso marzo il governo aveva modificato il codice penale proprio per tutelare maggiormente il personale scolastico, aggiungendo come aggravante le violenza o minacce al personale della scuola, con aumento delle pene nel caso il fatto fosse commesso da un genitore.
La motivazione come al solito è quella dell’emergenza e un provvedimento da prendere a modello c’è già: quello sulle aggressioni al personale sanitario. A sostegno della sua proposta il Mim affianca dati. Negli ultimi anni – fanno sapere da Viale Trastevere – gli episodi di violenza nei confronti del personale scolastico in Italia sono aumentati: «Durante l’anno scolastico 2022/2023 sono stati registrati 36 episodi, saliti a 68 nel 2023/2024». Ma, come ha spiegato lo stesso ministro in altre occasioni, le rilevazioni delle aggressioni ai danni dei docenti partono solo dal 2022. Naturale, quindi, che i dati del presunto aumento di atti violenti o minacciosi appaiano molto alti e giustifichino la volontà di Valditara e Nordio di intervenire ancora su questo tema. Quanto agli studenti, la Lega ha ingaggiato fin dall’esordio della legislatura una battaglia contro le occupazioni e le attività di partecipazione democratica scolastiche. Valditara in questo campo ha già fatto molto, dalla riforma del voto in condotta alle sanzioni pecuniarie per i presunti danni derivanti dalle autogestioni, ma forse non abbastanza per i salviniani. In particolare per il duo composto da Rossano Sasso, capogruppo in commissione Cultura e Istruzione alla Camera, e la parlamentare Simonetta Matone, che si attiva a ogni occupazione con interrogazioni parlamentari e con richieste sempre più punitive. «I collettivi di sinistra organizzano corsi di barricata», secondo i due leghisti, e questo renderebbe necessaria una ulteriore «norma che incida sulla responsabilità dei minorenni che occupano e danneggiano». E «come Lega» chiedono alla maggioranza di centrodestra di «aprire una riflessione che porti in breve tempo a un provvedimento». L’ennesimo.“

Si è d’accordo al cento per cento sulla denuncia e sulla lotta contro la svolta autoritaria e la restaurazione subdola, neppure tanto, in campo educativo, agendo sui concetti di disciplina, sulle indicazioni nazionali che diventeranno ordini di nozioni e obbedienze da inculcare, con le complicità dei vari Galli della Loggia, Mastrocola, Rossi Doria ma anche con la timida, spesso demagogica, resistenza sempre “dentro il recinto” dei vari Montanari, Recalcati, Raimo,Lorenzon,Corlazzoli, Galiano…Il dissenso e la ribellione verso uno stato di cose insostenibile di studenti e docenti sono sacrosanti e vanno espressi con ostinazione e in modo diffuso. Ciò che non è sacrosanto ed è sottovalutato , facendo il gioco della reazione di destra, da una finta sinistra che osserva ormai da troppo tempo il dito e non la luna, è il dilagare di aggressioni fisiche, insulti, aggressioni verbali omofobe e razziste da parte di molti studenti sempre più influenzati dal clima politico attuale condiviso spesso anche dalle loro famiglie. Sono crescenti le situazioni di impossibilità con ogni mezzo a gestire gruppi e classi in certi contesti scolastici degradati quasi al limite del riformatorio. Ciò che non è sacrosanto è tollerare ancora rapporti mercantili con la scuola, da clienti insoddisfatti e inferociti, di genitori e famiglie. Gli insegnanti come invece sostiene qualche sprovveduto parapsicopedafilosofo non possono e non debbono essere anche psicologi, badanti, guardiani, preti o esorcisti! Nessuno li ha preparati anche per questo e nessuno li paga per questo e neppure per quello che già fanno con competenza, sacrificio e spesso anche con estremo pericolo. Il guaio è che si resta anche nelle diverse forme di dissenso, pratiche e forti o teoriche e deboli che siano, sempre improvvidamente dentro quel recinto paradigmatico di una scuola che non potrà mai essere ri-formata con la medesima materia prima gentiliana, né salvata da più investimenti. Una scuola che va decisamente oltrepassata, come proponiamo noi con l’Educazione diffusa di cui, guarda caso, gran parte degli scettici e critici più ostinati (pure nella finta sinistra)non hanno letto o capito nulla. Altrimenti sarebbero i nostri primi sostenitori come gli oltre 500 sottoscrittori attivi del Manifesto dell’Educazione Diffusa, datato 2018. È un fatto incontrovertibile e non degli ultimi due anni, ma progressivamente da ormai un. decennio la degenerazione perniciosa dei rapporti docenti alunni, alunni-alunni, famiglie-scuola etc. La violenza contro i docenti (buoni o cattivi che siano come nella classificazione dei bobos pedagogici) sta diventando insopportabile e sempre più diffusa nella cronaca oltre che nei più numerosi episodi coperti da una diffusa omertà. Sarebbe utile a chi pontifica di improbabili teorie parapsicologiche sulla gestione di gruppi e classi una ricognizione onesta sui tanti casi che stanno inducendo fughe di docenti, paranoie e burn-out in chi resiste, danni psicologici e morali. Questa degenerazione va contenuta negli effetti con gli strumenti normativi possibili essendo decisamente una pia illusione quella di improbabili empatie con chi assume certi comportamenti sempre più aggressivi, irrispettosi e violenti a causa di come è il sistema scuola oggi e come sono gli indotti sociali di provenienza. Certe situazioni non potranno essere risolte dai bricolages pedagogici, psicologici tanto di moda. Sono le cause che vanno rimosse e non c’è che la strada di una rivoluzione in campo educativo quanto mai urgente. Una rivoluzione che noi proponiamo da tempo, facendo anche repertorio di parte delle idee ed esperienze di Fourier, Illich, Freinet, Ferrière, Freire, Milani, Montessori e mutatis mutandis di Gramsci.
Le vie per attuare fin da subito questa rivoluzione sottile ci sono e ormai sono obbligate. Chissà che Il Manifesto finalmente non cambi idea?
Qui una terna di articoli che potrebbero chiarire ulteriormente il nostro pensiero sullo stato della scuola indipendentemente da chi la governa o la domina.
È ora
E io invece mi ripeto, ad libitum. “Non se ne può più di questa scuola irretita e di pronto soccorso permanente. Non perdiamo l’occasione per non addestrarsi più a conoscenze competenze e capacità ad usum delphini di un istituto che si pone da decenni gli stessi problemi burocratici, docimologici e classificatori. Approfittiamo delle crisi per aprire le menti dei bambini, dei giovani e non solo alla scoperta del mondo ed a scelte consapevoli per la vita e per la natura. Superiamo alcuni pannicelli caldi condivisibili solo in un contesto educativo come quello vigente (quel recinto di cui spesso ho parlato che mira a migliorare le cose da dove sono ma non a oltrepassarle) e che glissano elegantemente su concetti come l’esperienza, la conoscenza del mondo, la libertà in educazione, il superamento dell’edilizia scolastica, della selezione degli insegnanti su basi liberal meritocratiche, delle materie, dei voti, degli orari, degli nni scolastici, dei programmi o delle indicazioni nazionali, della finta autonomia.
Questa è una riflessione che tanti (come avete visto non solo in Italia)stanno facendo anche per contrastare l’iperattività culturale e mediatica non sempre disinteressata e una specie di mercato nero delle idee più disparate dei tempi difficili. In Italia ho l’impressione, e non appaia come una banalità, che chi non abbia vissuto personalmente, anche per uno scarto anagrafico di qualche anno, le scuole prima delle riforme dei primi anni ‘60 abbia perduto tanti dati esistenziali utili per riflettere sulla scuola oggi e che non si possono recuperare dalle storie di altri o dalla storiografia scolastica e dalle teorie pedagogiche solo accademiche.

Tutti d’accordo che la scuola vada cambiata,a destra come a sinistra,in alto come in basso quasi, ahinoi, con affini parole d’ordine mentre pochi sono convinti che debba essere invece rifondata dalle basi del concetto di educazione, radicalmente mutata, magari anche dal di dentro e con coraggio. Il gotha presunto della scuola continua da tempo a pontificare senza offrire una via reale di cambiamento alla radice dei mali, passando attraverso ministri e minestre riscaldati. Io soliti nomi e cognomi che si rincorrono nei media e nella letteratura del settore che blatera di scuola elogiando spesso ricette autoreferenti e toppe sparse qua e là nell’empireo delle sperimentazioni miracolose e miracoliste che hanno sempre gattopardescamente lasciato in sostanza le cose come sono sempre state. Si parla ancora di materie, di saperi distinti, di tecnologie, di insegnanti mal pagati e mal preparati, di reclusori scolastici da rifare più belli e moderni, di scuola e lavoro, di scuola e politica, di scuola e azienda, di bullismo, burnout, burocrazia, valutazione, classificazione, democrazia, discente, docente, dirigente, perfino in tempi di emergenza globale. E chi più ne ha più ne vorrebbe mettere, spacciando per innovazioni e riforme ciò che poi resta sempre dentro quel maledetto recinto del consumo, del mercato, della produzione dove la società vuole tenere ben fermi ed addestrati coloro che vanno a scuola, le generazioni future plasmate a garanzia della sopravvivenza del capitalismo, anche quello più subdolo dell’ipocrita mondo liberal-chic. C’è un’altra strada.


C’è un modo e c’è anche un progetto che vaga dal 2017 per seminari, convegni, scuole, comuni con l’intento di oltrepassare questa nostra scuola ancora ottocentesca e claustrofobica, dentro le mura di un edificio “di patimenti”.
Si può superare l’idea della “scuola” come mondo confinato tra mura, distaccato dal resto della realtà e della società, in modo che i giovani e i bambini siano messi nelle condizioni di fare esperienze dirette nel mondo, quello vero, di ogni giorno. È una visione, fortemente innovativa, attorno alla quale il Manifesto della Educazione diffusa cui hanno aderito a centinaia le genti di scuola, accademiche e non, fin dall’estate del 2017 ha formulato la proposta di una rivoluzione in educazione verso città intere e territori educanti. Non un concetto astratto, tutt’altro. È una logica, pianificabile e organizzabile, una nuova modalità per aprire ai bambini, ai giovani e anche agli adulti le porte dell’apprendimento e del sapere.

Ne sono la prova oltre alla triade dei libri fondamentali i tanti seminari, le prove sul campo che si avviano e la imminente formazione di formatori ed esperti dedicati alla preparazione nei territori ed ai progetti di sperimentazione.

