Una scuola oltre le mura.AAVV 2023

Qualche anno fa un gruppo di maestre di una scuola dell’infanzia di Cagliari ha scelto di portare la scuola fuori dalle aule a contatto con la vita di ogni giorno nella convinzione che la società più che gli edifici scolastici sia l’ambiente adatto per l’apprendimento, che le esperienze debbano essere appassionanti e il più possibile trovare compimento nella realtà. La straordinaria esperienza di educazione diffusa ha cominciato ad allargarsi in diverse classi, anche della primaria. Il territorio si è aperto alla scuola: sono state scritte convenzioni con orti e parchi, sono stati firmati accordi con enti pubblici e privati ed è stato stipulato un Patto con le famiglie non solo per portare la scuola fuori dalle aule e dentro la società, ma soprattutto per rendere bambine e bambini protagonisti attivi del proprio apprendimento, soggetti che osservano, contribuiscono e partecipano, con la loro creatività e la loro intelligenza, per migliorare la vita sociale. Il racconto dell’esperienza emersa nell’istituto comprensivo Satta-Spano-De Amicis, accompagnato da un testo di Giuseppe Campagnoli (autore con Paolo Mottana, di diversi libri sull’educazione diffusa) quella della “scuola elfica” che ha preso forma nell’istituto comprensivo Satta-Spano-De Amicis di Cagliari è una storia bellissima – quasi contemporanea all’uscita su Comune-info (nel 2018) del Manifesto dell’educazione diffusa che coinvolge diversi luoghi della città dentro e fuori di essa, come ad esempio l’Orto Botanico dell’Università di Cagliari o le botteghe, i musei, i monumenti, i laboratori artistici.

Dalla scuola dell’infanzia, l’educazione esperienziale si sta affacciando anche al segmento della primaria e si gioverà di un apposito Patto già sottoscritto tra scuola e famiglie in cui, a proposito degli obiettivi, tra l’altro, si legge:

Promuovere e attuare scelte metodologiche alternative a quelle classiche attraverso pratiche di educazione diffusa con esperienze concrete di vita reale

Scoprire e valorizzare talenti e abilità di ciascuno studente

Sostenere le scelte metodologiche di educazione diffusa con un’informativa sistematica e puntuale, attraverso una comunicazione diretta e con l’utilizzo di tutti i canali istituzionali

Realizzare passeggiate cognitive alla scoperta di quartieri, strade, luoghi naturali per ripensare, riprogettare e valorizzare il territorio, attraverso la conoscenza dello stesso, per tornare a prendersene cura e proporre eventuali suggerimenti per renderlo migliore, a partire dalle osservazioni e dalle analisi di bambini e bambine

Creare connessioni e coinvolgere dinamicamente la comunità nel processo educativo, rendendola parte viva, attiva e collaborativa

Far riscoprire la bellezza dello stare insieme collaborando per un fine comune.

Favorire percorsi che permettano ai corpi dei bambini di muoversi autonomamente in spazi ampi e diversi dalle aule o dai giardini/cortili scolastici, favorendo il movimento per migliorare la stima di sé, controllare le emozioni e scaricare le tensioni

Dedicare parte dei percorsi di educazione diffusa alle emozioni, alle relazioni, all’introspezione che promuova l’emersione dei sentimenti profondi dei bambini

Favorire esperienze di cittadinanza attiva e solidale

Documentare il percorso con tutti gli strumenti possibili: studi scientifici, comunità virtuali, prodotti audiovisivi in modo che siano consultabili da altre scuole e città

I luoghi della città e del territorio teatri delle ricorrenti uscite dalla “base” sono quelli delle esperienze educative, anche incidentali, oltre che organizzate senza rigidezze. L’orto botanico, l’azienda agricola, la bottega, la piazza, la strada, la spiaggia. La natura, gli spazi urbani, gli edifici emergenti sono le scene dove si svolgono le ricerche, le scoperte attraverso le attività non in modo occasionale ma continuo e integrato in tutto il percorso educativo. La vita caratterizza la pedagogia stessa e in qualche modo la supera, come direbbe Colin Ward, con l’esperienza prima che con l’astrazione, provocando gli choc educativi che inducono curiosità, osservazione, ritenzione e solido apprendimento. Questi bambini sicuramente avranno “anticorpi” potenti ed efficaci per resistere da ragazzi e adolescenti anche a certe perniciose influenze presenti durante il loro percorso scolastico futuro.

Durante gli incontri di formazione dedicati ai temi dell’educazione siamo venuti a conoscenza di tante esperienze fuori dal coro, magari più timide ma da ritenere comunque decisamente affini quando non esplicitamente ispirate all’educazione diffusa. Far conoscere e diffondere quanto più possibile queste esperienze sparse per l’Italia e a volte nascoste al grande pubblico e farle dialogare tra loro è di vitale importanza per sensibilizzare le persone e i gruppi verso un’idea sicuramente più libera ed efficace di educazione, anche allo scopo di organizzare, dopo i tanti incontri in giro per l’Italia, nuovi eventi ricchi di testimonianze e racconti approfittando anche dell’imminente uscita di un testo sul “sistema dell’educazione diffusa”. Tutte le iniziative citate rappresentano infatti le eccezionali avanguardie di un progetto che varrebbe la pena mettere in rete ed estendere per quanto possibile in forma sperimentale nella cosiddetta scuola pubblica (utilizzando anche le strade offerte dalle norme poco e malamente utilizzate sull’autonomia didattica e organizzativa delle scuole nella loro attuale configurazione). Non sono pochi i territori educativi che si sono già coraggiosamente messi in gioco.

[Giuseppe Campagnoli]

 

Il racconto delle maestre.

Nel cuore della città di Cagliari, dove i quartieri Marina e Stampace si incontrano, sorge la Scuola Satta. L’edificio, risalente al 1904, è imponente, austero, non si può guardarlo per intero senza volgere lo sguardo al cielo. Dietro le finestre, il suo cuore che batte, le tante generazioni di studenti che da più di un secolo popolano le sue aule. Un pezzo di quel cuore è la scuola pubblica dell’infanzia, istituita ventitré anni fa, che ospita più di centocinquanta bambini, dai tre ai sei anni, di diverse etnie, un preziosissimo mosaico frutto della politica di inclusione che la scuola porta avanti felicemente da decenni. È in questo variopinto contesto che è nata e vive la Scuola elfica per opera di un manipolo di maestre eroiche, di cui faccio orgogliosamente parte, artefici di una proposta rivoluzionaria: portare la scuola fuori dalle aule, a contatto con la vita di ogni giorno nella convinzione che la società più che gli edifici scolastici sia l’ambiente adatto per l’apprendimento, che le esperienze debbano essere ricche, intense e appassionanti e il più possibile trovare compimento nella realtà. L’inizio di questa meravigliosa avventura risale a cinque anni fa, quando, ispirandoci ai nuovi modelli educativi che si stanno diffondendo in tutta Europa e a seguito di un accordo con l’associazione Punti di vista, partecipammo al progetto Scuola degli elfi (da qui il nome Scuola elfica) affiancandoci in otto uscite didattiche sul territorio. Per la prima volta, visitando parchi, boschi e spiagge, abbiamo sperimentato la didattica in natura e i benefici di fare scuola all’aperto, per la prima volta abbiamo assaporato il piacere di fare scuola oltre le mura vivendo il mondo e non guardandolo da dietro i vetri delle finestre delle nostre aule, per la prima volta ci è sembrato di aver realmente investito sulla felicità dei nostri piccoli. Dall’anno scolastico successivo, questa esperienza è diventata sistematica. Abbiamo creato un raccordo col territorio, convenzioni con orti e parchi; accordi con enti pubblici, privati e aziende; abbiamo stipulato un Patto con le famiglie che ci hanno garantito il loro pieno sostegno e stanno contribuendo in maniera fondamentale alla realizzazione di questo progetto: portare la scuola fuori dalle aule e dentro la società, rendendo i nostri piccoli alunni protagonisti attivi del proprio apprendimento, soggetti che osservano, che contribuiscono, che partecipano, che offrono la loro creatività, la loro intelligenza e la loro fantasia per migliorare la vita sociale, che la colorano, la impregnano della loro vivacità e del loro colore, della loro sensibilità e della loro freschezza e spontaneità. La scuola elfica è dunque un progetto di “scuola diffusa” che si pone quale alternativa all’istituzione scolastica tradizionale. All’apprendimento della scuola d’aula, mira ad affiancare un apprendimento realizzato con esperienze concrete da rielaborare e condividere rimettendo bambini e bambine in circolazione nella società che, a sua volta, assume in maniera diffusa il suo ruolo educativo e formativo. La scuola elfica aiuta i bambini a trovare nel quartiere, nel territorio e nella città i luoghi, le opportunità, le attività nelle quali partecipare attivamente per offrire il proprio contributo alla società trasformando il territorio in una grande risorsa.

Il progetto nasce altresì dal desiderio di poter far vivere i benefici del vivere in natura, valorizzando tali esperienze in qualità di momenti di crescita personale e di gruppo, ricchi di concetti e metafore riconducibili alle tematiche e agli argomenti svolti in sezione attraverso la didattica esperienziale all’aria aperta, una metodica capace di coadiuvare e valorizzare i programmi tradizionali della scuola. Grazie alla grande ricchezza di stimoli e sensazioni, essere educati nella natura è fonte di innumerevoli benefici per i bambini, sia dal punto di vista fisico sia dello sviluppo cognitivo e psicologico. Ma la scuola elfica si gioca anche dentro le aule, ambienti accoglienti, caldi, colorati che abbiamo adattato ai corpi dinamici dei bambini e delle bambine, una base dove riunirsi per partire, per poi rivedersi per condividere, rielaborare e approfondire, sono le nostre tane, quelle in cui ci rifugiamo, riflettiamo, ci sentiamo protetti, perché “l’elfitudine” non è solo un modo alternativo di fare scuola, è una filosofia, un modo di intendere l’educazione e la formazione dei bambini che mira a creare piccoli cittadini autonomia, che offre ai bambini la possibilità di confrontarsi con il mondo circostante, permette loro di acquisire maggior responsabilità e la possibilità di conoscere meglio sé stessi. Attraverso l’ampliamento del raggio delle proprie attività, i bambini possono sperimentare contesti relazionali nuovi e sono sempre chiamati a dare prova di sé e delle proprie abilità e competenze e del proprio livello di autonomia. È a partire dalla rinnovata presenza dei bambini nei nostri spazi comuni, e non più solo confinati in luoghi fittizi e separati, che il mondo può diventare di nuovo organico, affettivo, a misura di tutti. Attraverso il progetto elfico, la scuola finalmente esce dall’aula, entra in società per far parte di una vera comunità educante. Il ruolo di noi maestre è quello di osservatrici che, quando serve, intervengono come mediatrici e accompagnatrici che mettono a disposizione dei bambini le informazioni e le esperienze che possiedono. Siamo “basi sicure”, un riferimento a cui tornare e a cui rivolgersi quando i bambini e le bambine ne hanno bisogno. Il modo di interagire con i bambini non può quindi essere direttivo, ma deve instaurare un dialogo continuo in cui una parte impara dall’altra.

E i risultati? Li vedi dagli occhi dei bambini, dall’entusiasmo per un’esperienza nuova, dalla gioia per una nuova conquista; li vedi dagli sguardi dei genitori che ti affidano con fiducia il loro bene più prezioso in virtù di quel patto sotteso che la scuola elfica esige, di quella condivisione di intenti, in quel rispetto dei ruoli equamente importanti per la crescita armonica dei nostri bimbi. Questa è la nostra scommessa, ciò per cui lottiamo ogni giorno nella perfetta convinzione che la scuola elfica stia fornendo un validissimo contributo alla “FIL” (Felicità intera lorda).

[Maestra Cicci Della Calce]

Ho modificato molte volte il mio modo di insegnare, ma la svolta maggiore è avvenuta cinque anni fa, quando nella scuola Satta abbiamo iniziato, in maniera sperimentale, l’avventura elfica e ci siamo cimentati in una modalità differente di fare scuola. All’inizio non è stato facile. L’abitudine ad avere tutto esattamente sotto controllo è dura a morire. Poi in realtà ho scoperto che, con i dovuti modi, condurre i bambini nelle loro esperienze, lasciandogli il giusto spazio, è la carta vincente. Sanno sorprenderci, se diamo loro fiducia, se li rendiamo indipendenti, e in grado di gestire i propri bisogni e le proprie esigenze. Ho imparato a lasciare ai bimbi la libertà di provare, di osare, stando distante, ma non troppo, vicina, ma non troppo, presente, ma non troppo. Ed è stato un successo. Anche nella didattica ho cambiato atteggiamenti: via le schede e i lavori preconfezionati, spazio aperto alla creatività, indirizzando dove occorre, e dando spunti, appassionando e interessando, scoprendo che ai bambini e alle bambine si può veramente insegnare di tutto, se si insegna divertendo.

[maestra Stefania Piras

Una scuola di tutti. Giuseppe Campagnoli.2022

Che cosa sarebbe una scuola pubblica con l’educazione diffusa?

La scuola “pubblica”. Tanti se ne riempiono la bocca. Ma non era pubblica anche la scuola di Gabrio Casati e Giovanni Gentile? Non lo era quella sovietica o non lo sono quelleconfessionali degli stati islamici o della Cina neocapitalista? O quella stunitense negletta e ghettizzata a favore dell’istruzione privata costosa ed elitaria? Pubblico non vuol dire di per sé libertà e garanzia di educazione autonoma e non asservita al potere. Non siamo ipocriti. Una società educante e diffusa è una via per libere scelte anche collettive in assenza di coercizione, controllo, competizione, classificazione, classismo ed esclusione, attraverso il superamento delle istruzioni, delle formazioni, degli addestramenti, del “dressement”, delle cento educazioni, prime tra tutte l’educazione formale, informale e non formale . Il pubblico spesso è un falso mito come la meritocrazia e spesso non è né democratico né fondato sulla libertà di apprendere. Rammento le fatidiche questioni di Giancarlo De Carlo nel lontano1969: È veramente necessario che nella società contemporanea le attività educative siano organizzate in una stabile e codificata istituzione?

Insomma, le attività educative debbono per forza essere collocate in edifici progettati e costruiti appositamente per quello scopo?

Se pubblico significa libertà di insegnamento e apprendimento (cosa, dove, come e con chi) nel rispetto di una Costituzione dove “l’obbedienza non è una virtù” e l’obbligo diventa garanzia di un diritto, allora usiamo pure l’aggettivo pubblico. Un’alternativa dunque c’è. Una società educante che non è privata e individualista o peggio ispirata al liberalesimo e al liberismo ma che si avvalesse del concorso (anche economico) della collettività e che fosse autonoma rispetto ai governi che passano e ai poteri finanziari. Esperienze rivoluzionarie tentate nel pubblico sono spesso svilite da avvilenti strascichi burocratici e persecutori cui abbiamo spesso assistito non danno un’immagine edificante del sistema pubblico statale. È non è l’unico esempio. La fuga crescente di cittadini anche verso forme “educative” che sono discutibili, elitarie, ghettizzanti e spurie è un segnale di tutto questo. Ostacolare le sperimentazioni di radicale e necessario cambiamento nella scuola statale o in prospettiva di un superamento di “questa scuola pubblica” è un errore che farà crescere l’evasione verso ilprivato.

L’educazione diffusa ha solidi riferimenti che vanno da Charles Fourier a Maria Montessori, da Célestin Freinet a Ivan Illich, da Paulo Freire a Lorenzo Milani… che nei loro aspetti realisticamente e modernamente rivoluzionari (a parte i mille rivoli di discutibili epigoni) hanno tantissimo in comune e potrebbero costituire un repertorio da sperimentare senza dispersioni e separazioni corporative nella obsoleta scuola delle istituzioni per cambiarla radicalmente.

Per difendere veramente la “scuola pubblica” occorre superarla e rifondarla radicalmente, magari anche dall’interno e tutti insieme con un’idea rivoluzionaria di educazione. Importante è tutto il campo, non tanti orticelli autoreferenziali. Ma i “talebani” dei dogmi pedagogici si moltiplicano anche nella sedicente sinistra e pure, ahinoi, tra molti nostri ex compagni di viaggio che hanno preso altre strade e non perdono occasione per rinnegare, a volte subliminalmente, la strada fatta insieme, pur avendo ben predicato nel sottoscrivere e condividere il nostro Manifesto.Comodità? Tornaconto? Un po’ di viltà? Non saprei. Fatto sta che gruppi e gruppuscoli di aggregano, si alimentano, si alleano in difesa di una scuola che pubblica non è mai stata veramente e che non va migliorata o innovata ma decisamente oltrepassata.

A volte un edificio obsolescente va abbattuto magari con la tecnica del “cuci e scuci” per ricostruire tanti luoghi educanti più accoglienti, liberi e comunque collettivi e patrimonio di tutta la società. Confesso di essere un po’ deluso e amareggiato ma non scoraggiato. No. Darò ancora tutto ciò che posso della mia esperienza per il fine dell’educazione diffusa. Sempre gratis et amore naturae (non solo quella dei boschi!) “Ceux qui pensent que c’est impossible sont priés de ne pas déranger ceux qui essaient…”.

La città educante. Intervista di Comune-info a Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli. 2022

 I bambini e le bambine, con le loro attitudini e i loro desideri, limiti e talenti, i loro corpi e il loro modo di scoprire il mondo attraverso il gioco, possono contribuire alla vita di una comunità, in particolare nei contesti urbani? In che modo?

[Giuseppe Campagnoli] La vita urbana se è privata di alcune sue componenti vitali, cioè anziani, bambini e ragazzi, e si svilisce e si trasforma sempre più in uno scenario vuoto e caratterizzato da “segregazioni” generazionali e non solo. Il concetto di zonizzazione, inventato per dividere le città funzionalmente, oggi pare diventato totale. Il contesto urbano, sia esso centro storico che periferia, oggi resta un non luogo. Se ci fosse relazione esperienziale continua tra chi abita, chi lavora e chi sta crescendo nell’apprendere, in un teatro dei luoghi rivalutati o trasformati in modo partecipato, magari anche attraverso giochi attivi e creativi, le periferie nonsarebbero più tali e i centri storici non resterebbero spazi suddivisi tra mercanti, banche e invasioni di turismo insostenibile. Se le imprese, i teatri, i quartieri, le piazze, gli ateliers, le botteghe e tanti altri spazi, magari ri- costruiti in un grande gioco partecipativo – come suggeriva Giancarlo De Carlo in un testo del 1969, La città come esperienza educativa -, diventassero luoghi di apprendimento e di incontro tra persone di tutte le età e di ogni provenienza, ciascuno potrebbe essere attore, spettatore, educatore ed educando, creatore e realizzatore insieme, anche con lo strumento del gioco che. come si sa. dovrebbe investire tutti in ogni momentodella vita. Tolstoj fece un grande elogio della vita urbana elevandola ad educatrice dei giovani e degli adulti forse meglio della vita rurale. Se bambini e ragazzi insieme agli adulti e agli anziani non contribuissero partecipando, come in un grande gioco dell’oca di scoperte, di prove, di simulazioni, di esplorazioni, ad esperienze esistenziali, continuamente, durante tutta la giornata, mancherebbe, come in effetti manca, una gran parte dell’essenza vera della città che, come sta già avvenendo, si atrofizzerebbe ancor di più in ogni sua parte. Un’educazione diffusa nella città incrementerebbe, nella sua fase sperimentale, in rete tra la scuola o le associazionieducative organizzate, e i diversi soggetti del territorio – dai comitati di quartiere ai centri sociali e centri anziani, dai musei ai teatri… – il contributo attivo e a tempo pieno alla collettività. Mi viene in mente una riflessione scritta da Silvano Agosti nella prefazione del libro Educazione diffusa: “L’Essere Umano andrebbe lasciato in pace nel territorio di crescita che la natura gli offre e lasciato libero nella pratica completa e totale del Gioco. Sì, sempre a parere strettamente personale, il solo desiderio di ogni Essere che viene al mondo, per ora dalla nascita fino ai cinque anni di età, è unicamente quello di giocare, giocare e giocare. Naturalmente se nell’infanzia i giochi saranno semplici, già dalla prima adolescenza ogni essere umano fruirà dei vari linguaggi creativi che traggono origine dal gioco ovvero la pittura, la danza, la musica, la letteratura, la recitazione, il cinema etc. come voi stessi proponete nel vostro progetto educazione diffusa. Importante è che ognuno scopra la propria unica, rara e irripetibile creatività finora completamente estinta da qualsiasi esperienza scolastica”, e non solo aggiungerei.

[Paolo Mottana] Ritengo da tempo che uno dei peggiori misfatti della nostra civiltà consista nell’aver fatto sparire i bambini e gli adolescenti dalla città e dai territori rinchiudendoli nelle scuole e nella case a fare i compiti per la maggior parte del loro tempo. Da un lato questa è un’imposizione che confligge con la naturale predisposizione dei più piccoli a muoversi, a curiosare, a esplorare e a vivere esperienze attraverso il loro corpo nel proprio territorio. Dall’altro priva tutti noi di una presenza vivace, colorata, spontanea, creativa, ludica e affettuosa di cui abbiamo bisogno come il pane. La presenza dei corpi e dei volti dei bambini nel mondo sarebbe una terapia per molti mali. Primo, il male di stare rinchiusi e immobili che una civiltà malata ha concepito per loro ma dall’altra anche la possibilità di vivere con loro una comunicazione, una convivenza, un gusto d’infanzia che per tutti noi, soggetti al lavoro e all’affaccendamento, potrebbe essere uno stimolo a ricomporre le nostre parti calcolatrici e strumentali con una sensibilità diffusa, ludica appunto ma anche semplicemente curiosa e emozionata. Bambini che giocano, bambini che domandano, bambini che intrattengono, bambini che partecipano e collaborano, come nella prospettiva dell’educazione diffusa che da anni sostengo con Giuseppe Campagnoli, sarebbero un’occasione straordinaria per ripensare il nostro modo di stare nel mondo.

Di certo grandi e piccoli, nelle città hanno molto bisogno di rallentare, di imparare a vivere la passione del qui e ora. La pandemia e la crisi climatica non sembrano per ora aver messo in discussione l’ossessione della velocità e del fare… Quale idea di tempo può aiutare a ripensare il rapporto dei bambini con la città?

[GC] Per riportare la vita urbana a una tempistica coerente con l’essenza della città che dovrebbe crescere e trasformarsi per lentezza e meditazione, senza i diktat dell’urbanistica e dell’architettura frenetiche e mercantili, bisognerebbe rivalutare il “tempo perso”, quello dei ritmi lenti, della curiosità e della creatività, della noia, della ricerca dell’esperienza, dell’apprendimento per choc educativi, rispetto al “tempo speso bene” della corsa ad ostacoli, della competizione, della misurazione, della meritocrazia. Le emergenze, spesso create o implementate ad arte, pare abbiano, contro ogni logica anche solo di buon senso, messo il turbo a tutte le attività inuna accelerazione a spingerle verso obiettivi sempre più numerosi e sempre più utilitaristici e a vantaggio di pochi. Le città e le metropoli ne sono la spia più evidente, specie se confrontate con i ritmi, per fortuna ancora decisamente più lenti, di piccole entità urbane, borghi e paesi. Anche il rapporto degli anziani con le città è estremamente distorto come quello di bambini e ragazzi. Imporre collettivamente un drastico rallentamento in ogni attività e in ogni luogo sarebbe già un bel punto di partenza. L’idea del tempo che “fugit irreparabile” deve essere domata dalle persone perché comincino a muoversi e a fare insieme a ritmi distesi e coordinati traeducazione, lavoro, gioco e scoperta. Si può ripensare in sinergia – magari simulando e sperimentando in rete – un insieme lento e disteso di tempo-scuola, tempo- casa, tempo-lavoro e tempo libero permeandoli di quella noia giocosa e di quel fare d’esperienza proprie di quell’educazione tesa a una intera città educante fatta non solo di luoghi ma di persone, attività, movimento, occasioni diffuse di apprendimento il tutto rigorosamente lento pede.

 

[PM] Sicuramente le nostre città, nel tempo, si sono dimenticate di molti dei propri cittadini. Sono cresciute solo per ospitare il lavoro, le merci e i grandi palazzi dormitorio. In esse possono circolare soltanto gli adulti e i mezzi di trasporto sempre più veloci e pericolosi. I borghi e le città fino a qualche decennio fa ancora rigate dallo sfrecciare dei bambini e degli adolescenti sulle loro biciclette, sui loro pattini, o semplicemente a piedi, i crocchi di adolescenti o di anziani, le scorribande di ragazzini, i giochi in strada, sono stati cancellati per fare spazio solo ai flussi di merci, di cui gli uomini ormai sono pienamente parte. Il tempo di vivere si è trasformato in tempo del profitto. Ricostruire i territori con l’attenzione necessaria a ospitare di nuovo tutti questi segmenti sociali rinchiusi significherebbe restituire vita e piacere ai contesti urbani. Significherebbe obbligare un po’ tutti a rallentare e intensificare il proprio tempo di vita. Anzitutto con una ciclopedonalizzazione diffusa e sicura, non certo disegnando qualche linea tratteggiata gialla ai margini delle corsie stradali senza protezione, con l’invenzione di percorsi, di ponticelli pedonali e ciclabili, con l’impedimento al traffico ovunque possibile per restituire ai ragazzi e ai bambini luoghi di gioco e di libera socialità, giardini atelier, dove studiare, creare, incontrarsi, piazze e parchi dove fermarsi e riposare senza il fracasso dei mezzi di trasporto, oasi vere e proprie che permettano a tutti di vivere insieme e non segregati nei parchi gioco poco più grandi degli spazi riservati ai cani. Questa sarebbe la città viva, con i suoi tempi differenziati, dove poi le infinite possibilità di esperienza venissero organizzate per renderla anche educante.

È giusto considerare la strada prima di tutto come luogo degli incontri, delle sorprese e delle scoperte?

[GC] Scrive Colin Ward in L’educazione incidentale:“Quando Charles Dickens camminava lungo le strade di Camden Town per andare a lavorare in una fabbrica di lucido da scarpe, la passeggiata era un costante imbattersi ogni sorta di luoghi e di esseri umani…”. Generazioni intere nel passato hanno avuto una parte dell’educazione per strada. Io stesso lo ricordo fino agli inizi degli anni Settanta. La giornata era suddivisa tra sei ore a scuola, tre a casa e fino a sei per strada, piazza, cortile. La città nel tempo si è liberata della funzione indispensabile che avevano le strade urbane, specialmente nelle metropoli e quindi si è privata della libertà stessa della città per quell’ordine atto a mantenere tutto e tutti una sorta di mixer tra sicurezza, controllo e organizzazione tassative. La strada non è solo un percorso e un tragitto strumentale. La strada è un luogo della ricerca e della scoperta, è parte della spina dorsale di una città che è organismo vivente dialogante con chi la vive, come ha spiegato Aldo Rossi, in ogni sua parte finché resta viva e non si trasforma in una sommatoria di opifici del danaro e del potere connessi da vie indifferenti e meramente funzionali. Da qui la sua libertà che consiste nel superamento della convinzione degli adulti a controllare, dirigere e limitare il libero fluire della vita organizzando spazi a senso unico senza alcun grado di libertà. Il gioco una volta affrancati certi spazi aperti “connettivi” e collettivi come le strade, le piazze, i cortili diventa protesta, esplorazione e pretesto di rianimazione e trasformazione. Se i bambini e i ragazzi scelgono per il gioco proprio quegli spazi che ci appaiono più provocatori e meno “sicuri” è segno che il gioco è esso stesso protesta ed esplorazione insieme oltre che crescita. Oggi occorre trasformare la strada radicalmente o riappropriarsene partendo dal basso per restituirle il fantastico ruolo di vita e non di semplice passaggio da un punto a unaltro della città. Lo stesso dicasi per piazze, cortili, spiazzi, larghi e radure. Inventandosi incontri, flash mobs, eventi, gare senza premi e senza competizione ma piene di “dietro l’angolo” e oltre le regole imposte. Ho visto poco tempo fa ridisegnati in una via di un arrondissement a Parigi che ho ritrovato come esperimenti anche in diverse nostre città, i giochi che una volta erano strumenti di divertimento per bambini e ragazzi: la campana, la lippa, le biglie… L’importante è che non siano occasionali ma, se possibile, integrati con nuove invenzioni in una accezione di spazi riappropriati tra esperienze e chocs educativi, giochicooperativi senza competizioni, creatività di strada.

Screenshot

[PM] La strada è un vettore di comunicazione sociale, un tracciato per congiungere paesi, persone, luoghi. Non può essere solo la lacerazione del territorio, capace a volte di scindere quartieri, villaggi e città, a fini di commercio abitata dal tumulto dei mezzi di trasporto sempre più grossi e rumorosi. Occorre tornare nella strada, come diceva Gaber, per restituirla alla sua funzione vitale di spazio di incontro, conversazione, gioco, ristorazione all’aperto, in modo da rivendicarne il carattere di cuore sociale e affettivo della comunità.

Il piacere di giocare, di creare, di stare da soli ma anche con gli altri è legato alla possibilità di abitare ogni giorno piazze, cortili, strade, porticati, spiagge, boschi, parchi ma anche botteghe, mercati, bar, officine… Quale educazione diffusa occorre promuovere in tanti modi diversi in questo tempo difficile?

[GC] Occorre promuovere quella educazione che noi chiamiamo diffusa, e che è una sola e totale, ben rappresentata per esempio anche in un gioco di personaggi e di situazioni nella Commedia della città educante dove la storia di un’idea contrastata racconta semplicemente anche che cosa si potrebbe fare, come, dove e con chi, magari oltrepassando le burocrazie, le ambiguità di finte innovazioni e la confusione attuale di troppe proposte spurie in campo educativo. Non solo boschi, prati e radure, non solo all’aperto. Tutta la città e il territorio sono luoghi di per sé educanti. Pochi adattamenti volendo, solo volendo, garantirebbero libertà, esperienze efficaci e apprendimenti diffusi oltre che la tutela della salute di tutti, lavorando per piccolissimi gruppi in luoghi significativi, educanti aperti o protetti ma ampi. Non vi è un momento storico migliore di questo per sperimentare e mettere alla prova opportunità che si possono rinvenire anche nelle pieghe dell’autonomia scolastica, troppo parzialmente praticata nelle sue chances innovative. Abbiamo spesso detto e scritto come si potrebbe fare, abbiamo seguito esperimenti che si sono rivelati virtuosamente efficaci. L’ultima fatica, del mio amico Paolo Mottana rappresenteràconcretamente l’idea di un sistema dell’educazione diffusa da promuovere e sperimentare perché ricomprende tutto ciò che è sul tappeto: il gioco, la città e i suoi luoghi e passaggi, le persone, i tempi, in una accezione di società educante. Una città educante, che comprende senza meno il gioco in tutte le sue aree d’esperienza, potrebbe concretizzarsi con esperimenti in contesti pubblici e privati, anche un po’ da carbonari. Così si comincerebbe a superare la separazione che la città ha subìto dopo il medioevo, soprattutto a partire dall’industrializzazione quando ha recintato, non solo idealmente, aree funzionali separate per il lavoro, la cura, la residenza e l’istruzione. Tale separazione potrà essere risolta riunendo vari ambiti e magari integrandoli nell’”abitare”, ogni giorno, mischiandosi, tutti i luoghi possibili.

[PM] Per me l’educazione diffusa è l’unico modo di ripensare seriamente l’educazione avendo in vista la vita dei bambini e dei ragazzi e non mete sociali spesso manipolate dagli interessi dei gruppi di potere che governano la nostra società. Occorre restituire ai bambini e ai ragazzi il piacere e il gusto di crescere insieme a tutti gli altri, in un reticolo di esperienze intense che solo la realtà concreta della vita sociale può offrire. Bambini che si muovono liberi nel territorio, adolescenti che offrono servizi, che lavorano per assaporare l’esperienza di rendersi utili e di produrre qualcosa che a loro interessi, bambini e ragazzi che abitano il mondo con il loro sguardo acuto, attento, sensibile, in grado di prendersi cura dei luoghi pubblici, della natura, che si esprimano in situazioni sociali con i loro talenti, facendo e fruendo di teatro, musica, danza, arte. Dobbiamo riaccogliere questo popolo bello, vivo, pieno di energia perché ci aiuti a ritrovare il senso di abitare poeticamente il mondo ma anche il gusto di aiutarli, ognuno per come può, a individuare le loro vocazioni, le loro forme di espressione, il loro sentiero.

Per quanto sia difficile e limitato, cosa possono fare gli insegnanti per cominciare a proporre esperienze di educazione diffusa e il gioco come dimensione privilegiata di esplorazione della città?

 

[GC] Molti insegnanti lo stanno già facendo in alcune esperienze eccezionali di messa in campo di aspetti dell’educazione diffusa. Loro potrebbero raccontare cosa si può fare fin da ora soprattutto in relazione con la città e il territorio. Da Cagliari, a Pisa a Gubbio arrivano le testimonianze di come la città riprenderebbe lentamente la sua vita attraverso le esperienze di educazione diffusa impregnate di gioco, di movimento, di corpi, di apprendimento incidentale e non solo. Il gioco dà l’impulso a trasformazioni di grande impatto rispetto alla mera istruzione, perché propone in ambito educativo un’ azione nell’area dell’immaginazione e della curiosità riscoprendo anche il nesso profondo a volte separato a forza tra mente, corpo e ambiente e anche tra le persone e la città non più passiva. Anche la scuola stessa attuale, in una fase transitoria per riscattarsi e trasformarsi radicalmente, potrebbe porsi come mentore complesso nelle iniziative sociali ed educative di ogni parte di città e territorio. Molti di fatto già chiamano tutto questo, a volte magari anche con una certa approssimazione, sul piano pedagogico e del disegno urbano, educazione diffusa. Anche in questa idea di educazione è importante il ruolo dell’architettura che è la scena fissa delle vicende dell’uomo, carica disentimenti, di generazioni, di eventi pubblici, di “fatti nuovi e antichi” come scriveva il mio mentore Aldo Rossi nella sua visione collettiva della città come locus di memoria, di cultura viva e, in definitiva, anche di gioco.

[PM] Gli insegnanti debbono piano piano sbarazzarsi della “scuola interna”, e cioè l’idea fallace che si impari attraverso la scuola, quella scuola fatta di saperi astratti, banchi immobili, verifiche e di valutazioni. Sconfiggere quella scuola è la cosa più difficile. Comincino a uscire, con i loro allievi, assicurandosi che i genitori accordino loro il permesso di portarli in giro senza rischiare provvedimenti troppo gravi se succede qualche piccolo incidente. Comincino a vivere insieme a loro il mondo, dimenticando le esigenze arroganti dei curricoli ma semplicemente godendo il piacere di stare insieme ai bambini e ai ragazzi nella natura, nei campi da gioco, negliatelier di pittura, in una sala da ballo, in un cortile. Progressivamente intuendo e praticando possibili esperienze da fare con le persone che vivono nel mondo e insieme ai più piccoli, chiamandoli anche a partecipare e collaborare, dall’artigiano, dal panettiere, dal giostraio, al circo, nel laboratorio di riparazioni delle biciclette, istituendo squadre di pulizia dei giardini e delle strade, partecipando alla vita di una fattoria, allestendo piccole fioriere, coltivando orti, suonando e cantando e ballando per strada, coinvolgendo in giochi, in cacce al tesoro, semplicemente consentendo ai bambini e ai ragazzi di sprigionare la loro energia e il loro affetto versogli altri. Tutto questo richiede tempo, energia, programmazione, organizzazione, quella appunto contenuta nei diversi testi dedicati all’educazione diffusa da Giuseppe Campagnoli e da me. Non è per niente difficile ed è incredibilmente rigenerante, specie se si è stufi di fare i vigilanti della disciplina in classe. Ma la prima cosa da fare è mettere in discussione quell’idea malsana, per sé e per i bambini, che la scuola in quella forma possa essere la soluzione per crescere e divenire, se possibile, ciò che si è. L’educazione avviene fuori, a contatto con l’immenso repertorio di persone, di luoghi, di esperienze, di attività, belle e brutte, buone e cattive, che il mondo offre per crescere, accompagnati ovviamente da qualcuno che sappia comprendere, proteggere, sostenere e incoraggiare questa grande avventura.

Ordinanze sul decoro contro il gioco libero. Giochi nei parchi tutti uguali, pensati per le paure degli adulti. Ma anche giochi dominati da tecnologie, deliri di competitività e profitti… Cosa possono fare genitori, educatori, amministratori locali, dirigenti scolastici… per cambiare l’ordine delle cose?

 

[GC] Se il gioco è e deve essere un’attività scelta in modo libero da bambini, ragazzi come anche adulti e non viziata dal dominio del mercato, della tecnocrazia o dalle paranoie di una burocrazia securitaria, è necessaria un’alleanza sempre più stretta, senza dispersioni o competizioni esibizioniste, verso una società educante, tra tutti gli attori possibili in una alleanza dove la creatività e l’attitudine critica siano i mezzi e i fini fondamentali dentro una scena che è sempre la città tutta e i suoi territori. Ribellarsi affinché la città e le sue parti non diventino altrettanti recinti è fondamentale, considerato anche che la città stessa può mettersi in giococome entità vivente che suggerisce, a saperla leggere, ai suoi abitanti come trasformarsi e crescere magari non ad libitum, per non divenire il famigerato feticcio urbano di Mitscherlich che è una sommatoria di monumenti, di luoghi per recludere, speculare, sfruttare e istigare alla violenza. L’unica strada è pertanto ribellarsi agendo per mettere in pratica prove ed esperimenti nei territori urbani o rurali che siano. Si può partire dai condomini, dalle insulae, dai quartieri e insieme alle istituzioni volonterose e coraggiose, fondare gruppi di progettazione, trasformazione e gestione degli spazi per il gioco totale, dalle piazze, ai giardini, ai parchi, alle strade,alle corti. Se ne possono adottare il più possibile, di spazi pubblici e privati, in forma di cooperativa sana o di gruppi di volontariato, per costruire una rete di eduluoghi e di ludoluoghi connessi dalle linee sostenibili di vie riservate al camminare, al pedalare, al muoversi in modo compatibile. Ricordo con nostalgia un esperimento cui partecipai quando in una unica occasione da “uno e trino “ (preside, assessore e architetto) nell’ambito di un progetto denominato Ascanio, alla fine degli anni Novanta, spingemmo bambini, maestri, studenti di un istituto d’arte e amministrazione comunale a progettare, realizzare e gestire uno spazioverde polifunzionale, un giardino per giochi e non solo che da una scuola materna sfondò i recinti verso la città. Purtroppo spesso quando cambiano i governi, anche delle città e dei paesi, è difficile difendere e mantenere anche quello che di virtuoso si è costruito. Quanto ai ludoluoghi virtuali degli schermi e degli screen, dove il gioco spesso è alienante quando non aberrante, occorrerebbe uno sforzo tra insegnanti, politica, educatori e famiglie per ricondurre le trajet virtuel che ormai sta permeando tutta la nostra vita in modo quasi esclusivo, al trajet rèel, il viaggio e lo spazio non solo immaginario ma anche fisico e sensuale per giocarecon le persone e le cose usando tutti i sensi, magari insieme, per una volta. Con l’educazione diffusa questo potrebbe avverarsi.

[Intervista di Gianluca Carmosino]

L’Éducation diffuse et la ville éducatrice.Giuseppe Campagnoli 2021

Versione italiana. 2024

L’educazione diffusa e la città educante (anteprima italiana)

Per la prima volta in lingua italiana, Pedagogika pubblica la versione integrale del saggio di Giuseppe Campagnoli, “L’éducation diffuse et la contre-éducation[1], apparso sulla rivista Le Télémaque (n. 60 2021-22) dell’Università di Caen. Cosa si intende per educazione diffusa? In che senso esiste una controeducazione? Il testo che segue è un abstract redatto dall’Autore appositamente per la nostra rivista. Cliccando sul qr code si può accedere al testo integrale. L’idea dell’educazione diffusa diffusa trae origine dal concetto di controeducazione che interpolata con l’esigenza di non lasciare tutto al caso si traduce nell’ educazione diffusa “guidata” da mentori e maestri, magari anche in una istituzione autonoma e libera. La rivoluzione contempla la destrutturazione del sistema di istruzione verso un sistema educativo che propone aree di esperienza, diversi luoghi educativi nella città e nel territorio, tanti insegnanti ed esperti e il superamento delle materie, dei voti, dei compiti, degli esami, delle “didattiche”, della misurazione, classificazione e selezione così come la conosciamo. La controeducazione quindi è la linea guida del progetto insieme all’ultra architettura, un insieme di interventi collettivi nel territorio, di recupero di centri storici e periferie, di valorizzazione dell’esistente per attribuire un’accezione educante a città e territori. Nel saggio si delinea un percorso virtuale (principi teorici) e reale (esperienze d’avanguardia) attraverso dissertazioni sui concetti di controeducazione, ultrarchitettura, educazione diffusa, città educante, tesi alla realizzazione di un intero sistema educativo pubblico alternativo. Occorre andare molto oltre lo sforzo, oggi limitato e sporadico in forme di bricolages pedagogici, di aprire la scuola al mondo, creando un rapporto nuovo con la città e il territorio per pensare a un’educazione che sia in grado di trasformare spazi e manufatti urbani in portali, basi, aule diffuse: una rete di ambiti educanti fondati sulle aree esperienziali proprie del sistema di apprendimento dell’educazione diffusa. Il percorso tra Charles Fourier, Hillmann, Ivan Illich, Freinet, Ferrière, Maria Montessori, la scuola di Barbiana e infine anche Colin Ward, Aldo Rossi e Giancarlo de Carlo, per citarne solo alcuni, ha condotto a costruire un’idea attiva di educazione diffusa partendo dalla pubblicazione dell’omonimo Manifesto sottoscritto da tante personalità della cultura pedagogica italiana e non solo. Il Manifesto è stato pubblicato nel 2018 dalla rivista on line http://www.comune-info.net La frase emblematica citata all’inizio  nel Manifesto dell’educazione diffusa:“Mai più aule tra i muri e studenti che volgono lo sguardo teso alla fuga al di là dei vetri chiusi” è la proiezione verso un’educazione fondata su tante aree di esperienza e molteplici ubiqui chocs educativi, come li chiama Didier Moreau-professore all’università Parigi 8, nella presentazione del numero 49/2016 della rivista Le Télémaque: “L’éducation diffuse”, in una concezione ante litteram del termine da noi adottato qualche tempo prima.

Qui l’articolo completo in italiano: https://www.pedagogia.it/blog/2024/02/23/leducazione-diffusa-e-la-citta-educante-anteprima-italiana/campagnoli_2024_2_le-telemaque/

 

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