Tanto peggio tanto meglio

“Le riforme più insidiose non sono quelle strombazzate dalla propaganda ma quelle sottaciute.”

“Così ieri si è appreso che il governo di destra si sta muovendo per modificare alla base i programmi delle materie scolastiche che in realtà dal 2012 vengono definite linee guida del primo e secondo ciclo. Un testo fondamentale, alla cui stesura collaborano all’epoca noti luminari come Giancarlo Cerini ed Eraldo Affinati. E come al solito l’ennesima commissione con nomi che conosciamo bene dai tempi di Berlusconi, naturalmente riemersi.

A presiedere il coordinamento sarà Loredana Perla, docente di didattica e pedagogia speciale all’università degli studi di Bari, che tante volte è intervenuta sulla stampa a favore dei provvedimenti del Mim. Le idee della professoressa sull’istruzione sono chiaramente illustrate nel volume Insegnare L’Italia. Una proposta per la scuola dell’obbligo, che ha scritto a quattro mani con Ernesto Galli della Loggia (!!) Un libro premonitore perché i due autori si proponevano, come si legge sulla quarta di copertina, di «dare un significato nuovo al senso dei programmi di alcune materie d’insegnamento dei primi due cicli della scuola dell’obbligo e, forse, all’intero ambito dell’istruzione nel nostro Paese». Come? Affidandosi al concetto di «identità italiana», «un tema – scrivono i due – visto negli ultimi decenni con profonda diffidenza, soprattutto per ragioni ideologiche». Altri tre membri del comitato sarebbero emanazione del fidato consigliere di Valditara, Giuseppe Bertagna, anche lui pedagogo e tra gli artefici della riforma Moratti:

Francesco Emanuele Magni, esperto; Laura Sara Agrati, Università telematica Pegaso; Evelina Scaglia, Università di Bergamo. Quindi Paolo Calidoni, ateneo di Parma; Giuseppe Cappuccio, Palermo; Alessia Scarinci, Universitas Mercatorum; Viviana Vinci, Foggia; Massimiliano Costa, Ca’ Foscari di Venezia. Tutti pedagoghi, una coorte spesso invitata insieme nei convegni.” Da Il Manifesto del 4 Maggio 2024

Della serie: la “scuola” può solo peggiorare.

Noi sappiamo sicuramente cosa fare.

I segnali non sono affatto confortanti. La scuola pubblica, ora non più pubblica pare, ma solo meritocratica, in mano alla reazione di estrema destra (il peggio infatti non è mai morto) oltre a mettere paletti antidemocratici su diritti e libertà di insegnamento, potrebbe anche precludere più di oggi l’autonomia e la libertà di sperimentare in campo educativo e rafforzare i legami con la vita reale, i territori e la politica che è anch’essa un diritto in educazione. In tempo reale giunge la notizia terrifica dell’istituzione del Ministero dell’Istruzione e del Merito: che completa il quadro dell’addestrare e classificare, dividere per censo, fortuna e dispari opportunità. Il timore si fa grottesca e pericolosa realtà. 

Senza contare le idee mercantili rispetto all’istruzione che diventerebbe una orribile fiera, peggio di oggi, che andrebbe dalle paritarie, alle parentali alle sofistiche, spiritiste e occultiste, alle statali concesse di fatto al privato in una esasperazione di liberalizzazione educativa. 

Cosa potremmo fare allora noi dell’educazione diffusa e della città educante per anticipare il colpo se dovesse essere preclusa anche la strada della sperimentazione? Un’idea, che solo a prima vista parrebbe un po’ utopistica, non potrebbe essere quella di costruire percorsi autonomi, dal basso sia dentro che fuori dalla cosiddetta scuola pubblica (come ad esempio la scuola degli Elfi di Cagliari, o quella dell’Officina del fare e del sapere di Gubbio ) pronti un giorno a rifondare insieme una società educante, in forma di vera cooperazione sociale diffusa e numerosa? Una immensa rete carbonara dell’educazione che farebbe tanti splendidi virtuosi danni pedagogici !!

Tutto ciò che si prefigura nel progetto di educazione diffusa, nell’ipotesi di una involuzione drammatica del pubblico, non potrebbe realizzarsi allora in autonomia nella società senza alcuna iniziale implicazione statale ma con una forte connotazione collettiva? I costi in una accezione di mutuo soccorso non sarebbero poi tanto superiori a quelli che ahinoi le famiglie comunque sopportano nel complesso per la scuola pubblica (trasporti, contributi, libri e sussidi, attrezzature, tasse più o meno dirette…) mentre una rete di luoghi scelti ad hoc, insieme a tempi e modi radicalmente diversi, potrebbe anche distribuire e ridurre i costi che oggi gravano sull’edilizia e l’organizzazione scolastica fatta di ruderi e gabbie dorate.

Non si potrebbe per intanto contestualizzare l’idea di educazione diffusa in questa eventualità avviando quando possibile il percorso del Sistema dell’educazione diffusa prefigurato nel suo libro da Paolo Mottana? Insegnanti, mentori, esperti e risorse materiali sarebbero ben assorbibili in un’ampia accezione cooperativa.

Parallelamente, insieme all’avvio di sperimentazioni utilizzando gli spazi dell’autonomia e mettendo in rete progetti ed esperienze anche attraverso la neonata associazione no profit, continuerebbe la formazione destinata a docenti, associazioni, amministratori locali, per proseguire comunque e malgrado tutto l’azione di virtuosa infiltrazione con esperimenti estemporanei formali negli ambiti educativi pubblici possibili e praticabili. L’educazione diffusa avviata in forma cooperativa non sarebbe così il rimedio ad una eventuale preclusione di fatto della scuola pubblica a qualsiasi radicale innovazione che sappiamo invece quanto mai urgente, da tempo? Si potrebbe infatti fare realtà l’unione che integrasse e coordinasse per affinità anche tutte quelle esperienze impegnate nella stessa direzione ma oggi separate perché autoreferenziali e sparpagliate anche idealmente. Mai come ora non sarebbe indispensabile unire le energie che operano di fatto in una direzione compatibile con l’idea di educazione diffusa? In tempi migliori si potrebbe pensare di far rientrare nel pubblico statale ,ormai svuotato a causa del nuovo classismo , il percorso così sperimentalmente collaudato e provato sul campo da una nuova rete di esperienze impegnate in questa sottile rivoluzione in campo educativo. Al tempo stesso si potranno mantenere ed aumentare quelle esperienze che dovessero ancora  «passare » nel pubblico coraggioso, disobbediente o distratto. Una strada lunga ma forse per certi aspetti di questi tempi obbligata e sicuramente più appassionante nella sua caratteristica di sottile sommossa educativa, quasi un ‘68 in revival per aprire diffusamente occhi e menti non solo di bambini e ragazzi. Chi aderì e continua ad aderire anche con i fatti al Manifesto dell’educazione diffusa non potrebbe coinvolgersi in questa proposta in modo attivo a partire dai propri luoghi vista l’emergenza educativa propria della scuola in sé aggravata dall’attuale contesto di potere?

Intanto procede il lavoro di costruzione del progetto di un Sistema dell‘educazione diffusa, al di là delle effimere prove parziali di applicazione di una nuova teoria pedagogica tra le tante. Una prima esperienza di formazione di formatori è in fase di preparazione per il prossimo settembre. Aggiornamenti su https://atomic-temporary-231432373.wpcomstaging.com

L’Éducation diffuse et la ville éducatrice.Giuseppe Campagnoli 2021

Versione italiana. 2024

L’educazione diffusa e la città educante (anteprima italiana)

Per la prima volta in lingua italiana, Pedagogika pubblica la versione integrale del saggio di Giuseppe Campagnoli, “L’éducation diffuse et la contre-éducation[1], apparso sulla rivista Le Télémaque (n. 60 2021-22) dell’Università di Caen. Cosa si intende per educazione diffusa? In che senso esiste una controeducazione? Il testo che segue è un abstract redatto dall’Autore appositamente per la nostra rivista. Cliccando sul qr code si può accedere al testo integrale. L’idea dell’educazione diffusa diffusa trae origine dal concetto di controeducazione che interpolata con l’esigenza di non lasciare tutto al caso si traduce nell’ educazione diffusa “guidata” da mentori e maestri, magari anche in una istituzione autonoma e libera. La rivoluzione contempla la destrutturazione del sistema di istruzione verso un sistema educativo che propone aree di esperienza, diversi luoghi educativi nella città e nel territorio, tanti insegnanti ed esperti e il superamento delle materie, dei voti, dei compiti, degli esami, delle “didattiche”, della misurazione, classificazione e selezione così come la conosciamo. La controeducazione quindi è la linea guida del progetto insieme all’ultra architettura, un insieme di interventi collettivi nel territorio, di recupero di centri storici e periferie, di valorizzazione dell’esistente per attribuire un’accezione educante a città e territori. Nel saggio si delinea un percorso virtuale (principi teorici) e reale (esperienze d’avanguardia) attraverso dissertazioni sui concetti di controeducazione, ultrarchitettura, educazione diffusa, città educante, tesi alla realizzazione di un intero sistema educativo pubblico alternativo. Occorre andare molto oltre lo sforzo, oggi limitato e sporadico in forme di bricolages pedagogici, di aprire la scuola al mondo, creando un rapporto nuovo con la città e il territorio per pensare a un’educazione che sia in grado di trasformare spazi e manufatti urbani in portali, basi, aule diffuse: una rete di ambiti educanti fondati sulle aree esperienziali proprie del sistema di apprendimento dell’educazione diffusa. Il percorso tra Charles Fourier, Hillmann, Ivan Illich, Freinet, Ferrière, Maria Montessori, la scuola di Barbiana e infine anche Colin Ward, Aldo Rossi e Giancarlo de Carlo, per citarne solo alcuni, ha condotto a costruire un’idea attiva di educazione diffusa partendo dalla pubblicazione dell’omonimo Manifesto sottoscritto da tante personalità della cultura pedagogica italiana e non solo. Il Manifesto è stato pubblicato nel 2018 dalla rivista on line http://www.comune-info.net La frase emblematica citata all’inizio  nel Manifesto dell’educazione diffusa:“Mai più aule tra i muri e studenti che volgono lo sguardo teso alla fuga al di là dei vetri chiusi” è la proiezione verso un’educazione fondata su tante aree di esperienza e molteplici ubiqui chocs educativi, come li chiama Didier Moreau-professore all’università Parigi 8, nella presentazione del numero 49/2016 della rivista Le Télémaque: “L’éducation diffuse”, in una concezione ante litteram del termine da noi adottato qualche tempo prima.

Qui l’articolo completo in italiano: https://www.pedagogia.it/blog/2024/02/23/leducazione-diffusa-e-la-citta-educante-anteprima-italiana/campagnoli_2024_2_le-telemaque/

 

Audizione del Prof. Paolo Mottana alla Commissione Istruzione e Cultura.2020

Quella dell’educazione diffusa è una proposta di mutamento radicale della formazione in età scolastica, focalizzata sull’idea che la società e non gli edifici scolastici siano l’ambiente adatto per l’apprendimento, che le esperienze debbono essere ricche, intense e appassionanti e il più possibile trovare compimento nella realtà e non negli artifici del contesto scolastico. I saperi sono molto più vasti e complessi di quelli presenti nei curricoli scolastici e le esigenze formative di bambini e ragazzi sono molto più ampi – con riferimento alla corporeità, all’immaginazione, alle emozioni, alle vocazioni e ai talenti multiformi dei soggetti stessi – di quelli presi in considerazione dalla grandissima maggioranza delle istituzioni scolastiche. E infine, orari rigidi, frammentazione dei saperi, valutazioni pervasive, normative obsolete e un generale clima di minaccia e di controllo non si ritiene giovino affatto ad un apprendimento sensato e duraturo.

Sotto questo profilo l’approccio si inscrive nel solco di una lunga tradizione di critica e ripensamento dell’educazione scolastica che ha i suoi capisaldi da un lato nella cosiddetta teoria della descolarizzazione (Illich 2010, Schérer 2006, Fourier 1966) e dall’altro nell’educazione esperienziale (Dewey 2014, Montessori 2008, FreinetE e C 1976)). Si ricollega a suo modo anche al filone della pedagogia di comunità (Tramma 2009) e della liberazione (Vigilante-Vittoria 2011, Capitini 1967-68, Freire 2002). Sotto il profilo delle pratiche ha anche molto in comune con le pedagogie libertarie (Trasatti 2014, Codello 2016) e le sperimentazioni di “scuola-quartiere” degli anni 60 e 70.

Per tutte queste ragioni e altre, l’educazione diffusa intende ridurre il ruolo della scuola nella formazione e farne una sorta di base o di “portale” (Mottana, Campagnoli 2017, 38) da cui partire e a cui tornare dopo aver vissuto esperienze complesse, multidisciplinari e concrete nel tessuto sociale esterno all’ambiente scolastico e progressivamente più ampio (con il progressivo autonomizzarsi dei ragazzi). L’educazione diffusa avviene nella società, a contatto con situazioni reali, nella multiformità inesauribile delle occasioni di apprendere che possono essere preparate, organizzate e anche semplicemente incontrate, secondo un approccio di tipo “incidentale” (Trasatti 2014, Ward 2018), nella vita del mondo nelle sue infinite sfaccettature. I ragazzi possono imparare, contribuire, collaborare, ideare e partecipare, e a loro volta creare vere e proprie occasioni di apprendimento aperto e collettivo.

L’educazione diffusa dunque vuole che i bambini e i ragazzi imparino dentro la società, da considerarsi nel suo insieme un reticolo di opportunità formative. Si tratta di una rivoluzione culturale e sociale che vuole riportare adultie giovani a vivere insieme e a crescere in un mondo un po’ meno separato e, in questo senso, a realizzare la piena cittadinanza di ragazzi e ragazze, e dove la scuola, intesa come sistema articolato di apprendimenti ed esperienze venga a configurarsi più come “base” che come edificio-sistema definito e delimitato.

Si tratta di un modo di fare scuola basato sull’apprendimento attraverso l’esperienza perlopiù svolta fuori dalle mura scolastiche, nel territorio. Il presupposto di base è che l’apprendimento autentico si attiva e si interiorizza solo se mobilitato da un’ “attrazione appassionata” (Fourier 1966), da un desiderio, dall’interesse, dalla curiosità e dunque è molto più efficace e ricco quando avviene attraverso esperienze reali (e non fittizie) e attraverso la progettazione condivisa con ragazzi e ragazze.

L’esperienza

Il modello dell’educazione diffusa pone al centro il valore dell’esperienza, delle esperienze effettive, intense, qualitative. Occorre mettere i ragazzi nella condizione di vivere appieno l’esperienza e di potersi esprimere nella realtà poiché è solo da qui che può nascere un apprendimento autentico.

Esperienza nel senso pieno di questa espressione, ossia vivere il più possibile in modo completo, con il coinvolgimento di tutte le dimensioni di personalità del soggetto come sensibilità, emozioni, intuizioni, immaginazione intelligenza ecc., delle situazioni stimolanti. Che poi queste situazioni stimolanti portino alla fine ad unrisultato osservabile o no, non è così rilevante. Ciò che è importante è il coinvolgimento appassionato generato da quell’esperienza che non può che comportare introiezione di saperi e di capacità ben integrati grazie al vissuto positivo in cui l’accostamento a queste conoscenze si è dato.

L’apprendimento attraverso l’esperienza viene interpretato perlopiù in una prospettiva di tipo pragmatico e comportamentale mentre invece apprendere dall’esperienza è anche un’espressione che è stata coniata in ambitopsicoanalitico per indicare l’introiezione profonda di certi contenuti in virtù dell’essere inseriti in un contesto emotivamente positivo, legato al desiderio e alla partecipazione affettiva profonda (Bion 1990, Mottana 1993). Apprendere attraverso l’esperienza significa fare un’esperienza interiore di ciò con cui si entra in rapporto, non tanto e non solo eseguire una serie di operazioni di problem solving. Si tratta dunque di un apprendimento processuale, che può iniziare con un certo grado di coinvolgimento per poi gradualmente diventare sempre più intenso.

Il sapere

Mentre si vive una forte esperienza di coinvolgimento in quello che si fa, e anche in virtù di momenti di riflessione su ciò che accade in tempo reale, si presume che i bambini e i ragazzi imparino anche a conoscere meglio se stessi, i loro desideri, passioni, attitudini e verso i quali potranno rivolgersi per approfondire e sviluppare i propri talenti. Avranno imparato inoltre, a confrontarsi con i vari contesti e realtà sociali fuori dalla scuola, accrescendo il loro senso di appartenenza e cittadinanza. Avendo acquisito maggiore consapevolezza di sé e del “mondo” sapranno dunque meglio orientarsi rispetto allescelte che gli si prospettano nell’immediato guadagnando abilità progettuali, sensibilità pragmatica, percezione del contesto e delle sue opportunità.

Fatte salve le competenze di base, nel confronto con un percorso tradizionale, con questa sperimentazionevengono privilegiati lo sviluppo e il consolidamento delle metacompetenze rispetto alle competenze più tecniche e specifiche delle singole discipline; eventuali carenze in quest’ultime riteniamo possano essere compensate dalle capacità di ricerca e approfondimento in modo critico e autonomo che i ragazzi avranno avuto occasione di maturare. Inoltre il fatto di essersi sperimentati in molteplici direzioni, avrà portato i ragazzi a maturare sapere in molti ambiti di operatività e di ricerca non tradizionalmente percorsi dalla scuola, in particolare nella espressività simbolica, nella corporeità nel senso più vasto, nel lavoro, nell’ambiente urbano, nei servizi, nella natura.

Spazio e tempo

L’aula, il più possibile personalizzata e senza la necessità di cattedra, banchi e sedie ma di un ambiente piùaccogliente, caldo, colorato e adatto ai corpi dinamici dei bambini e degli adolescenti (es. con divanetti o cuscinoni a terra), non è più il luogo dell’apprendimento ma una base dove riunirsi per partire, in piccole squadre, e poi rivedersi per condividere, rielaborare e approfondire.

Gli spazi dovranno essere ripensati e organizzati dai soggetti stessi, in modo da corrispondere alle loro necessità di conforto e di sintonia estetica, oltre che funzionale. Una parte del lavoro iniziale dell’educazione diffusaconsiste anche nell’appropriazione dello spazio come di uno spazio proprio da cui partire e a cui ritornare con piacere e con affetto. I luoghi per apprendere veri e propri sono tuttavia per lo più all’esterno della scuola, nel territorio, con eccezione per i laboratori specifici.

La gestione e la fruizione dello “spazio fuori” è dunque un tema importante che viene negoziato con enti pubblici e privati per l’individuazione di luoghi di apprendimento ma anche di semplici luoghi-presidio che fungano da punti di riferimento per i ragazzi e ragazze e di percorsi dedicati a forme di viabilità leggera (piste ciclabili, zonepedonali, ecc.), affinché possano muoversi nel loro territorio in sicurezza e raggiungere sempre più autonomia. L’obiettivo è anche che il confine tra il tempo dentro e quello fuori la cornice scolastica sia sempre meno percepito, configurandosi tutto come tempo di vita piena. L’orario complessivo settimanale viene rispettato (30 o 40 ore) ma in situazioni particolari in accordo con le famiglie, gli orari di frequenza possono essere rivisti in base alle esigenze dei progetti e delle attività.

Mèntori

Le figure di insegnamento diverranno più complesse, assumendo funzioni di guida, di accompagnamento (solo dove necessario), di progettisti, di esperti e consulenti, di conduttori di gruppi di approfondimento o di acquisizionedi specifiche capacità e conoscenze, di ascolto e di elaborazione delle negatività, di incoraggiamento, supporto ecc A una o più figure di coordinamento e guida generale il compito di organizzare e negoziare i percorsi, di monitorarli, di fungere da riferimento stabili per i gruppi e i singoli in azione nel territorio, da interlocutori per tutti i soggetti esterni che collaboreranno. Tali figure, che potranno essere chiamate “mèntori” (cfr. Mottana, 1996, 2010), avranno la responsabilità dicoordinare un gruppo, banda, stormo di non più di 20 persone. Essi negozieranno i luoghi dove fare esperienze e faranno sopralluoghi, inizieranno le attività con i ragazzi ogni giorno e le concluderanno insieme, li seguiranno individualmente e saranno sempre reperibili. Discuteranno con loro, li ascolteranno e cercheranno di cogliere le loro attitudini e di intercettare le aspettative, aiutandoli a soddisfarle e leggere i talenti, indirizzandoli sul come svilupparli. Si metteranno in ascolto e aiuteranno gli altri educatori e insegnanti a mantenere la sintonìa e l’armonia con il progetto. Si tratterà di figure di prevalente indole educativa, più che didattica, dotate di amore per i ragazzi, di sensibilità, di intuizione, di energia e di creatività. Figure da selezionare e formare ad hoc, figure chiave per far avanzare il progetto e per custodirlo,rivederlo, aggiustarlo secondo i problemi emergenti e le opportunità che si presenteranno.

Tutti gli altri operatori contribuiranno secondo le loro capacità, chi con ruoli più didattici, chi diaccompagnamento, chi di monitoraggio e supervisione, andando nell’insieme a costruire, più che un collegio di docenti che deve solo coordinare i contenuti o le valutazioni, a comporre una vera e propria équipe, che si riunisce spesso e cerca in ogni modo di uniformare stili di comportamento, comunicazione e relazione.

Contenuti

Per quanto riguarda l’organizzazione dei campi di apprendimento nell’esperienza di educazione diffusa,occorre anche qui ripensare in maniera radicale la tradizionale forma dei curricoli disciplinari. Al posto di sequenze di obiettivi e contenuti per materie, si tratterà di passare, anche in riferimento alle opportunità che offre il territorio e alle competenze in campo, a una serie di fuochi tematici, grandi temi cheincrocino gli interessi dei ragazzi e delle ragazze, al contempo cercando di costruire un intreccio di saperi che paiano adatti a fornire loro abilità e conoscenze in riferimento alle esigenze di vita attuali e in prospettiva nel loro contesto culturale e sociale.

Quindi immaginiamo che per esempio aree come quella dell’espressività simbolica (arte, musica, danza, poesia, teatro, cinema ecc.) sia nei loro interessi e nelle loro esigenze vitali, così come un’area legata alla conoscenza e all’esercizio corporeo (arti marziali, yoga, meditazione, massaggio, sport, sessualità ecc.), un’area per la relazione con la natura (animali, piante, paesaggio, ecologia ecc.), un’area affettiva e dei sentimenti (esplorazione dei sentimenti, delle paure, della rabbia, dell’amore ecc.), un’area creativa e operativa (progettazione, costruzione,materiali, disegno, fisica, tecnica, chimica ecc.), un’area per i temi legati al dolore, la malattia, la morte, i deficit, un’area dei servizi sociali (assistere bisognosi, fare piccoli lavori di cura, accompagnare soggetti disabili ecc.), un’area del lavoro con visite a luoghi di lavoro, partecipazione a piccole imprese, messa in opera di mercatini, di chioschi ecc.

Insomma occorre immaginare delle grandi zone di esperienza, che a loro volta possano poi intersecarsi, daelaborare educativamente attraverso attività il più possibile coinvolgenti da svolgere nella realtà (visite e esplorazioni, interviste e osservazioni, videoreportage e inchieste, progetti e costruzioni, erogazione di piccoli servizi, partecipazione a momenti decisionali e consultivi, seminari, creazione di opere simboliche, di spettacoli, di feste, di manifestazioni ecc.). Qui le possibilità sono inesauribili e dipendono in larga misura dalla disponibilità del territorio. In un secondo momento occorre anche pensare a momenti di appprofondimento, di riflessione, di esercizio critico, di studio, di acquisizioni tecniche in luoghi protetti (la scuola stessa), di alimentazione culturale e preparazione cognitiva. Occorrerà pensare anche a forme di registrazione e osservazione critica permanenti (diario di bordo, discussioni e momenti di confronto di gruppo, autovalutazione e riprogettazione e così via) che sostituiranno sempredi più le comuni valutazioni. Queste ultime saranno sempre più legate al compimento di attività, di progetti, di compiti reali che semmai andranno rivisti nel processo e nelle singole operazioni per migliorarli e perfezionarli.

La singole acquisizioni, competenze, abilità, conoscenze, potranno essere ricavate solo in parte a priori (una prima tavola analitica dei contenuti e delle abilità necessarie a porre in essere determinati compiti) ma poi soprattuttoa posteriori, mediante la ricognizione delle attività effettuate e degli apprendimenti ottenuti.

Mutamento sociale

L’educazione diffusa comporta non solo un cambiamento radicale dell’esperienza educativa degli allievi maun mutamento radicale nella professione di insegnamento e soprattutto un guadagno enorme per la vita sociale che vedrà di nuovo al suo interno, la partecipazione dei più piccoli e dei più giovani come soggetti a pieno titolo e non più minori in attesa di giudizio.

Soggetti che osservano, che contribuiscono, che partecipano, che offrono la loro creatività, la loro intelligenza e la loro fantasia per migliorare la vita sociale, che la colorano, la impregnano della loro viviacità e del loro colore, della loro sensibilità e della loro freschezza e spontaneità. Una vera e propria rivoluzione non solo dell’educazione ma della società nel suo insieme, non più scissa traadulti e minori ma aperta a tutti, costretta a ripensarsi in toto alla luce di questo reingresso, obbligata a interrogarsi sui suoi ritmi, sulle sue relazioni e ad assumere in maniera diffusa il piacere di contribuire a sua volta, a responsabilizzarsi nell’educazione dei giovani e a fargli spazio quotidianamente. Nella direzione di un mondo più armonico, più ricco, più variegato e finalmente davvero più democratico. E’ a partire dalla rinnovata presenza di bambini e ragazzi nel nostro spazio comune, non più rinchiusi e emarginati in luoghi fittizi e separati, che il mondo diverrà di nuovo organico, affettivo, a misura di tutti.

BIBLIOGRAFIA:

Bion W.R. (1990). Apprendere dall’esperienza, trad.it. Armando, Roma

Capitini A. (1967-1968). Educazione aperta. voll. I & II. Firenze, La Nuova Italia.

Codello F. Né obbedire né comandare. Lessico libertario, Eleuthera, Milano

Dewey J. (2014), Esperienza e educazione, trad.it. Cortina, Milano

Freinet E, Freinet C. Nascita di un’educazione popolare, trad.it La Nuova Italia,

Firenze Fourier C. (1966), Oeuvres complètes, Anthropos, Paris

Freire P. (2002). La pedagogia degli oppressi, trad.it. Torino, EGA. Illich I. (2010),Descolarizzare la società, trad.it Mimesis, Milano

Montessori M. (2008), Educare alla libertà, Mondadori, Milano

Mottana P. (1993), Formazione e affetti. Il contributo della psicoanalisi allo studio e all’elaborazione dei processi di apprendimento, Armando, Roma

Mottana P. (2015), Cattivi maestri. La controeducazione di Schérer, Vaneigem, Bey, Castelvecchi, Roma

Mottana P, Campagnoli G (2017). La città educante. Manifesto dell’educazione diffusa. Come oltre passare la scuola, Asterios, Trieste

Dissensi, Roma Schérer R., Vers une enfance majeure, La Fabrique, Paris

Tramma S. (2009). Pedagogia della comunità. Criticità e prospettive educative. Milano, Franco Angeli.

Vigilante A., Vittoria P. (Ed.) (2011). Pedagogia della liberazione. Freire, Boal, Capitini, Dolci. Foggia, Edizioni del Rosone.

Ward C. (2018). L’educazione incidentale, trad.it. Eleuthera, Milano

Un manifesto politico

Aule aperte al mondo.Giuseppe Campagnoli 2019

Giuseppe Campagnoli 2019


Il luogo dell’educazione non è assolutamente indifferente all’educazione stessa e non ha alcun senso pensare di realizzare l’educazione diffusa negli stessi luoghi chiusi e gerarchici della scuola tradizionale o anche solo timidamente innovativa, ma neppure solamente nei boschi o nelle radure delle cosiddette scuole libertarie e naturaliste per l’effetto settario e un po’ elitario di talune esperienze.
Bisogna infatti superare l’edificio scolastico o anche solo il bosco per un territorio complesso dell’apprendimento: la città e la natura insieme con il loro complesso di luoghi, persone, attività, atmosfere e spazi. Una provocazione che potrebbe diventare un modello di ricerca per la futura scolarizzazione. Un’aula unica aperta al mondo e composta da mille stanze diverse e dedicate, dall’universo fisico fino anche a quello virtuale del web, che metta in relazione continua bambini, ragazzi, adulti, anziani, gente che lavora, che usa il tempo libero, che amministra, aiuta, fa politica, produce e al tempo stesso insegna e impara.

Oggi si fatica a tollerare la scuola in un unico edificio o recinto. La realtà scolastica non è statica ma, quasi per etimologia, dinamica nello spazio, oltre che nel tempo. Le modalità di fruizione delle informazioni, di apprendimento e di applicazione pratica mal sopportano i muri e i limiti di un unico luogo deputato ai saperi e alla conoscenza.
L’errore sta nel pensare ad edifici dedicati e separati, a luoghi privilegiati o a campus frikkettoni in città o nei boschi, nel far coincidere la scuola con un manufatto o comunque con un recinto reale o virtuale che sia. Le aule,
i laboratori, le palestre sono già nel territorio: basta adattarli, collegarli e utilizzarli per raccogliere la sfida di una scuola oltre le mura e senza le mura. Da queste premesse si potrebbe iniziare a progettare un prototipo flessibile di intervento sperimentale che possa fornire dati attendibili sulla fattibilità dell’idea e sulla sua esportabilità in contesti diversi, più ampi e magari di grandi aree metropolitane.


La scuola non è un ghetto. Prenderà invece le mosse da un portale “educante” in periferia, come in centro, in campagna o in montagna che in una realtà urbana complessa. Non è un luogo chiuso da muri e comparti o da confini reali o virtuali, non è un edificio unico e monolitico o un bosco di specie rare: la scuola è diffusa ed en plein air nel senso totale del termine. Nel volume La città giardino del domani di Ebenezer Howard si fa riferimento a due splendide utopie viste come un’unica realtà: la Garden City e la Città Educante. Per trasformare il contesto urbano e la campagna in città educante, occorre intervenire anzitutto nei luoghi su cui posare una nuova organizzazione di quella che una volta chiamavamo scuola, perché non sia più distinta e separata dalla vita quotidiana e dai suoi personaggi e perché sia quel motore della conoscenza e della crescita che alla città manca da tempo. La stessa cosa, mutatis mutandis, pensava Colin Ward nei suoi interventi sull’architettura e l’educazione libertarie. Si sono fatti e si fanno esperimenti di educazione diversa, a volte anche timidamente diffusa, si è scritto molto e da tempo di controeducazione ma, fino a oggi nulla o quasi è stato ancora prospettato per una nuova architettura della città per superare muri, aule e luoghi chiusi e ambienti concentrati dedicati all’apprendimento. Perfino nei tanto osannati paesi del nord Europa non si è ancora superato il concetto di school building se non nelle forme variegate, ipertecnologiche ed ecologiche di una edilizia scolastica d’avanguardia. Non vi può essere una nuova educazione e una città educante senza rivoluzionare gli spazi e chiudere, finanche troppo tardi, con le tradizionali tipologie dell’edilizia scolastica seppure avanzate e d’avanguardia. La città nuova non distinguerebbe più tra spazi dedicati a qualcosa e luoghi dedicati a qualcos’altro. Cercherebbe di integrare significati e funzioni così come in una casa si mangia, si dorme, si apprende, si lavora, si gioca, si coltiva l’orto e il giardino senza soluzione di continuità. Le cose da apprendere, l’educazione e la crescita non sono indifferenti ai luoghi in cui avvengono.


La marcia di avvicinamento a un nuovo modello di scuola, si potrebbe integrare mirabilmente in una sperimentazione breve che facesse tesoro delle eventuali buone pratiche nel territorio, sfruttando ad usum delphini, in questa fase transitoria, l’insieme dei progetti, dei tempi e dei luoghi-scuola che è riuscita a garantire la recente riforma scolastica. Utopie? Non tanto e non proprio se queste esperienze hanno già coinvolto studenti, scolari, insegnanti, presidi veramente innovativi e qualche rara e coraggiosa amministrazione pubblica in alcune realtà presenti nel nostro territorio. Immaginiamo e proviamo uno scenario di città educante, in una
realtà urbana reale.
Il “Manifesto dell’educazione diffusa” lo spiega bene e in modo convincente nella teoria. Ora nella pratica occorrerebbe qualche suggerimento e qualche strumento. Stiamo vivendo in uno scenario economico e sociale che si avvia giocoforza a un profondo mutamento spinto dalle migrazioni ineluttabili, dalla povertà da combattere con decisione solo assestando colpi efficaci alla morente protervia della ricchezza che ha generato ignoranza, mediocrazia, miseria e
violenza. Educarsi e rieducarsi per tutta la vita e in ogni luogo con l’aiuto di mentori, maestri ed esperti è la chiave per superare tutto ciò e per avviare il cammino verso la coscienza e la consapevolezza di tutti, dai bambini agli anziani, recuperando anche quelle generazioni perdute nell’analfabetismo di ritorno, della lingua, della scienza, delle emozioni, della solidarietà e dell’umanità. Occorre farlo con l’esperienza diretta negli spazi e nei contesti reali che una città trasformata dovrebbe offrire. Stiamo mettendo a punto proprio per questo e per rendere agibile a tutti il Manifesto della educazione diffusa, gli utensili concreti e flessibili suggerendo il chi, che cosa, come, quando e dove di questa nuova educazione. Questa potrebbe essere una anteprima essere di spunti relativi ai luoghi, già in parte provati dalle tante esperienze, più o meno valide, in atto nei territori italiani e non solo.


Qui alcune frasi chiave e pensieri sparsi per quello che potrebbe essere e che forse presto sarà, nero su bianco, un “breviario ed una mappa dei luoghi dell’educazione diffusa:
-La finalità fondamentale di una fase transitoria è innanzitutto quella di far perdere la percezione della scuola come monumento e luogo delle istituzioni dedicato, chiuso, organizzato e controllato.
-Trasformare in modo leggero e in economia alcuni edifici scolastici esistenti adatti allo scopo in strutture di base polivalenti e flessibili (i portali) e collegarli con luoghi e spazi della città in qualche modo predisposti e che possano diventare occasioni di educazione diffusa
-Progettare in modo partecipato e realizzare un sistema integrato di portali e luoghi della città trasformando manufatti pronti ad ospitare le attività e i momenti di educazione diffusa. Il sistema si può articolare nelle varie parti di città adottando come polo una base ottenuta dal recupero o trasformazione di una biblioteca, un centro culturale, un museo, un teatro polivalente..
-Progettare ex novo un articolato ma non rigido sistema da replicare in varie parti di città e del territorio composto da un portale e una rete di luoghi e di aule vaganti ad esso collegati e disegnati seguendo le indicazioni della città, dei cittadini, dei mentori, della gente di scuola e di quartiere.
-Il portale è una base dove riunirsi per partire, in piccole squadre, e poi rivedersi per condividere, rielaborare e approfondire. I luoghi per apprendere sono per lo più all’esterno della scuola, nel territorio, con eccezione per i laboratori specifici.


In una sperimentazione di transizione basterà, come già accennato, partendo anche da un edificio scolastico vecchia maniera adattabile o da un polo culturale esistente, prefigurare una mini rete di luoghi, accessibili con una mobilità sostenibile, in accordo con privati (botteghe, librerie , caffè e laboratori, giardini e ville, centri commerciali acquisiti dal pubblico e assolutamente trasformati) e pubblico (piccole o grandi biblioteche, giardini, parchi e teatri, spazi sportivi..) che possano essere fruibili in modo permanente e che abbiano già ambiti adatti a raggrupparsi, a stare, a fare attività diverse teoriche o pratiche che siano. Proviamo a costruire una rete di luoghi urbani ed extraurbani, pubblici o privati che siano, per la nostra città educante, da collegare con i portali e le basi o ad essi adiacenti. La prima cosa da fare è una specie di censimento, classificazione ed una mappatura geografica dei luoghi e degli spazi possibili, con funzioni molteplici e flessibili e stabilirne la potenzialità d’uso e la collegabilità.
Le tre parti del coinvolgimento educativo, la famiglia o il gruppo e associazione, chi amministra la cosa pubblica e la scuola questa volta progetteranno e lavoreranno in sinergia per tutto il tempo. Prima, durante e dopo. La città progetta sé stessa in tutte le sue parti perché vi partecipano tutti i cittadini non sempre in forma demagogicamente diretta o plebiscitaria ma interpretati saggiamente e fedelmente o anche criticamente nei loro bisogni e desideri dalle figure di guide e intermediari che poi saranno gli stessi del percorso educativo incidentale e del disegno dei luoghi ad esso dedicati: architetti, educatori, mentori, esperti.


Fuori dalla scuola murata.GiuseppeCampagnoli 2018

Giuseppe Campagnoli 2018

La lettura de L’educazione incidentale raccolta di scritti di Colin Ward a cura

di Francesco Codello per Elèuthera di Milano (2018) e ancor prima de

L’architettura del dissenso dello stesso autore e casa editrice (2016) mi

conducono a recensirli entrambi o meglio a rileggerli e commentarli con la

lente del concetto di città educante. Le intuizioni pedagogiche e

architettoniche di due secoli sono state spesso connotate da forti affinità

soprattutto nella spinta palesemente o sommessamente libertaria a

considerare oppressivi e ipergovernati l’educazione, i suoi luoghi e

quelli della città e del territorio, nel mondo occidentale e non solo.

Che ogni angolo della città potesse essere un’aula scolastica era noto fin dal

tempo della Grecia classica ma anche della Roma antica e del medioevo più

autentico ma con delle connotazioni un po’ elitarie. La pulsione autoritaria a

voler costruire tutto e tutti ex cathedra è storicamente nota. In campo

pedagogico e anche architettonico il massimo si è raggiunto con la

costituzione degli stati che ha portato con sé le regole e i codici del costruire

con gli stili del potere e del mercato come anche quelli dell’educare con i

paradigmi ad uso dell’istituzione, del potere e della produzione. Colin Ward

rappresenta un po’ una felice coniugazione ricca di spunti e di speranze

tra l’architettura e l’educazione spontanee, libere, entrambe appunto

“incidentali”. Sentire insieme i riferimenti di Morris, Howard, Munford,

Illich e del più prossimo De Carlo con suggestioni sulla città che si

autocostruisce, che ho trovato in forme diverse e forse meno rivoluzionarie

pure nel mio maestro Aldo Rossi, mi riappacifica con l’idea che la pedagogia

e l’architettura siano ancora un po’ distanti tra umanità e tecnologia,

psicologismi e mercato, materiali inerti, rigide organizzazioni e vita fluente.

Appare invece lampante che si possano riavvicinare e addirittura integrare

in un sol corpo per merito di quell’anarchia possibile che libera l’uomo dalla

guida imposta e onnipresente di uno stato esterno, opprimente e tutto

sommato indifferente allo scorrere spontaneo e naturale della realtà. Ad ogni

passo del libro trovo sinestesie con il pensiero della città educante come tra

racconti ci fosse una specie di telepatia nel tempo e ritrovo perfino

formulazioni e scenari quasi identici alla narrazione immaginaria che con

Paolo Mottana abbiamo “girato” come un film alla fine della descrizione

della nostra città educante: un viaggio, come ho già detto altrove, di una

coppia da Divina Comoedia alla ricerca dell’educazione perduta (leggi Una

scuola oltre le mura).

Annota Colin Ward:

“In quanto osservatore di come i bambini sappiano colonizzare un

ambiente, sono stato attratto dalla tesi di Geoffrey Haslam sulle

«tane». Egli ricordava le sue tane, i suoi nascondigli e accampamenti, costruiti con qualsiasi materiale fosse a portata di mano”.

Il dissenso in architettura e in educazione conducono a concepire certamente la città come educante in una libertà raramente provata: “La libertà è l’abolizione del dovere di rispettare le regole della maestria e dell’estetica. Può «andar bene» qualunque cosa. Questo distacco da un sistema meccanico e dalle regole, insieme al bisogno di innovazione, è la forza che apre la strada alla creatività e all’espressione dell’inconscio”.

Oltre che ad un apprendimento diverso, più sicuro e stabile, più profondo perché derivante dall’experiri.

Che dire degli orti urbani e rurali e delle loro meravigliose doti di cultura architettonica libera e autonoma e di piccola grande aula all’aperto che dal primo libro di Ward sull’architettura rimandano direttamente a quello sull’educazione incidentale?

“Troppe persone hanno un’impressione sbagliata degli orti. Il movimento non è totalmente dipendente per il suo benessere dal sostegno che riceve da governo ed enti locali (…). Gli orti hanno la loro origine nel self-help, non nella beneficenza, e anche adesso il concetto di self-help è fondamentale

“(…). Nell’intero corso della sua storia, il movimento degli orti ha

sempre avuto come forza motrice il self-help. L’esempio è dato dai

lavoratori giunti dalla campagna durante le crisi periodiche

nell’andamento del ciclo economico dell’epoca vittoriana, i quali,

essendo costretti a cercare un impiego in città (spesso lavorando 55

ore settimanali, con mansioni orribili), cercavano impazientemente

un’attività alternativa al lavoro in fabbrica ed erano quindi

felicissimi di lavorare la terra quando ne avevano la possibilità (…).

È sorprendente che in così tanti abbiano trovato la forza, la

determinazione e l’autentica passione per il giardinaggio che erano

necessarie per accudire i loro orti: sono segni di un sentimento

profondo”.

Il discorso dell’orto urbano o rurale come luogo dell’apprendere, non

solo ai fini di un mestiere agricolo, si ritrova nell’educazione incidentale

tra le tante possibilità di pensare ad una teoria di spazi per crescere al

di fuori delle rigidezze istituzionali e per superarle nel tempo. Anche l’idea

delle aree tematiche trasversali è già sfiorata nelle descrizioni di Colin Ward

e fa intendere comunque una “discreta organizzazione” collettiva dei

contenuti, dell’insegnamento e degli ambiti in cui opera senza obblighi

particolari o classificati.

Illuminante è la presentazione del volume di Ward fatta da Elèutheria anche

alla luce delle nostre idee di educazione diffusa :

“Famiglia e scuola sono sempre stati considerati i luoghi per

eccellenza dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze, acquisiscono

un’educazione. Colin Ward decide invece di esplorare un

particolare aspetto dell’educazione che prescinde da queste

istituzioni: l’incidentalità. Ecco allora che le strade urbane, i prati,

i boschi, gli spazi destinati al gioco, gli scuolabus, i bagni

scolastici, i negozi e le botteghe artigiane si trasformano in

luoghi vitali capaci di offrire opportunità educative

straordinarie. Questa istruzione informale, volta alla creatività e

all’intraprendenza, rappresenta pertanto una concreta alternativa a

un apprendimento strutturato e programmato che risponde più alle

esigenze dell’istituzione e del docente che alle necessità del

cosiddetto discente. Si configura così un approccio al tempo stesso

nuovo e antico alla trasmissione delle conoscenze in grado di

fornire un’efficace risposta a quella curiosità, a quel naturale e

spontaneo bisogno di apprendere, che sono alla base di

un’educazione autenticamente libertaria”.

Il susseguirsi dei capitoli, già in alcuni titoli e nelle note del curatore

Francesco Codello, prefigura un’idea mirabilmente affine a quella della città

educante e del suo ridisegno:

La libertà della strada: “la scuola decentrata ordinariamente in una pluralità di luoghi, spazi e tempi adatti all’apprendimento più incidentale”.

La città come risorsa: “rivisitandola dal punto di vista del disegno urbano,della storia, dell’arte, dell’edilizia, in funzione socializzante”.

Adattare l’ambiente imposto: “superare la convinzione degli adulti a controllare, dirigere e limitare il libero fluire della vita” organizzando spazi ad hoc e a senso unico senza alcun grado di libertà.

Il gioco come protesta ed esplorazione: “ Il fatto che i bambini scelgano ostinatamente come spazi per il gioco proprio i luoghi che ci appaiono più provocatori…” è un segno che il gioco è spesso protesta ed esplorazione insieme.

Luoghi di apprendimento: ”Il bisogno naturale ad imparare va scemando man mano che viene organizzato e rinchiuso in luoghi strutturati e

delimitati”. E qui fervono le citazioni di Friedrich Froebel, Pestalozzi, Rousseau,la Summerhill School, Steiner, Illich, Goodman…

Educare all’intraprendenza:

”Esiste un luogo nel quale tutti possiamo ritornare ad essere bambini, svincolati da vuoti formalismi e pericolose forme di competitività…”.

Gli anarchici e la scuola: “La tradizione libertaria in educazione, con sensibilità a volte notevolmente diverse, propone un cambiamento radicale della società attraverso un profondo mutamento delle relazioni umane”.

Nel Manifesto della educazione diffusa,quasi alla fine dello stesso periodo di

ricerche ed esternazioni, ritroviamo in alcune frasi la summa dell’idea di città, di

educazione e dei suoi luoghi, dell’esperienza e della libertà di apprendere fuori

dalla “scuola murata”: “Mai più aule tra i muri e studenti che volgono lo sguardo teso alla fuga al di là dei vetri chiusi”.

La scuola dove ridursi a una base, un portale ove organizzare attività

che devono poi realizzarsi nei mondi aperti del reale.

I ragazzi e i bambini nel mondo costituiranno una nuova linfa da troppo

tempo emarginata e costringeranno la società e il lavoro a ripensarsi, a

rallentare e a interrogarsi.

L’educazione diffusa trasforma il territorio in una grande risorsa di

apprendimento, di scambio, di legame, di cimento, di invenzione

societaria, di sperimentazione, al di fuori di ogni logica di mercato, di

adattamento passivo, di competizione o di guadagno monetario.

L’educazione diffusa promuove l’apprendistato della libertà contro ogni

monopolio (statale, scolastico, familiare, religioso, aziendale).

L’educazione diffusa trasforma gli spazi individuati della città

educante (edifici storici, botteghe, teatri, biblioteche, musei, piazze,

parchi…) in luoghi di apprendimento (privilegiando l’autocostruzione e il

coinvolgimento dei territori)

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